mercoledì 10 novembre 2010

Brescia, resistono "quelli della gru"

Brescia, sabato nuova manifestazione per i diritti
L'ultimatum non piega "quelli della gru"

Francesca Mantovani*
Brescia
Quinto giorno sulla gru, a 35 metri di altezza, per gli immigrati che a Brescia stanno lottando per il permesso di soggiorno e contro la sanatoria truffa del 2009. Nel cantiere del metrobus di piazzale Cesare Battisti, presidiato giorno e notte da un folto gruppo di solidali e antirazzisti, italiani e non, i sei dimostranti non vogliono desistere.
«Non scendiamo, non abbiamo paura. Non abbiamo nulla da perdere» ripete in collegamento telefonico con Radio Onda d'Urto Arun, giovane pakistano divenuto un po' il portavoce del gruppo.
La situazione, intanto, nella piccola cabina che offre un po' di riparo dagli agenti atmosferici è relativamente stabile: un paio di immigrati hanno la febbre, ma la visita effettuata martedì pomeriggio dal medico Ettore Brunelli (ex assessore comunale dei Verdi) ha escluso per ora complicazioni più gravi. A dare una mano ai sei, da ieri pomeriggio, c'è anche il meteo, migliorato dopo le piogge incessanti e il freddo pungente dei giorni scorsi. Nessuno spiraglio di sole, invece, per quanto riguarda la trattativa. Dopo una giornata, quella di martedì, di tira e molla, i sei immigrati (un marocchino, due pakistani, un egiziano, un indiano e un senegalese) non hanno accolto il diktat arrivato dal Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico. Le autorità hanno chiesto ai manifestanti di scendere; in cambio sarebbe stato concesso loro un nuovo presidio di sole due settimane, in un luogo tutto ancora da definire. Offerto inoltre un tavolo di lavoro, anch'esso dai contorni non definiti, coordinato dalla Prefettura, per affrontare il problema della regolarizzazione. Fin qui, la magra carota. Ben più sostanziosa, purtroppo, la dose del bastone: sulla gru è arrivato infatti anche una sorta di ultimatum, che fissava alle 8 di ieri mattina il termine massimo per scendere. Il sindaco di Brescia, l'onorevole del PdL Adriano Paroli, si era addirittura spinto oltre parlando di «una proposta da valutare non nell'arco di giorni, ma di ore». Altrimenti - sosteneva il primo cittadino - la parola sarebbe passata alla forze dell'ordine. I solidali e gli antirazzisti dell'associazione "Diritti per Tutti", che sostengono la lotta fin dall'inizio, hanno giustamente lasciato l'ultima parola ai sei sulla gru. «Senza diritti, noi non scendiamo - è stata la risposta. E se salgono per venirci a prendere, ci buttiamo di sotto». Alla fine, l'ultimatum è trascorso senza novità di rilievo.
Sulla gru, i sei alternano momenti di riposo a piccoli interventi al megafono, per far sentire la propria voce al resto della città. 35 metri più in basso, invece, il presidio registra un andirivieni continuo di persone, migranti e italiani, che restituiscono un'immagine ben diversa da quella che la Loggia vorrebbe far passare, ossia di una città interessata più allo shopping giornaliero che ai diritti delle persone. «L'impressione - dice Fiorenzo Bertocchi, segretario bresciano del Prc - è che la città stia capendo la lotta. La situazione è invece sfuggita dalle mani di chi amministra la città e il paese. La Loggia, in particolare, non ha la capacità di offrire soluzioni che rispettino la dignità di chi deve fare gesti estremi per ottenere semplicemente il rispetto dei propri diritti. Lega Nord e PdL scontano in questo caso anche un problema culturale: la loro elaborazione politica non parte dal diritto, ma da una generica idea di sopraffazione. Per questo alternano sterili promesse senza sostanza alle minacce vere e proprie».
La vicenda dei migranti in lotta sulla gru viene letta da Bertocchi anche come un'importante cartina tornasole dei rapporti di potere che si sono sviluppati nella Leonessa d'Italia, nonostante la crisi ancora oggi una delle motrici economiche e finanziarie del paese: «Come Rifondazione attribuiamo le responsabilità di quest'approccio del Comune di Brescia al vicesindaco leghista, Fabio Rolfi. Dobbiamo però evidenziare che mai come oggi l'impostazione pseudo-legalitaria non è appannaggio solo della maggioranza. L'idea che prima dei diritti, in ogni caso, ci sia il feticcio del rispetto delle leggi è stata fatta propria anche da ampi settori del centrosinistra. Noi, per dirla con don Milani, continuiamo invece a pensare che l'obbedienza non sia più una virtù. Per questo, come Rifondazione, eravamo in piazza sabato scorso, e a differenza di altri il fatto che la manifestazione annunciata da settimane sia stata poi non autorizzata non ci ha fatto esitare un minuto». Sabato prossimo, 6 di novembre, c'è un nuovo appuntamento in piazza Loggia alle 15. A indirlo le realtà antirazziste e dei migranti che da settimane animano la lotta per il permesso e i diritti, prima al presidio permanente di via Lupi di Toscana e ora sotto la gru di piazza Cesare Battisti. «Anche in questo caso - dice Bertocchi - noi ci saremo, sia come Prc provinciale che regionale».
*redattrice di Radio Onda d'Urto

Liberazione 04/11/2010, pag 1 e 7

giovedì 4 novembre 2010

«Diritti, se no dalla gru noi non scendiamo»

Stefano Galieni
«Noi da qui non scendiamo. Prima le risposte e poi se ne parla». Arun è uno dei sei lavoratori immigrati - erano 5 ma ieri si è aggiunto un altro ragazzo senegalese - che da sabato a mezzogiorno rivendica i suoi diritti su una gru gialla e azzurra a 35 metri di altezza, una gru dei cantieri della metro di Brescia posta in piazza Cesare Battisti.
Anche ieri gli operai del cantiere non si sono presentati, piove e tira un vento che rende impossibile lavorare ma loro, intabarrati in una cabina che oscilla pericolosamente, martellati dalla pioggia e dal freddo, neanche più difesi da un telone che avevano messo a propria protezione, resistono.
Arun viene dal Pakistan, è da sette anni in Italia e per campare ha fatto qualsiasi lavoro. Privo di documenti non può neanche rivedere i suoi, lo utilizzano come lavoratore al nero perché sfruttabile e possono anche non pagarlo, è considerato solo braccia, in questo periodo dava volantini pubblicitari per 8, a volte 12 ore al giorno guadagnando 20 euro, 25 al massimo. «Arrivo a guadagnare al massimo 500 euro al mese, non riesco neanche a pagare l'affitto, non ho diritto alla sanità, voglio, vogliamo solo lavorare regolarmente, per questo siamo qui sopra e siamo sempre più determinati». Racconta di come la svolta repressiva attuata a Brescia abbia rafforzato i loro propositi: «Quando ci hanno caricato sabato, impedendoci di manifestare per i nostri diritti, quando hanno smantellato il nostro presidio in via Lupi di Toscana, non lo sapevano ma ci hanno rafforzato. È stato come dirci che non abbiamo più nulla da perdere e allora abbiamo deciso di salire. C'è un altro ragazzo pakistano con me, poi un marocchino, un egiziano, un indiano e da poco anche un senegalese. Alcuni stanno male ma hanno deciso di non scendere, sotto ci sono i nostri fratelli, immigrati e italiani che ci danno una mano e che non ci fanno sentire soli».
Le richieste dei dimostranti sono semplici da recepire, vogliono che il presidio sotto la prefettura venga autorizzato e ripristinato, vogliono un incontro con il ministero dell'interno da cui giungano risposte concrete e positive, vogliono che il governo garantisca i diritti di chi manifesta. Di ragioni ne hanno da vendere. Situazioni come le loro sono i risultati della regolarizzazione del 2009, quella che doveva riguardare colf e badanti ma che si è dimostrata l'unico sbocco per chi voleva vivere legalmente in Italia. Molti lavoratori sono stati truffati da finti datori di lavoro, hanno firmato contratti finti e pagato di tasca propria i contributi. In altri casi la truffa è stata ancora più misera. Racconta Arun: «All'inizio avevano scritto che i decreti di espulsione precedenti non impedivano l'ottenimento della regolarizzazione. Poi hanno creato il reato di clandestinità e a quel punto tutto si è bloccato. Noi nel frattempo avevamo pagato, sputando l'anima per trovare i soldi necessari. Io mi vergogno per voi, per questa truffa».
Ogni tanto sale sulla gru un pacco: cibo caldo, vestiti di ricambio, incerate per proteggersi dalla pioggia battente, c'è sempre un capannello nutrito sotto, giorno e notte a controllare la situazione e la notizia si sta spandendo anche nel resto d'Italia. Non è impossibile che Brescia abbia solo acceso una miccia, lanciato un segnale che potrebbe essere raccolto presto in altre città. Riunioni delle realtà antirazziste segnalano l'intenzione di non lasciare i bresciani da soli. «Cosa abbiamo da perdere? - si chiede Arun, che dei 6 è quello il cui italiano è più fluido- C'è chi non può tornare a casa da oltre 10 anni, chi sta male ma ha paura a farsi curare, chi potrebbe avere un lavoro decente e non può solo a causa del permesso di soggiorno. Se continua il silenzio sappiamo come andare avanti, siamo disposti anche ad arrivare allo sciopero della fame. In molti anche da sotto ci seguirebbero. Non importa se qualcuno è già malato o si sta indebolendo. Sappiamo di rischiare la vita ma dobbiamo combattere. Siamo noi ad avere ragione. Vogliamo solo poter vivere. Chiediamo tanto?».
In piazza S. Faustino, dove un sacerdote, don Nolli, ha messo a disposizione uno spazio per i lavoratori immigrati, si è realizzato un piccolo magazzino da cui partono continuamente gli aiuti e dove passano soprattutto i compagni di "Diritti per tutti" associazione in prima fila al fianco degli immigrati insieme alle poche forze della sinistra di alternativa. Oltre a Rifondazione, che segue costantemente la vicenda, hanno preso posizione sulla vicenda Giustizia e Libertà, che ha emanato un comunicato ricordando l'articolo 1 della costituzione, e Monsignor Toffari della Curia locale che, pur dichiarandosi contrario a qualsiasi manifestazione che violi la legge, ha chiesto di assicurare un ascolto istituzionale che garantisca ai migranti il rispetto dei diritti umani. Sono poi intervenuti a sostegno dei lavoratori anche il Movimento nonviolento, l'IdV e il capogruppo del Pd in commissione affari costituzionali Gianclaudio Bressa. Quest'ultimo propone un permesso di soggiorno (da concedere in assenza di cause ostative e nel rispetto delle direttive europee) in attesa di occupazione. Anche Bressa teme nuovi imprevedibili sviluppi. Tutto tace invece per ora dal ministero dell'Interno: chi regge il dicastero sembra più occupato dalle vicende del premier che da una questione che riguarda direttamente almeno 120 mila lavoratori e lavoratrici sparsi per tutta Italia. Intanto però scende la notte e la situazione ogni giorno diventa più dura, sabato ci sarà un'altra manifestazione, che stavolta dovrebbe essere autorizzata non sussistendo ostacoli o impedimenti. Il freddo aumenta ma la determinazione resta la stessa, Arun e i suoi compagni non fanno mistero della propria situazione:«Abbiamo trovato come ci aspettavamo la solidarietà dei nostri compagni e di chi non ci ha mai lasciati da soli ma non possiamo lasciare una battaglia a metà. Sarebbe come non averla fatta. Accada quel che deve accadere, noi da qui scendiamo solo con dei risultati. Finora siamo sempre stati invisibili a cui chiedere lavoro a basso costo, ora siamo persone».

03/11/2010, pag 1 e 5

Un'altra notte sulla gru contro la sanatoria-truffa

Clandestini "per legge": da sabato cinque lavoratori immigrati sfidano il gelo a 35 metri d'altezza

Stefano Galieni
Fa freddo e piove a Brescia. L'inverno qui arriva duro che ti resta nelle ossa ma i cinque che sono rimasti sulla gru dei cantieri della metro, in piazza Cesare Battisti, a 35 metri di altezza, sembrano voler resistere ad oltranza. Sono lavoratori immigrati fregati dalle regole di una sanatoria per cui prima hanno versato soldi e poi sono stati respinti, costretti alla clandestinità anche se lavorano. Nel bresciano sono molte le domande bloccate da una interpretazione restrittiva della norma: 1.700 le persone che rischiano di essere espulse.
Da un mese manifestano sotto la prefettura con un presidio, una loro delegazione è venuta anche a Roma, il 15 ottobre, prima della manifestazione della Fiom. Insieme a rappresentanti di realtà di altre città d'Italia avevano avuto un incontro con il vice responsabile del dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell'interno. Al centro della discussione soprattutto il punto relativo alla sanatoria, tante domande vengono respinte perché i datori di lavoro non si presentano alla firma del contratto o non raggiungono il reddito dei 20 mila euro annui lordi necessari a presentare la domanda; in altri casi per provvedimenti di espulsione, non relativi a reati, emanati anni e anni fa. Insomma un terzo delle circa 300 mila domande presentate per regolarizzare "colf e badanti" sono bloccate. Per molti quella sanatoria era l'unica possibile, hanno pagato anche cifre enormi per accedere alla domanda e ora si ritrovano respinti.
Brescia ha reagito con energia come ha fatto già 10 anni fa, con manifestazioni e tentativi di aprire un tavolo di discussione con la prefettura. Stavolta hanno trovato solo porte sbarrate e istituzioni capaci di mostrare il volto repressivo. Per sabato avevano indetto una manifestazione vietata per la concomitanza con un raduno alpino, avevano proposto un percorso periferico, indetto ugualmente una manifestazione e sono stati caricati e percossi. Con loro quelli che da sempre solidarizzano con le lotte dei lavoratori migranti, la rete Diritti per tutti, forze politiche come il Prc, Sel, S.C. e la Cgil.
Le istituzioni stanno cercando di far alzare la tensione nella città; incomprensibile altrimenti la violenza di sabato. Ma salire sulla gru ha permesso a questa vicenda di uscire dalle dinamiche cittadine e di imporsi a livello nazionale: «Sabato - racconta Felice Mometti, di Diritti per tutti - abbiamo presentato alla prefettura le nostre richieste: incontro con il ministero dell'interno, recepimento dei ricorsi per la pratiche rigettate, emersione dal lavoro nero per chi denuncia i datori di lavoro, ripristino del presidio che è stato demolito. Ci hanno risposto con la disponibilità ad aprire un tavolo solo se i ragazzi scendevano dalla gru. Chiaramente abbiamo rifiutato, sarebbe stata una fatica inutile».
Quindi un'altra notte all'addiaccio. Coperte, cibo e vestiti vengono portati su e c'è una comunicazione costante, anche se le forze dell'ordine tentano ogni tanto di rallentare le operazioni. Le istituzioni sembrano unite nel voler stimolare il razzismo cittadino. Il vicesindaco, ennesimo sceriffo leghista, ha proposto di andare a prendere sia chi è sulla gru sia chi manifesta sotto, portare tutti nei Cie e poi espellerli. In sintonia con quanto affermano i provocatori di Forza Nuova che per sabato 13 hanno indetto una manifestazione nazionale contro prostituzione e immigrazione, proprio a Brescia. «Intanto si cercano strade per trattare - racconta Fiorenzo Bertocchi, segretario bresciano del Prc - La curia è preoccupata per le reazioni della città ma comprende le motivazioni dei lavoratori; la Cisl è cauta; la Cgil chiede che il tavolo si riapra. Una strada è quella di ricominciare a discutere senza imporre ai ragazzi di scendere e riaprendo il presidio».
Le forze politiche e sindacali stanno prendendo posizione; per il Prc il segretario nazionale Ferrero ha rilasciato un comunicato in cui afferma: «Hanno scelto una forma estrema di protesta, per chiedere l'attenzione dei media e delle autorità. Berlusconi telefoni in questura anche per loro, che hanno tutto il diritto di ottenere il permesso di soggiorno».

Liberazione 02/11/2010, pag 6

Fiat, tonfo confermato Fiom: «Basta melina»

Metalmeccanici Cgil: «Confronto su strategie e investimenti». Oggi l'incontro

Fabio Sebastiani
«Sono dati gravi, preoccupanti, i peggiori della storia», Giorgio Airaudo, segretario nazionale e responsabile auto della Fiom-Cgil, non lesina certo gli aggettivi nella valuzione sulle prospettive della Fiat. Fiat Group Automobiles ad ottobre ha segnato sul mercato italiano una quota pari al 27,46%, in deciso calo rispetto al 32,56% di un anno fa e ai livelli più bassi da agosto 2005. I numeri del mercato francesce, usciti sempre ieri, non fanno che confermare il quadro: ad ottobre 2010 di fronte a un un calo del 18,7% rispetto allo stesso mese del 2009 la Fiat registra un meno 24,6% e un calo dell'8,4 nei primi dieci mesi del 2010.
Il punto, sembra di capire nel corso della conferenza stampa che la Fiom ha indetto alla vigilia dell'incontro con l'azienda e a due giorni da quello del neoministro Paolo Romani con i vertici del Lingotto, non è solo la stima di Federauto (calo delle vendite del 39,5%, rispetto al -29% dell'intero mercato dell'auto) ma tutto il resto, a partire dalla mancanza degli investimenti, dall'annullamento del programma dei cosiddetti nuovi modelli al misterioso cambiamento della causale alla richiesta di cassa integrazione per Pomigliano d'Arco. La Fiom non ci sta più al giochino della "mosca cieca". Ce ne è abbastanza per tornare a chiedere al Governo un coinvolgimento diretto e alle altre organizzazioni sindacali un giro di assemblee in tutti i siti produttivi. «I lavoratori sono maturi per decidere», sottolinea Airaudo. Se non altro per smontare una volta per tutte, i dati illusori diffusi da Marchionne sul grado di sindacalizzazione in Fiat. «L'amministratore delegato - aggiunge Airaudo - fa il furno quando parla del 12% alla Fiom. Quello è il dato degli iscritti. La rappresentanza di misura al momento del voto delle rappresentanze sindcali. E lì arriviamo al dato medio del 33%».
Quella della Fiat è una partita che la Fiom vuole giocare fino in fondo. E per questo non nasconde nemmeno gli scenari più pessimistici, come il progetto della Newco, così simile alla vicenda Alitalia. «Chiedono impegni precisi ai lavoratori - dice Airaudo - ma non si capisce quali sono i loro di impegni e, soprattutto, il volume degli investimenti dell'azionista».
Tra i capitoli neri della Fiat c'è solo l'imbarazzo della scelta. Mentre aumenta la cassa integrazione, che rischia di estendersi a tutto il 2011 nella stessa quantità di oggi l'azienda dismette alcuni modelli (Multipla e Croma) e non dà segnali di voler implementare quelli programmati sulla carta. Il giallo della cassa integrazione in deroga (di otto mesi) a Pomigliano non fa che aggravare il quadro generale. Mentre la Fismic dice che è l'unico strumento possibile in questa fase, la Fiom chiede di chiarire perchè è stata messa al posto della cassa integrazione straordinaria, prevista dall'intesa per due anni dall'avvio degli investimenti. «Cosa è successo? Il cambio di causale non è irrilevante visto che la cassa in deroga è assunta senza che contestualmente ci siano impegni occupazionali», denuncia Airaudo. La scelta di optare per la cassa in deroga, d'altra parte, allarma il sindacato anche perchè, dice ancora Airaudo, «è uno strumento eccezionale impiegato in situazioni davvero gravi, come quelle denunciate da Bertone o da Pinfinfarina». Senza contare che Fiat sconfessa l'accordo appena firmato nel luglio scorso con Fim e Uilm, che ieri hanno chiesto un confronto solo su Mirafiori «per fare il punto». I responsabili torinesi di Fim, Uilm e Fismic, Claudio Chiarle, Maurizio Peverati e Vincenzo Aragona, hanno detto che «per Mirafiori è arrivato il tempo di agire. Basta tergiversare, occorre definire regole chiare che diano un segnale di stabilità a tutto il territorio». «Sullo stabilimento torinese - ha osservato Peverati - c'è un silenzio preoccupante. Bisogna aprire un confronto per capire quali sono le intenzioni dell'azienda avendo bene presente che qualsiasi accordo non può essere una fotocopia di quello di Pomigliano». Sulla Fiat è intervenuto anche Guglelmo Epifani, segretario uscente della Cgil. «Puoi anche lavorare 365 giorni l'anno e 24 ore al giorno, ma se fai auto che poi non si vendono la produttività sempre zero resta», ha detto. Su Marchionne, Epifani ha aggiunto che «è stato abile a rovesciare l'attenzione spostandola dalla qualità dei prodotti alle modalità con cui si lavora» negli stabilimenti italiani.

Liberazione 03/11/2010, pag 4

Ue: disoccupazione al 10,1% Record negativo dal 2002

Male l'Italia (8,3) disastro Spagna (20,8). La Germania scende al 7 per cento

Victor Castaldi
Continua ad aumentare la disoccupazione in Europa: in settembre, secondo i dati Eurostat, il tasso è salito al 10,1% nell'Eurozona (dal 10% di agosto) ed è rimasto stabile al 9,6% nell'Ue a 27 paesi. E' il dato peggiore da quando è entrato in circolazione l'euro. In Italia, i disoccupati sono aumentati dall'8,1% di agosto all'8,3%.
Secondo le stime di Eurostat, 23,109 millioni di uomini e donne erano disoccupati nel mese scorso, di cui 15,917 millioni nei 16 paesi dell'Eurozona. Rispetto ad agosto, il numero dei disoccupati è aumentato di 71 mila nell'Ue27 e di 67 mila nella zona euro. In un anno, sono aumentati di 656 mila in Ue e di 424 mila nell'area Euro. I livelli piu' bassi di disoccupazione sono quelli di Olanda (4,4%) e Austria (4,5%), mentre i più elevati sono quelli di Spagna (20,8%), Lettonia (19,4% nel secondo trimestre), Estonia (18,6%) e Lituania (18,2%). Rispetto a un anno fa, nell'Eurozona la disoccupazione è salita dal 9,8% al 9,9% fra gli uomini e dal 9,9% al 10,3% fra le donne. Quanto al dato sui giovani sotto i 25 anni, è pari al 20% nell?Eurozona (20,2% un anno fa); i tassi più bassi sono stati registrati in Germania (8,5%), Olanda (8,6%) e Austria (8,9%) e quello più elevato in Spagna (42,5%). In settembre, la disoccupazione negli Stati Uniti era pari al 9,6%, mentre in agosto era del 5,1% in Giappone.
Insomma, nella locomotiva d'Europa, la Germania sembra l'unico grande paese ad avere una marcia in più, I dati sulla disoccupazione di ottobre, così positivi che il ministro del Lavoro, Ursula von der Leyen non aveva potuto fare a meno di anticiparne il valore più rilevante. I disoccupati sono calati sotto la soglia psicologica di 3 milioni, per la prima volta dal novembre 2008 ma se si guarda ai soli mesi ottobre si tratta del livello più basso da ben 18 anni: dal 1991, niente male in questi tempi di crisi nera. Nella prima economia dell'area euro si sono contati 2 milioni 945 mila disoccupati, 86 mila in meno in un mese a riflesso sia ai miglioramenti stagionali, sia alla solidità della ripresa economica. Da mesi dalla Germania giungono segnali che riflettono un netto miglioramento dei fondamentali dell'economia superiore a moltei altre capitali Tanto che finora i dati aggregati su tutta l'area euro hanno mostrato una disoccupazione inchiodata al 10,1 per cento, da cinque mesi il livello più elevato dal lancio della valuta unica. Il governo tedesco ha recentemente rivisto al rialzo, raddoppiandole le previsioni di crescita economica sul 2010, Pil al più 3,4 per cento, seppur mantenendo la cautela sul 2011 su cui stima un rallentamento al più 1,8 per cento.

Liberazione 30/10/2010, pag 2

Sotto l'Ulivo non c'è riparo per gli operai

Dino Greco
Mario Pirani ci spiega, su la Repubblica di ieri, «perché Prodi e Marchionne hanno le stesse idee sulla Fiat», idee che, of course, anche l'editorialista caldeggia convintamente. La tesi che vi si trova riassunta è molto semplice: l'amministratore delegato della Fiat non racconta balle, come cialtroneggia la Fiom, e non è affatto un satrapo; semplicemente, egli prende atto delle condizioni imposte dalla globalizzazione e propone, né più né meno, che i modi dell'operazione di salvataggio andati a buon fine con la Chrysler e salutati con sperticate lodi da Barak Obama, siano accettati senza piagnistei anche in Italia. Anzi - puntualizza Pirani - il modello proposto da Marchionne per l'Italia sarebbe molto più vantaggioso per i lavoratori di quello coniato per Detroit. Perché mentre agli operai statunitensi è stata imposta una riduzione del salario del 20% oltre ad ulteriori decurtazioni del contributo aziendale al fondo sanitario dei pensionati; mentre il sindacato americano ha accettato una moratoria sugli scioperi sino al 2015, la soluzione campana assicurerebbe ai lavoratori più salario, purché essi accettino di lavorare il sabato e la domenica e si assoggettino al Wcm, la nuova metrica che satura ogni frazione di tempo, aumentando la produttività del lavoro, più prosaicamente conosciuta come "olio di gomito". Quanto agli scioperi, secondo gli occhiali di Pirani, la sola preclusione imposta dalla Fiat riguarderebbe il fine settimana. Dunque, non si capirebbe proprio di cosa abbiano a lamentarsi gli operai italiani, che dovrebbero anzi abbracciare Marchionne come un salvatore, considerato che gli stabilimenti ubicati nello stivale rappresenterebbero nient'altro che una palla al piede per il gruppo torinese, oggi divenuto multinazionale senza più vere radici nel nostro Paese. Insomma - conclude Pirani - se si vuole che sopravviva, in Italia, un'industria dell'auto, le condizioni sono queste. Il "prendere o lasciare" di Marchionne non sarebbe dunque un atto di protervia, di prepotenza, ma di sano realismo. Ora, chi fra i dipendenti Fiat avesse letto questo edificante riassuntino di Pirani, non si raccapezzerebbe più, tanto caricaturale ed omissiva è la descrizione del dictat di Pomigliano che, detto per inciso, Marchionne non considera neppure la tappa conclusiva delle deroghe contrattuali che potranno rendersi necessarie in altri segmenti dell'arcipelago Fiat.
Liberazione ha ampiamente dato conto dei termini reali di quell'editto, dei tagli delle pause, delle penalizzazioni economiche in caso di malattia, della trasformazione del diritto di sciopero in comportamento passibile dei più gravi provvedimenti disciplinari, dell'intensificazione di ritmi di lavoro già spinti sino al limite della sopportabilità, causa di stress e di gravi compromissioni dello stato di salute, dettagliatamente raccontate per noi dall'operaio Antonio Di Luca nel giornale del 26 ottobre scorso. Quanto ai miserabili salari che si erogano in Fiat, Pirani ha dimenticato il taglio unilaterale del premio di risultato che Marchionne ha deciso di non corrispondere ai propri dipendenti, mentre contemporaneamente aumentava i propri lauti emolumenti e distribuiva dividendi agli azionisti.
La sfida per la competitività di Marchionne consiste, al momento, soltanto in una stretta sul lavoro, nei termini più classici inscritti nel tradizionale conflitto di classe: salario, orario, ritmi e condizioni di lavoro, diritti individuali e collettivi, prerogative sindacali. Il resto è fumo. Resta da spiegare, ma il tema è elegantemente rimosso da Pirani, perché in Germania, nell'industria dell'auto, a retribuzioni molto più alte, a condizioni di lavoro meno dure, a poteri sindacali più consistenti corrispondano solidità e competitività aziendali non comparabili con la situazione italiana. Che poi Prodi - e certo non solo lui, nell'area del centrosinistra - la pensi così, dice solo quale ribollita ci somministrerebbe il cosiddetto riformismo quando dovesse tornare ad occuparsi, da posizioni di potere e forte di questa schietta propensione liberista, dei rapporti tra capitale e lavoro.
Il fatto è, una volta di più, che se non sarà la sinistra ad occuparsene, non lo farà nessuno.
Dino Greco

Liberazione 02/11/2010, pag 1 e 7

Fincantieri, sciopero ad Ancona

Quattro ore di sciopero, un corteo di oltre 1.000 personeche ha poi attuato due presidi ai varchi del porto bloccando il traffico: decine e decine di Tir e auto in uscita fermi alla dogana, nessun gesto di intemperanza. Così i 600 lavoratori della Fincantieri di Ancona hanno fatto sentire ieri la loro voce per scongiurare l'avvio della Cigs per 550 di loro dal 15 novembre, in pratica tutte le maestranze dello storico cantiere cittadino. Alla manifestazione unitaria, indetta dalla Rsu e dai sindacati di categoria, hanno preso parte anche gli operai di altre aziende navali e metalmeccaniche della provincia, dalla Merloni di Fabriano al Crn, alla Bunge e rappresentanti di Pd, Sel e Federazione della Sinistra, delle istituzioni - tra gli altri il sindaco Gramillano, la presidente della Provincia Casagrande, l'assessore regionale al LavoroLuchetti - e militanti dei centri sociali.

Liberazione 27/10/2010, pag 4