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giovedì 4 agosto 2011

Precari da cancellare

"Si scrive innovazione, si legge precarietà". E' questo lo slogan con il quale, pochi giorni fa, ci siamo presentati davanti al ministro Renato Brunetta durante il "Convegno nazionale sull'innovazione" organizzato al Macro di Roma. Abbiamo chiesto la parola; ce l'hanno concessa, ma come abbiamo cominciato a porre la questione della precarietà all'interno della pubblica amministrazione, soprattutto in quegli enti che si dovrebbero occupare di lavoro e combattere la crisi occupazionale, Brunetta ha girato i tacchi definendoci "l'Italia peggiore". Siamo gli "in-dipendenti precari per la PA", e rappresentiamo le varie figure professionali precarizzate di alcuni enti parastatali come Italia Lavoro, Formez, Sviluppo Lazio. Non ci sentiamo per niente l'"Italia peggiore", anzi. Il titolare della Funzione pubblica dovrebbe riflettere bene sulle parole che ha usato. Di fatto, siamo noi che mandiamo avanti in molti luoghi di lavoro la "macchina dello Stato". Il caso di "Italia Lavoro" è emblematico: al 31 dicembre del 2010 su circa mille addetti ben 633 sono "collaboratori". E in molti casi occupano posti di responsabilità e svolgono un lavoro di direzione e di progettazione. Spesso le nostre relazioni e le nostre ricerche vengono firmate da altri. Siamo, insomma, dei professionisti.
Quelle in cui lavoriamo sono aziende che si muovono con un compito istituzionale strategico, ma con culture organizzative e di gestione delle risorse umane assolutamente privatistiche, consentendo assunzioni senza concorso, a chiamata diretta, un largo impiego di contratti atipici, un affidamento spregiudicato di consulenze esterne con procedure poco o affatto trasparenti.
Generano precarietà, instabilità, disoccupazione, disperdendo elevate competenze e professionalità proprie di lavoratori che con passione sono fidelizzati agli obiettivi dichiarati di sostegno ai diritti di cittadinanza sociale. Si tratta per questo di mission tradite, sia nella distanza tra obiettivi dichiarati ed interventi realizzati e perseguiti, sia nella non cura del destino di chi vi lavora.
L'arrivo del Collegato lavoro ha finito per far esplodere le contraddizioni. Molti precari hanno sottoscritto la famosa lettera con la quale reclamano i diritti. E cosa è accaduto? Semplice, è passata la più odiosa delle discriminazioni: niente rinnovi a chi ha leso la "maestà" della pubblica amministrazione.
Vi ricordate dei lavoratori/trici di Italia Lavoro licenziati con rescissione unilaterale del contratto in essere tramite raccomandata a casa e senza preavviso, ormai più di due mesi fa, per aver osato tutelare i propri diritti sul posto di lavoro, nel pieno utilizzo delle norme vigenti (art. 32 della L. 183/2010, Collegato lavoro)? Protestammo platealmente davanti al ministro Maurizio Sacconi e alcuni furono reintegrati, questa volta con un sms.
La consideriamo una vittoria significativa, frutto di una mobilitazione collettiva, condivisa passo dopo passo, con la paziente volontà di ricomporre le frammentate soggettività rimaste con un colpo di spugna senza reddito, luogo di lavoro, identità professionale, e con la passione e la rabbia di chi pensa che la dignità non può essere ricomposta così con la stessa tempestività, tramite sms.
Ma non possiamo fermarci. E pensiamo di estendere la nostra lotta anche ad altre aziende.
Noi precari al servizio della PA, consapevoli della specificità di ogni nodo della rete, siamo riusciti a costituirci come corpo collettivo, rompendo l'isolamento e la frammentazione tipica della nostra condizione di ‘liquide soggettività', costruendo spazi connettivi orizzontali e luoghi fisici di incontro ed elaborazione politica che oltre alla vertenzialità delle singole lotte siano in grado di coagulare nuove soggettività, di restituire loro la parola, di confliggere e cospirare.
Una ribellione sana, il cui obiettivo è far saltare la pratica di un "servizio pubblico" che in realtà sta diventando sempre di più una "cosa loro". Gruppi di potere, consorterie, filiere politico-affaristiche prive di scrupoli, apparati di tutti i generi, spacciano per interesse della collettività ciò che è solo il loro mero obiettivo privato. E il lavoro professionale ne viene completamente investito, in un clima di forti ricatti, colpi bassi, frammentazione dei singoli lavoratori, arrivismo sociale della peggior specie. In una parola, azzeramento dei diritti.
Quello che stiamo difendendo con la nostra lotta non è soltanto il posto di lavoro ma una precisa idea di servizio pubblico in cui le risorse, le intelligenze e le professionalità vengono messe a frutto perché sia tutta la società ad avvantaggiarsene. Spesso, invece, ciò a cui siamo costretti ad assistere è un impiego molto discutibile, se non addirittura uno sperpero della ricchezza pubblica. Spesso, la nostra professionalità potrebbe apportare valore aggiunto, ma di questo non sembra importare nulla a nessuno. La politica, e certi ranghi della pubblica amministrazione, preferiscono girare la testa dall'altra parte.
Queste pratiche ormai non sono più occultabili. La sete di potere ha finito per rendere il fenomeno del precariato abnorme. Al contrario di quello che sostiene lo stesso Brunetta, nella pubblica amministrazione ci sono situazioni in cui la percentuale di "atipici" sfiora il 50% degli organici. Si è mai chiesto il ministro come è possibile che i progetti vengano comunque portati in porto in una situazione così poco equilibrata. La risposta è perché noi siamo la parte "migliore dell'Italia".


Liberazione 16/06/2011, pag 9

Dal 9 aprile agli Stati Generali della precarietà

http://noprecari.wordpress.com/

«Non c’è più tempo per l’attesa». Per questo un’intera generazione, quella “precaria”, ha deciso di «prendersi spazi e alzare la voce»: il 9 aprile in oltre trenta piazze in tutta Italia c’è stata la prima, grande giornata di mobilitazione nazionale che vedrà manifestare chi ha lavori precari o sottopagati, chi non riesce a pagare l’affitto, chi chiede un mutuo e non glielo danno, chi non trova lavoro e chi passa da uno stage all’altro. Questo è il “vostro” spazio aperto da Liberazione.

www.liberazione.it

Un Bene Comune da liberare. Dal basso e da sinistra

Roma Sciopero Metropolitano

Contro una "città sbilanciata". Per continuare nel percorso di Roma Bene Comune. Per contribuire al successo del primo Sciopero Metropolitano. Per respirare quell'aria frizzantina portata dal vento di cambiamento che spira da Milano a Napoli. Scegliete voi "il motivo" per il quale lunedì 30 maggio è stato fondamentale scendere in piazza, a Roma, in occasione dello sbarco in Consiglio comunale del bilancio 2011 marca Alemanno. «Lacrime e sangue» la definizione più utilizzata per il bilancio da lavoratori, precari, senza casa, migranti, operatori sociali e del mondo della cultura.
Personalmente, il motivo che mi ha portato in piazza è stato quello di mostrare come, anche nella città vittima dei governi Alemanno e Polverini, esiste qualcosa, in basso a sinistra, che sta delineando un futuro migliore del presente. Esiste qualcosa che non guarda ai giochi politici, a un centrosinistra sempre più appiattito sull'immagine salvifica di Nicola Zingaretti.
Esiste una Roma Bene Comune che da un anno ha saputo raccogliere istanze, vertenze, lotte - sociali e metropolitane - intorno a un rete aperta a tutti e da tutti: sindacati di base - Usb, Cobas, Orsa, Usi - movimenti, comitati per i "Sì" ai referendum del 12 e 13 giugno ma anche forze politiche anticapitaliste - Federazione della Sinistra e Sinistra Critica.
E' stato quasi inevitabile, quindi, unirsi - e il caso ha voluto che fosse nel giorno dei ballottaggi - per occupare la piazza del Campidoglio. Nonostante il caldo, nonostante fosse un lunedì pomeriggio, un grazie allo sciopero a livello cittadino indetto dai sindacati di base, un po' per la capacità di mobilitazione delle forze che compongono la rete, ma soprattutto per il radicamento territoriale della rete stessa, sono state oltre 10mila le persone che dal Colosseo, attraversando il Circo Massimo e Bocca della Verità, si sono riunite sotto la statua del Marco Aurelio per una grande assemblea popolare.
Ogni intervento, che fosse "di movimento" o "politico", è giunto alla medesima conclusione: dopo Milano liberata dal trio Moratti-Formigoni-Berlusconi, dopo Napoli liberata dal duo Bassolino-Iervolino e scampato il pericolo Lettieri-Cosentino, è arrivato il momento che Roma si liberi di Alemanno. Il sindaco è in difficoltà. Lo abbiamo capito con il rimpasto di giunta che ha consegnato, a gennaio, il Bilancio in mano a Capitalia (con Lamanda assessore) e Scuola e Famiglia in mano alla Chiesa (con De Palo - presidente Acli - nominato assessore). Ne abbiamo avuto conferma con gli Stati generali di febbraio che hanno consegnato Roma in mano ai vari Regina (Unindustria), Abete (Bnl), Della Valle, Sabelli e Colaninno (Alitalia). Con il Bilancio 2011, ne stiamo avendo il terzo indizio - e tre indizi fanno una prova: Roma è una città sempre più in mano ai privati, ai poteri forti, alla rendita. Noi invece vogliamo affermare che Roma è un Bene Comune da liberare. Dal basso e da sinistra.
Da. Nal.


Liberazione 02/06/2011, pag 11

mercoledì 15 giugno 2011

Opposizione sociale metropolitana possibile

A Roma la protesta dei precari della rete Reddito

Daniele Nalbone
«I precari non vogliono sconti». «Noi la Gerit non la paghiamo». Il tutto condito da lancio di ortaggi e uova. Così, tra slogan e striscioni, ieri mattina circa duecento precari della rete Reddito per tutti hanno "assaltato" la sede di Roma della Gerit/Equitalia, in viale Palmiro Togliatti, «uno dei luoghi simbolo di questa crisi» spiegano gli attivisti, accompagnati nel blitz dalla rete Roma Bene Comune. Manifestare contro quella che viene definita dai precari, dai parasubortinati, dai senza casa «un'agenzia dello strozzinaggio legalizzato che oggi, attraverso una normativa di emergenza, è addirittura autorizzata dal Governo a entrare direttamente sui nostri conti correnti e congelare le poche disponibilità finanziare, a pignorare i nostri beni» è il modo "precario" di avvicinarsi alla data del 30 maggio. Quel giorno il bilancio comunale della Giunta Alemanno, un bilancio «lacrime e sangue», sbarcherà in consiglio: «tagli ai servizi essenziali per 125 milioni di euro» spiegano dalla Federazione della Sinistra di Roma «aumenti di tasse e tariffe per 300milioni, privatizzazioni e ricorso ai capitali privati per trasformare la carenza di fondi in occasione di arricchimento dei soliti noti». Per questo la rete Roma Bene Comune (movimenti, sindacati di base, Federazione della Sinistra, Sinistra critica) darà vita, lunedì, a una grande manifestazione che dal Colosseo (partenza alle 15) raggiungerà la piazza del Campidoglio dove si terrà una grande assemblea cittadina. Non solo. Per dare il "benvenuto" al bilancio 2011 l'Unione sindacale di base, i Cobas e altre sigle del sindacalismo di base hanno indetto una giornata di "sciopero metropolitano": lunedì 30 maggio incroceranno le braccia i lavoratori di Atac (azienda trasporti), Ama (rifiuti), Acea (acqua ed energia) «e di tutte le aziende che rientrano nel piano della Holding Roma Capitale deliberato dalla Giunta Alemanno». In questa nuova holding, società con socio unico Roma Capitale, saranno raggruppate le quote detenute dal comune nelle società di servizi pubblici locali: Ama (100%), Atac (100%), Acea (51%), Investimenti (22,5%), Centro Agroalimentare Romano (31%), Centro ingrosso fiori (20%), Eur (10%). In aggiunta, il Comune inserirà nella holding anche le società di servizi strumentali «strettamente necessari per il perseguimento delle finalità istituzionali»: il 100% di Risorse per Roma, Aequa Roma, Roma Metropolitane, Servizi Azionista Roma, Roma Servizi per la Mobilità, Ze'tema. Ciliegina sulla torta, alla Holding Roma Capitale saranno conferite, alla voce «non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali», anche le partecipazioni in aziende "calde" come Aeroporti di Roma e Centrale del Latte, le cui quote saranno successivamente dismesse. Inevitabile, quindi, una protesta dal basso come quella proclamata dalla rete Roma Bene Comune e rilanciata dalle forze di opposizione che siedono in Campidoglio: «il nostro obiettivo» ci spiega Fabio Nobile, consigliere regionale FdS, spiegando il percorso della rete Roma Bene Comune «è costruire un'idea diversa di città: più libera, più giusta, più sostenibile, più solidale. Il tutto, in opposizione al progetto di bilancio comunale "da società privata", contro gli attacchi al lavoro e allo stato sociale, e ovviamente in preparazione degli appuntamenti referendari del 12 e 13 giugno». Insieme ai dipendenti della futura Holding Roma Capitale si asterranno dal lavoro i dipendenti Usb del Pubblico Impiego capitolino, dei nidi e delle scuole di infanzia, delle cooperative sociali, dei canili comunali, della ricerca. I motivi di questa mobilitazione "sindacale" sono evidenti e si sono palesati anche nell'assemblea di martedì scorso organizzata da Roma in Action e alla quale hanno partecipato forze politiche (Sel, FdS, Pd), sindacali (Cgil) e sociali (Roma social pride, Città Altra Economia, Cultura bene comune): «il 30 maggio potreremo in piazza l'opposizione a un bilancio» ci spiega Bartolo Mancuso di Roma in Action «che disegna una città accentrata, privatizzata e impaurita, alla quale vogliamo contrapporre la nostra idea di Roma città pubblica, decentrata e solidale». Inevitabile, quindi, trovare nel 30 maggio la data ideale per la prima sperimentazione di "sciopero metropolitano": «lunedì sarà il punto di arrivo di una sperimentazione lunga un anno, iniziata proprio con la protesta contro il bilancio 2010» ci spiega Paolo Di Vetta dei Blocchi Precari Metropolitani. «In questo anno è nato un "laboratorio indipendente" tra movimenti, sindacati di base, realtà autoconvocate, partiti della sinistra che ha portato 15mila persone a manifestare sotto la Regione Lazio, sei tra attivisti e sindacalisti a occupare il tetto di "palazzo Polverini" per due settimane , e che ha dato vita - in occasione degli Stati Generali della Città - alla rete che ha preso il nome di Roma Bene Comune. Una rete che, oggi, si configura con le caratteristiche dell'opposizione sociale metropolitana possibile».


Liberazione 27/05/2011, pag 8

Storie di un'Italia che lavora

Il libro sui precari

Isabella Borghese
Marianna Madia è appena trentenne. E' parlamentare alla Camera dei Deputati ed anche autrice di "Precari. Storia di un'Italia che lavora" (collana Problemi Aperti, Rubettino editore), con prefazione di Susanna Camusso.
Un "lavoro" questo di Madia che ripercorre gli ultimi tre anni di politiche sul lavoro del governo di centrodestra e racconta di come l'opposizione parlamentare ha lavorato su questi temi. «Mi sono interessata a questi temi - asserisce - più che ad altri aspetti di competenza della commissione Lavoro a partire proprio da una vicinanza "generazionale" e di genere. Precari sono soprattutto le donne e i giovani anche se il fenomeno del lavoro con meno o nessuna garanzia si sta espandendo ben oltre la dimensione giovanile. Detto questo non ho mai creduto in una specializzazione della rappresentanza». «Ho scelto di occuparmi di questo tema - aggiunge - non solo per una questione di sensibilità o appartenenza o perché quasi tutti i miei amici vivono la condizione della precarietà, ma perché lo ritengo il tema chiave per l'Italia del futuro».
Marianna Madia è la prima firmataria di una proposta di legge cofirmata da un centinaio di colleghi del Pd e delle opposizioni per l'istituzione di "un contratto unico di inserimento formativo". Si tratta di un percorso che, partendo da un ingresso a tempo determinato per un massimo di 36 mesi, conduce, attraverso un incentivo alla formazione, alla trasformazione in un tempo indeterminato. Si rovescia la logica degli incentivi attualmente in vigore in alcuni contratti, come quello dell'apprendistato. «Con la nostra proposta - chiarisce la Madia - che vede tra i primi firmatari i colleghi Ivano Miglioli, Maria Grazia Gatti e Giulio Santagata, maggiore è la permanenza in azienda e la formazione del lavoratore, maggiori saranno gli incentivi di cui gode l'azienda».
L'Ispra, caso tipico di precariato.
«L'Ispra - interviene Madia - è uno dei tanti enti di ricerca trattati non per ciò che producono per il Paese ma come strumento per fare cassa. Un fare cassa senza molto senso economico. Si spendono soldi per fare concorsi e poi non si assumono i vincitori generando ansie e frustrazioni nei vincitori, si applica il blocco del turn over anche agli enti che si pagano da soli - con commesse e progetti - i propri stipendi. C'è un rigorismo a parole che maschera tanta confusione e nessuna idea».
Un testo, insomma, che affronta il precariato non solo come un contratto a termine ma una generale destrutturazione del mercato del lavoro che va fermata con soluzioni nuove e innovative.
«Quando Giulio Tremonti è venuto a presentare il mio libro - racconta Madia - il ministro, ha notato Lucia Annunziata, non ha mai pronunciato la parola precari. E non credo solo per spirito di contraddizione con me o con Susanna Camusso, che ha firmato la prefazione del libro ma perché è un problema che non appartiene al suo orizzonte culturale».


Liberazione 19/05/2011, pag 11

venerdì 10 giugno 2011

Dal corteo dei precari un messaggio chiaro: lo Stato uccide la ricerca

9 aprile 2011 Il nostro tempo è adesso

Isabella Borghese
Piazza della Repubblica, una madre.
Piazza dell'Esquilino, un trentenne.
Colosseo, una quarantenne.
Lungo il corteo: maschere e camici bianchi dei precari Ispra.
A piazza della Repubblica una donna impugna con forza e fermezza il bastone di un cartellone.
Nel silenzio delle parole scritte l'intento di lanciare un grido o anche una richiesta di ascolto è un'idea improbabile eppure ben riuscita: «Mio figlio è costretto a vivere all'estero da tre anni perché l'Italia non lo vuole», racconta con pennarello rosso. Questa donna è Vera, madre di Stefano, che vive a Londra da tre anni. Nei suoi occhi indignazione e tristezza. Non le va giù niente del nostro paese. Reputa persino indecente che alla manifestazione non si vedano genitori in piazza, con i figli o anche solo per i figli.
Stefano si è laureato con lode in tempi da record con una tre più due in fisica. Dopo sei mesi di stage al Santa Lucia, costretto alla disoccupazione, ha scelto Londra. Arriva lì tre anni fa. Prima segue un master, ora un dottorato sul sistema visivo dei topi. Guadagna 1.300 sterline al mese.
Vera è indignata: l'Italia spreca le proprie risorse, i suoi giovani e li costringe ad andar via. Eppure mentre è accompagnata dalla tristezza e parla di questo figlio che non è in piazza, ma all'estero a lavorare, riesce a sperare lo stesso in questa manifestazione: nei precari che in massa superano la paura del precariato-ricattabile consegnando alla piazza la sua instabilità e una richiesta di sensibilità e un'attenzione mai urgenti quanto adesso.
A piazza dell'Esquilino richiamano l'attenzione tre uomini in giacchetta fluorescente e giunti dal presidio sotto il Gazometro dove quattro colleghi per protestare sono saliti da sei notti. Alla manifestazione i tre fanno sventolare un lenzuolo in cui la vernice racconta di circa 400 dipendenti della Conus S.p.A. a rischio di licenziamento non appena scadrà l'appalto della società che opera per l'Eni.
Pietro è un trentenne. In viso indossa una maschera fatta di rabbia e forza. Single, mi dice, e per fortuna, aggiunge, senza famiglia a carico e senza mutuo. Certo, bisogna aggiungere, non sa prevedere, né immaginare se riuscirà mai ad andare via dalla casa della madre. Da quattro anni è finalmente riuscito ad avere un contratto a tempo indeterminato. Oltre alla lettura del gas si occupa anche della verifica dei contratti e delle fughe. Su Roma della Conus sono circa in settanta a eseguire questo lavoro. Lui sa che i suoi colleghi non scenderanno dal Gazometro fino a quando non otterranno la salvaguardia occupazionale. Fino a quando potranno rientrare nelle proprie case senza temere alcun licenziamento. Non sa se questa giornata e la loro protesta saranno un successo, Ma, dice, possiamo solo sperare e augurarci il meglio. Quello che accade intorno a noi certo non ci rincuora.
Colosseo. Osservo il volto della paura e della rassegnazione.
La donna curriculum, la chiamo. Lei non si è fatta il corteo. Non ha manifestato con nessuno. E' immobile lì da qualche ora. Ha un cartello appeso al collo. Sono un cv specializzato in informatica. Cerco lavoro, è scritto in nero e con evidenziatore giallo. Come se nulla, delle sue parole, dev'essere trascurato. Arriva nel modo del lavoro con un diploma a un Istituto d'Arte. Ma le sue competenze non le ha mai potute mettere a servizio di un lavoro. Così ha iniziato con diversi corsi della regione, tutti legati all'informatica. Approda in un'azienda, ma a seguito di due incidenti è stata licenziata. Oggi lavora come consulente esterna dell'Istat. Si occupa del censimento. Non vuole entrare nel dettaglio di nulla.
La donna curriculum è persino stanca di parlare. Negli ultimi anni si è impegnata in una media di due colloqui a settimana. Ha affrontato anche quelli telefonici tramite monster. Il massimo risultato è stato un complimento per le competenze troppo specializzate o l'offerta di assunzione con un co. co. pro. Per soli tre mesi.
La donna curriculum è avvilita. Si vede. E si sente in quello che omette e nel non voler approfondire più di tanto. I giovani hanno ragione ad aver paura, ma noi? Mi chiede. Si chiede. Tra qualche anno avrò poco più di quarantacinque anni. Chi mai mi assumerà a quell'età!
Resta lì a lungo. Il palco è animato da voci precarie. Lei resta lì, sola, in disparte, a cercare lavoro vestita da cv.
Una bambina tiene in mano un cartello arancione, Mamma non lavora più, c'è scritto. I soldi non bastano. Ma ride. Sembra si stia divertendo con il suo cartellone e l'aria smorfiosa.
La mamma è una precaria su vari fronti: della scuola, in primis. Poi dell'Archivio storico dell'Istituto Luce. Oggi? Il suo stipendio è dato da cinque ore di supplenza a settimana in un istituto superiore a Torre Maura, dove insegna filosofia. La testimonianza che impugna la figlia in mano, va da sé, racconta la verità di questa famiglia: come fanno a vivere?
Arrivano armati di maschere bianche e camici in tinta: sono i precari Ispra. Li abbiamo visti sul tetto, nelle piazze, in Tv. Ma la loro lotta non è ancora finita. Circa 250 di loro a dicembre rischieranno di nuovo il licenziamento, causa contratti atipici.
Per questo partecipano a "Il nostro tempo è adesso".
Il corteo e con una rappresentazione che ormai è un messaggio chiaro: lo Stato uccide la ricerca.


Liberazione 21/04/2011, pag 11

Un giorno senza precari. In autunno il primo sciopero

Stati generali Blocchi e boicottaggi per ribadire: Fermi tutti

Daniele Nalbone
E sciopero precario sia. I devoti di San Precario, riunitisi lo scorso fine settimana a Roma per la terza edizione degli Stati generali della precarietà, sono pronti. Il prossimo autunno passerà alla storia come quello del primo sciopero precario. Cosa accadrà concretamente quel giorno, lo hanno spiegato le 48 ore di workshop, assemblee, momenti di confronto e di aggregazione "precaria" che si sono svolti sabato e domenica tra le occupazioni di Generazione P, quartiere Pigneto di Roma, e del Volturno, ex cinema a pochi passi dalla stazione Termini.
Il prossimo autunno, quindi, potrebbe accadere che per un giorno i call center non rispondano a nessuna chiamata. Oppure che i trasporti restino prigionieri di blocchi vari. O che le case editrici si trovino "senza precari" e quindi impossibilitate a portare avanti il proprio lavoro. Potrebbe addirittura accadere, perché no, che hacker-precari (o precari-hacker) decidano di bloccare le reti delle grandi aziende. Suggestioni, certo. Costruzione di un immaginario di rabbia precaria che esce dalla narrazione «delle sfighe quotidiane» per trasformarsi in esplosione di rabbia.
Ma una certezza c'è: se si fermassero veramente tutti i precari, per un giorno questo paese smetterebbe di muoversi, di comunicare. «È questo il punto» la convinzione "di San Precario" «su cui poggiare la leva del cambiamento». Ecco allora che il vero risultato emerso dagli Stati generali 3.0 sbarcati a Roma dopo le due edizioni milanesi è stato quello di dire, alle varie mobilitazioni e sciopero programmati per le prossime settimane, «fermi tutti». Perché senza i precari, nessuno sciopero è generalizzabile. Nessun paese è bloccabile. «E allora - come spiega Andrea Fumagalli di San Precario Milano durante la plenaria di domenica pomeriggio presso l'ex cinema Volturno - da questi Stati generali è emersa la necessità che, stavolta, siano "gli altri" a generalizzare il nostro sciopero. Un momento in cui non saranno i precari e i movimenti ad allargare la piattaforma dello sciopero sindacale, ma saranno i sindacati a dover generalizzare uno sciopero in cui i precari non siano solo testimonial, ma protagonisti».
Ma cos'è uno sciopero precario? «È uno sciopero contro la precarietà - spiega Rafael Di Maio dei Punti San Precario di Roma - È uno sciopero che punta a riconquistare il diritto di sciopero, di avanzare rivendicazioni collettive. Due diritti oggi negati e che hanno ridotto questo paese a "paese precario"». Ma uno sciopero precario è impossibile da organizzare come si organizzerebbe un qualsiasi sciopero di settore o perfino generale.
Per questo ognuno si sta costruendo il "suo" sciopero. Chi, come i lavoratori autoconvocati, punta tutto sui blocchi, delle fabbriche come del traffico urbano, o chi come i precari dei call center e dell'informatica immagina una giornata di boicottaggi. C'è chi sta lavorando per uno sciopero "dei saperi" e chi sta gettando le basi per portare in piazza il mondo della cultura, dell'editoria, del giornalismo per bloccare i flussi di informazione delle città. Flussi che caratterizzano, oggi, i processi di valorizzazione della nostra società: «Soprattutto nelle aree metropolitane - spiega Andrea Fumagalli - il profitto è per tre/quarti generato dalla circolazione delle persone, merci, servizi comunicativi e immateriali. Lo sciopero precario è sabotaggio dei profitti, quindi sabotaggio di questi flussi». Sembra qualcosa di impossibile, ma a volte basta solo la "potenza d'azione" per far si che qualcosa venga fermato. Un esempio? La grande distribuzione del centro di Milano, durante la May Day, il primo maggio precario, chiude i battenti «non perché siamo in grado di bloccare i punti vendita - sottolinea Andrea - ma perché minacciamo di farlo». Ed è per questo che la prossima May Day, il primo maggio 2011 di Milano, sarà megafono dello sciopero precario. Sarà un momento "referendario" tra i precari che vi prenderanno parte attivamente e quelli che verranno intercettati su come costruire, attivamente, il primo sciopero precario nel paese precario.


Liberazione 20/04/2011. pag 6

Verso il primo sciopero precario, la piattaforma possibile

Stati Generali 3.0 pratiche di conflitto territoriale, blocco della mobilità e dei flussi. Boicottaggi

Daniele Nalbone
Pratiche dello sciopero precario. Desideri e rivendicazioni per un piattaforma possibile. Idee e parole chiave per la comunicazione. Quali relazioni con altri soggetti precari. Intorno a questi quattro punti, ieri mattina, si sono aperti i lavori della terza edizione, la prima romana dopo le due milanesi, degli Stati Generali della Precarietà. Sotto l'icona di San Precario e all'interno dell'occupazione abitativa Generazione P, un "ostello" per giovani precari nel cuore del quartiere Pigneto, gli Stati Generali 3.0 che si chiuderanno oggi con l'assemblea plenaria prevista alle 15 presso l'ex cinema occupato Volturno (via Volturno, zona Termini) stanno gettando le basi per il primo sciopero precario: data, cadenza, caduta, pratiche per dar vita a uno sciopero prettamente politico. Cosa significhi realmente "sciopero precario" lo si può capire solo partecipando attivamente a ognuno dei workshop iniziati ieri: sciopero precario significa dar vita a pratiche di conflitto territoriale, come emerso ieri dal workshop "Precarietà e territori", e non solo perché i territori sono beni comuni da difendere ma perché solo così è possibile contrastare i profitti derivanti dal saccheggio di territori e dalle speculazioni ambientali. I territori, quindi, come luoghi di resistenza attiva all'attuale modello di sviluppo. Contemporaneamente, ieri mattina, decine di precari dello spettacolo, della cultura e dell'editoria hanno ragionato su come costruire attivamente uno sciopero precario di questi settori e bloccare, ad esempio, i flussi dell'informazione per un giorno. Contemporaneamente, astenersi dal proprio lavoro per mostrare come sono i precari a mandare avanti questo settore evitando però di compromettere la propria posizione. Una suggestione: per un giorno, quello dello sciopero precario, tutti i quotidiani che vorranno raccontare questa forma di lotta dovranno "accettare" lo stesso articolo, firmato San Precario. Perché quel giorno non ci saranno collaboratori e precari disposti a raccontarsi individualmente. Nella sala teatro di Generazione P, invece, si è discusso di "Crisi economica, precarietà del lavoro e conflitto": si è presentata la May Day 2011, il primo maggio precario, ci si è confrontati sul "come" attraversare lo sciopero generale del 6 maggio. Blocco della mobilità. Blocco dei flussi. Boicottaggi. E' in questo senso che il workshop di ieri pomeriggio sui "flussi metropolitani" ha mostrato come «intervenire sui flussi delle persone, delle merci, delle informazioni significa bloccare produzione e circolazione». Chi, come, quando, dove, il primo "sciopero precario" lo si vedrà nella plenaria di oggi pomeriggio. Quel che è certo è che un blocco dei saperi, dei call center, dei migranti, del terzo settore, dell'informazione, della cultura, dell'editoria, dello spettacolo è necessario per conquistare reddito di cittadinanza, semplificazione delle tipologie contrattuali, ripristino dei diritti fondamentali.


Liberazione 17/04/2011, pag 3

Precari 120.000 via dal pubblico impiego e 1.200 da Inps. Allarme di Bankitalia. Oggi gli stati generali

Sono circa 120.000, metà del totale, i contratti precari nel pubblico impiego che non saranno rinnovati a causa della manovra economica del 2010. La denuncia arriva dalla Cgil che indica in 100 milioni di euro l'importo del risparmio. All'Inps, intanto, saranno estromessi 1.200 interinali.
Di disoccupazione giovanile si occupa anche l'ultimo bollettino di Bankitalia. Il tasso di occupazione si è attestato a febbraio "sui livelli minimi dell'estate scorsa (circa 650 mila persone in meno rispetto al I trimestre del 2008). Se l'occupazione non riparte, si legge nel Bollettino, «sono tornate a crescere le assunzioni con contratti flessibili e a tempo parziale». Oggi a Roma iniziano gli Stati generali della precarietà.


Liberazione 16/04/2011, pag 4

Per non vivere in equilibrio precario…

Dalla mobilitazione del 9 aprile agli stati generali

Valentina Greco
Essere precari significa essere ricattabili: viviamo nel terrore di far valere i nostri diritti perché temiamo di perdere quei pochi diritti che abbiamo ancora. Così finiamo per festeggiare quando, nel migliore dei casi, firmiamo un co.co. pro. sottopagato e con un progetto del tutto inventato in sostituzione di un contratto di lavoro subordinato. A noi precari, non interessa il lavoro della nostra vita: siamo disponibili alla flessibilità e possiamo anche ritenere interessante il fatto di dover/poter cambiare occupazione più volte nel corso della nostra carriera lavorativa. A noi interessa trovare un nuovo lavoro una volta lasciato il vecchio, avere una qualità della vita accettabile e ancor di più interessa avere un salario "sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa" (art. 36 Cost.). Vogliamo poter arrivare alla fine del mese senza fare debiti - nel caso più fortunato in cui ci venga concesso un credito- o senza angosce, altrimenti la precarietà lavorativa si trasforma in una precarietà di vita. Ed ecco che il capitale si oppone non soltanto al lavoro ma alla vita stessa, all'esistenza. Parlare di precariato significa anche prendere atto che oggi i dispositivi di controllo che storicamente sono sempre stati attuati sulle donne vengono applicati anche agli uomini. Se dapprima le donne si dimostravano maggiormente disposte a lavorare in condizioni inadeguate, oggi si può affermare che si applicano gli stessi dispositivi di controllo sia sugli uomini che sulle donne, rimanendo pur sempre alcuni elementi di differenziazione. Per questi motivi il collettivo PrecariaMente, promosso da Rifondazione e aperto a tutt*, ha deciso di sottoscrivere l'appello promosso da "il nostro tempo è adesso" e partecipare alla mobilitazione prevista per il 9 Aprile. Noi del collettivo pensiamo che possa essere un'occasione di confronto tra le diverse realtà e che necessiti sostenere i lavorator*, a partire dalle lotte svolte dalla Cgil per difendere il contratto degli operai di Pomigliano, e che sia d'obbligo salvaguardare il futuro e l'esistenza di noi precari agendo il conflitto. Il collettivo è al fianco di queste lotte, non di altre! Un altro appuntamento importante a cui PrecariaMente certamente non mancherà sono gli "Stati Generali della precarietà 3.0" organizzati dal movimento di San Precario, il quale ha una elaborazione che viene da lontano e che connette i differenti problemi delle nostre vite, opposte al capitale e ai diritti.
Oggi, quando si parla di precariato, non si può prescindere dai movimenti e da tutti i pezzi della sinistra che lavorano in tal senso: non fare rete è un errore che non ci possiamo permettere. La più grande vittoria del precariato è stata quella di isolarci, di farci credere che non è possibile lottare per ottenere un'esistenza migliore. Ma non bisogna cedere alla propaganda: non cedere al "vita mea, mors tua" e combattere tutti insieme per i nostri diritti, dal reddito minimo garantito all'abolizione del precariato. E questo perché noi precari siamo una risorsa, perché siamo tipologie atipiche di eroi: come dice una famosa canzone di Caparezza, combattiamo tutti i giorni per la pensione, per difendere il nostro mestiere e per proteggere le nostre famiglie dai cravattari. Siamo come degli equilibristi che devono camminare sul filo precario della vita con tanti pesi sulle spalle dati dai problemi connessi alla mancanza di un lavoro o di un salario adeguato (casa, bollette, imprevisti, desideri, relazioni affettive, autodeterminazione…): la differenza con un performer vero è che se cadiamo dal filo, sotto non c'è una rete a sostenerci, come ad esempio un reddito minimo garantito. Siamo completamente abbandonati a noi stessi, benché tutti parlino di noi.
PrecariaMente


Liberazione 15/04/2011, pag 7

Atipici, un esercito di 4 milioni di persone, che guadagnano il 25% in meno degli "stabilizzati"

I "precari" sono un esercito di quasi 4 milioni (precisamente 3.941.400) di cui oltre la metà, e cioè il 56% circa, è occupato nelle regioni del Centro-Sud. E' quanto emerge da un'analisi che è stata condotta dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre secondo cui tra il 2008 (inizio della crisi economica) e il 2010 sono aumentati del 4%. Questi lavoratori "atipici" sono concentrati soprattutto nel settore della ristorazione, degli alberghi e nei servizi pubblici e sociali. Oltre il 38% ha solo la licenza media e tra gli under 35 il livello retributivo mensile netto è di 1.068 euro. Questo importo è inferiore del 25,3% rispetto a quanto percepisce un lavoratore che svolge le stesse mansioni assunto, però, con un contratto a tempo indeterminato.


Liberazione 10/04/2011, pag 2

I "non più disposti a tutto"

Fabio Sebastiani
Precari nel lavoro ma non nella comunicazione e nell'informazione. Sono quelli del "9 aprile" o, se volete, i "non più disposti a tutto" di qualche mese fa. Do you remember?. Hanno cominciato con una campagna pubblicitaria un po' sibillina ma efficace, puntando a creare la classica attesa, come si fa con i profumi, proseguito con speak corner e flash mob nelle maggiori città d'Italia, traguardando la scadenza nazionale di sabato 9 aprile. Lo slogan, "il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta", c'è tutto. Un tempo da consumare soprattutto nella catena mediatica. Hanno collaborato con player mediatici di tutto rispetto, come la Cgil, vero e proprio ghost writer dell'iniziativa (Sussanna Camusso compare in un video diffuso in rete in cui sostiene l'iniziativa) e la Repubblica, che li ha sostenuti soprattutto nella versione on line.
Il giorno della conferenza stampa trasformato in una "apoteosi dell'evento". La sede del Comitato - in via Goito 39 a Roma - viene trasformata per l'occasione in un fantomatico "Centro per l'Impiego" "Chi non lavora non fa l'amore", dove agli ospiti vengono proposte offerte di lavoro pseudo-reali che evidenziano le piaghe di un mercato del lavoro in cui i giovani vengono per lo più sottopagati e sfruttati. Annunci del tipo "Cercasi prestanti braccianti per raccolta ortofrutticola. Ore 5.00-18.15 con pausa caffè 15 minuti. Retribuzione garantita di 39 centesimi all'ora. Benefit: splendide albe, pulmino aziendale, abbronzatura assicurata, possibilità alloggio open air".
Nello stesso Centro per l'impiego virtuale compare l'Ufficio Case "A casa di cane", dove venivano proposte stanze in affitto a prezzi esorbitanti o, per venire incontro alle esigenze di flessibilità e dinamismo dei giovani; con la possibilità di prendere in affitto delle "case low cost", ossia delle tende da campeggio e il kit che comprende la mappa dei luoghi autorizzati, nella città di Roma, per piantare le tende e un k-way.
Infine, la "banca del tempo precario e sentimentale": un ufficio preposto a facilitare gli incontri fra ragazzi e ragazze le cui condizioni di precarietà non li aiutano a costruirsi delle relazioni sentimentali.
Infine, lungo il percorso, due porte simbolicamente chiuse: lo "sportello dell'università e della scuola pubblica" che reca il cartello "lasciate ogni speranza o voi che entrate" e lo "sportello bancario" la cui scritta recitava "vietato l'ingresso ai giovani".
Insomma, più che rappresentare la precarietà, l'idea è che "la precarietà viene rappresentata".
Del resto, far scendere in piazza i precari è complesso e faticoso per la natura stessa della figura contrattuale intermittente, con percorsi lavorativi discontinui e spesso atomizzati, assenza di diritti, bassa sindacalizzazione. Da qui l'idea di privilegiare il terreno mediatico. La Cgil avrebbe pure al suo interno una organizzazione che si occupa di precariato, soprattutto con un taglio vertenziale, il Nidil. L'esperienza non è stata esaltante. Attualmente c'è un confronto piuttosto aspro all'interno del sindacato sulla necessità di ricondurre le fasce di precariato all'interno delle rispettive categorie in modo da rimettere insieme "stabili" e "non". La Cgil sembra aver scelto una "terza via".
Tante le manifestazioni previste in Italia, tra le quali: Roma, street parade alle ore 15 da piazza della Repubblica diretta al Colosseo; Milano, manifestazione a Colonne di San Lorenzo alle 15.30; Torino, corteo alle ore 15.00 da piazza Vittorio; Napoli, corteo alle ore 9.00 da piazza Mancini a piazza del Gesù; Firenze, alle ore 15.00 piazza Santo Spirito; Palermo, manifestazione regionale alle ore 17 da piazza Indipendenza. Iniziative di sostegno verranno dai "cervelli fuggiti" all'estero. Sono previste iniziative a Bruxelles e a Washington.
«Pretendiamo risposte dalla politica», hanno dichiarato i promotori dalla conferenza stampa, «questa manifestazione serve per prendere la parola in prima persona e costringere questo Governo e questo Paese a confrontarsi con la precarietà di lavoro e di vita che rende le nostre esistenze insostenibili e con la marginalizzazione di almeno una generazione. Temi tanto frequentati nelle campagne elettorali, quanto abbandonati nell'azione politica».
Prima o poi anche un gruppo informale e "parasindacale" dovrà dire cosa ha in mente di fare in concreto contro la precarietà. Il credito se lo sono conquistato a forza di spot. Un modo nuovo ma certamente un modo. Dal mondo virtuale si dovrà passare a quello reale.
«Le esperienze di attualizzazione di pratiche politiche e sperimentazione di nuovi linguaggi - scrive Emanuele Toscano, giovane ricercatore precario - cominciano a registrare un'ampia casistica, anche qui in Italia dove certamente, a parte qualche caso illuminato, non possiamo certo dirci all'avanguardia. Le difficoltà a farsi spazio in un'arena comunicativa pietrificata dall'eterno presente berlusconiano da un lato e dalle composte e canoniche pratiche di mobilitazione della sinistra istituzionale dall'altro cominciano a essere superate, soprattutto grazie alla Rete e alle sue potenzialità».
Ovviamente, i "ragazzi" del 9 aprile non hanno tralasciato l'azione virale in Internet. «La rete Internet ha permesso l'affermarsi di una mass self-communication - continua Toscano -, una comunicazione che ha le potenzialità di raggiungere una platea globale, e perciò di massa, ma al contempo auto-comunicazione in quanto auto-generata, i cui destinatari sono auto-individuati, con un'auto-selezione dei contenuti da veicolare». «Attraverso questa forma di comunicazione - conclude - si costruiscono sistemi personali di comunicazione di massa che si basano su blog, siti web, flussi informativi audio e video, spazi sociali sul web, wiki, elaborando il contenuto sulla base del proprio orientamento individuale e al contempo inserendosi in una comunicazione many-to-many».


Liberazione 07/04/2011, pag 9

lunedì 31 gennaio 2011

Precari, solo pochi giorni per denunciare i padroni

C'è tempo fino al 21 gennaio per impugnare il contratto scaduto. Le istruzioni sul sito dei Giovani comunisti

Checchino Antonini
Ultimi giorni per glissare la tagliola anti-precari, la norma del collegato lavoro che stabilisce un tetto per contestare contratti a termine irregolari. Ennesima sanatoria per le imprese più scorrette. Come dire si parli ora o si taccia per sempre. Il tempo scadrebbe il 23 gennaio ma, siccome è domenica, c'è ancora meno tempo per attivarsi. Prima del collegato lavoro, entrato in vigore il 24 novembre scorso, solo la prescrizione - cinque anni - fermava la possibilità di denunciare un padrone che ti costringeva a lavorare con un contratto illecito o con ruoli diversi da quelli stabiliti sulla carta. La nuova norma, l'articolo 32 del collegato, ha applicazione retroattiva, si riferisce cioè anche a tutti i contratti scaduti. Per quelli ancora in corso, il termine dei sessanta giorni partirà dalla conclusione del contratto.
Corso Italia, la Cgil, stima tra i 100 e i 150mila i ricorsi in arrivo specie da medici e insegnanti, per il settore pubblico, o tra gli addetti precari della comunicazione, per il settore privato, Poste e Rai in prima fila nel campionato delle irregolarità datoriali. Certo, la questione non è che sia stata pompata dagli organi di stampa e, alla carenza informativa si va a sommare la paura, sempre decisiva nella governance delle relazioni industriali, di entrare in rotta di collisione con le aziende che spesso, Rai e Poste sono un caso da manuale, attingono a una sorta di bacino di precarietà. Spesso i contratti sono stagionali e passano più di sessanta giorni tra un rinnovo e l'altro e l'impugnazione potrebbe compromettere il rientro.
Anche il governo s'è sottratto all'obbligo di informare i lavoratori attraverso una campagna mirata di puvbblicità istituzionale ma questo è lo stesso esecutivo che, quando ha adoperato quello strumento, lo ha fatto per insinuare che le morti bianche siano colpa dei morti, perché non si vorrebbero abbastanza bene. Dunque non si stupisce nessuno che il sito di Sacconi non accenni a scadenze di alcun tipo nell'articoletto che riassume la truffa del collegato lavoro.
«Norma sbagliata, ingiusta e con vizi di incostituzionalità», sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil scettico sulla possibilità che si riesca a ridurre il contenzioso, vista la mole di ricorsi previsti, alzando il livello di trasparenza.
Ecco come sfruttare al meglio questo scampolo di tempo: buona norma quella di entrare in contatto - di persona o virtualmente - con il sindacato per avviare la causa e capire se il proprio contratto sia impugnabile. Tuttavia è sufficiente una raccomandata con ricevuta di ritorno per avvisare l'azienda dell'intenzione di procedere. Dopodiché ci saranno 270 giorni per produrre le carte necessarie e portarle al giudice del lavoro.
Utilissimo il sito dei Giovani comunisti che, assieme ai loro compagni di strada della Fgci, già al congresso della Federazione della sinistra hanno lanciato una vera campagna di informazione e attivazione. In rete, appunto, c'è una serie di materiali per i lavoratori e per la lavoratrici precarie, a termine, a progetto, a tempo, in apprendistato. Si tratta impugnative per ricorsi in proprio o mediante l'assistenza di un legale. Tra la modulistica suggerita ci sono anche quella di un'impugnativa per lavoro nero, per licenziamento verbale e di contestazione trasferimento. Oltre a schede e tabelle riepilogative del famigerato lavoro. Su un altro sito molto utile, controlacrisi.org, c'è la storia interessante di un lavoratore, a tutti gli effetti dipendente, che viene inquadrato in un call center con un contratto a progetto, anche se il suo rapporto è invece chiaramente di lavoro subordinato. Il giudice del lavoro di Reggio Calabria ha condannato l'azienda (telefonate outbound) a convertire il contratto a tempo indeterminato e a riconoscere al lavoratore un risarcimento della bellezza di 46.961 euro. Capito perché Sacconi ci teneva molto alla tagliola antiprecari?


Liberazione 19/01/2011, pag 6

venerdì 21 gennaio 2011

La precarietà si combatte anche in tribunale

Con la legge Treu, il legislatore ha iniziato a prevedere ipotesi di lavoro cosiddetto flessibile attraverso il quale consentire alle aziende di utilizzare e sfruttare manodopera assunta da soggetti terzi, senza assunzione dei rischi di impresa che un qualsiasi rapporto di lavoro deve comportare.
Ed è attraverso tale sdoganamento che si è potuti arrivare al secondo passo del diabolico percorso, ovvero alla legge 30/03, attraverso cui si è compiuto un notevole salto in là nella codificazione del precariato prevedendo - con il tentativo di sovvertire il principio generale per cui ogni posto di lavoro nasce a tempo indeterminato salvo eccezioni - che dette eccezioni venissero trasformate in regola, consentendo all'impresa di potere disciplinare rapporti di lavoro di fatto pienamente subordinati con contratti che di tale tipologia nulla hanno a che vedere.
Con la riforma in questione il passo è definitivo ed il piano si sposta verso l'unico contesto i cui si fanno i giochi, ovvero quello processuale e della tutela effettiva dei diritti del lavoratore.
La precarietà ormai imposta e codificata sul piano dei rapporti sostanziali, viene ora introdotta sul piano delle conseguenze delle illegittimità del datore di lavoro, vuoi creando ogni artificio per rendere più difficile al lavoratore l'esercizio dei diritti connessi all'articolo 24 della Costituzione, vuoi tentando di abbattere completamente i costi e le sanzioni che le illegittimità del datore di lavoro dovrebbero ancora prevedere.
Il percorso parlamentare che ha portato alla riforma è stato poi assolutamente condiviso da tutte le forze politiche. A ciò si deve aggiungere che nei due anni che ci son voluti per l'emanazione della riforma nessuno dei sindacati confederali ha sollevato la ben che minima obiezione alle modifiche che si stavano introducendo.
Vediamo ora in breve alcune delle modifiche introdotte:
1) Viene introdotta la possibilità di spostare le vertenze di lavoro dall'autorità giudiziaria a collegi arbitrali, privatizzando in questo modo la funzione dei giudici del lavoro.
2) Viene introdotta la possibilità di certificare la regolarità dei contratti di lavoro e quindi la volontà del lavoratore. In questo modo il ricatto che prima era implicito nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, oggi viene addirittura ad essere certificato.
3) Viene introdotto l'obbligo di impugnazione entro 60 giorni di ogni forma di cessazione (scadenza, interruzione) di tutti i contratti atipici (contratti a termine, collaborazioni a progetto, somministrazione etc.). Tale obbligo è inoltre esteso nei casi di allontanamento verbale dal posto di lavoro.
4) Viene infine forfetizzato il risarcimento del danno dovuto al lavoratore che si sia visto riconoscere l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro. Fino ad oggi il risarcimento era commisurato alle mensilità che il lavoratore aveva perso per effetto dell'illegittima cessazione del rapporto di lavoro. D'ora in poi il risarcimento verrà liquidato fra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità di retribuzione.
Questo il quadro generale. Un quadro che, tuttavia, presenta caratteri tetri, foschi e di drammatica previsione per i diritti di milioni di cittadini-lavoratori precari, che si vedranno praticamente azzerate le già residue di resistere alla forza d'urto del capitale.
Occorre comunque evidenziare che la riforma è stata scritta in modo assolutamente poco chiaro ed in alcuni casi presenta evidenti vizi di legittimità costituzionale. Ed è forse questo l'unico aspetto che può essere di conforto.
Al riguardo recentemente il Tribunale di Busto Arsizio, nell'ambito di un giudizio che aveva ad oggetto l'impugnazione di un contratto a termine, si è pronunciato evidenziando proprio tali lacune.
In particolare, il Giudice, dopo aver dichiarato l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, nell'applicare la norma introdotta dalla riforma che prevede la forfettizzazione del risarcimento nella misura da 2,5 a 12 mensilità, ha statuito che, in ossequio ai principi comunitari, la penale in questione non può che applicarsi in aggiunta al normale risarcimento che viene determinato nelle mensilità che il lavoratore avrebbe percepito dal momento che è stato lasciato a casa all'effettivo reintegro, che rimane comunque dovuto al lavoratore - anche dopo l'entrata in vigore della riforma - perché diretto a compensare la perdita di reddito connessa all'estromissione dal posto di lavoro (cd danno conseguenza), laddove, appunto la sanzione prevista dal collegato lavoro è invece da riconnettersi al mero ambito ed alla mera questione di una apposizione di termine intervenuta in contrasto con la legge (cd. danno evento).
Come si può vedere, se l'intento del legislatore era quello di limitare il costo economico delle illegittimità poste in essere dal datore di lavoro, il risultato ottenuto è completamente opposto ed il datore di lavoro in questione dovrà sborsare una somma superiore a quella in precedenza prevista.
Staff legale San Precario

Liberazione 30/12/2010, pag 13

mercoledì 10 novembre 2010

Sono 4 milioni i lavoratori a termine in Italia

Oltre 3 milioni 750 mila lavoratori sono precari, il 16,3% del totale degli occupati; un'esercito composto da dipendenti a termine, part time, collaboratori e partite iva ma con precisi vincoli di subordinazione. La stima 2009 è della Cgia di Mestre che assegna il podio della regione con il valore di "atipici" più alto alla Calabria (24,7% sul totale degli occupati) e l'ultimo posto alla Lombardia (12,9%). I settori produttivi che più di altri impiegano precari, stima ancora la Cgia rielaborando dati Istat, sono gli "altri servizi pubblici e social", divertimento e cura alla persona, con il 32,2% sul totale dei propri occupati , seguono 'alberghi e ristorantì con il 31,1% e agricoltura mentre l'ultimo posto è occupato da «manifattura ed energia» con l'8,7% . La pubblica amministrazione occupa il 7° posto con il 10,9% dei precari (155.784) rispetto ai propri occupati. Non solo.

Liberazione 06/11/2010, pag 4

sabato 28 agosto 2010

Giovani, poveri e bamboccioni? Soprattutto sfruttati al nero

I dati Istat parlano di un Paese vecchio e svogliato, ma il problema rimane il reddito

Chiara Di Domenico
Da giorni i media parlano di disoccupazione giovanile: i dati sono certamente preoccupanti se secondo l'Istat il 58% dei 18-34enni vive in famiglia, ma dimostrano con efficacia un problema di comunicazione tra dati ufficiali e dati reali di un paese in crisi, certo, ma soprattutto vecchio e svogliato davanti alle mutazioni sociali. In questo senso, la fascia dei trentenni italiani è particolarmente interessante e degna di attenzione per come riesce a sfuggire ai ritratti ufficiali. Abbiamo preso a campione Roma, ottimo esempio di crocevia di neolaureati o laureandi in cerca di fortuna nel belpaese. Il campione di testimonianze raccolte risulta particolarmente interessante: include soprattutto giovani di cultura medio-alta e di formazione umanistica. Una fascia particolarmente a rischio sotto la mannaia dei tagli ministeriali: i cosiddetti lavori atipici hanno visto nell'ultimo anno una flessione di 110mila unità rispetto alle 101mila dell'industria.
La futura classe dirigente, si diceva un tempo: è normale che la futura classe dirigente si sposti dalle province alla capitale in cerca di fortuna. Si tratta non solo di sud, ma anche di centro e di nord. Per una proporzione spesso inesorabile tra stipendi e affitto, la futura intellighenzia nostrana divide quasi sempre casa con altri fuorisede, quasi sempre in nero. Come in nero sono le occupazioni per pagarsi la vita e gli studi. I più fortunati si muovono con un mezzo privato, quasi sempre uno scooter, mentre la maggior parte se la cava con un abbonamento da trenta euro al mese coi mezzi pubblici. Sarebbe difficile fare altrimenti con compensi che oscillano tra gli 800 e i 1.100 euro e camere singole tra i 400 e i 600 euro. Un monolocale per vivere da soli, con un costo tra i 700 e i 1.000 euro, spesso non viene neanche preso in considerazione. Il tutto, ripetiamo, quasi sempre rigorosamente in nero. È proprio il nero che falsa le statistiche Istat divertendosi a creare il luogo comune e un po' volgare del bamboccione.
Pigneto, quartiere popolato di locali e giovani liberi professionisti: una terrazza profumata e illuminata da luci basse, la tipica festa a colletta in cui è facile imbattersi con la bella stagione: invitata da amici mi ritrovo tra una cinquantina di coetanei: l'immancabile Mac che diffonde la musica, voci passabilmente eccitate, citazionismi colti, gente che dorme sulle poltrone, che balla in salotto, che chiacchiera in gruppetti con bicchieri di birra e gin tonic in mano. Penso ai dati Istat e immagino che non sarebbe male avere la faccia tosta di chiedere a qualcuno come e dove vive. Mi imbatto in Toni, catanese, classe 1980. È curioso anche se un po' diffidente. L'amico che gli sta vicino mi squadra poco convinto, forse pensa che io sia una del fisco o semplicemente un'impicciona. Poi Toni mi dice che se queste cose le scrivo veramente lui è felice di raccontare. Dice che è venuto a Roma per diventare fotografo di moda. Ha fatto una scuola specialistica, e alla fine della scuola ha trovato subito lavoro. Gratis. Neanche lo stage che già di suo spesso è uno sfruttamento, ma un vero e proprio lavoro in uno studio dove faceva regolarmente le sue ore ma senza contratto e senza compenso. Così dopo aver presentato una vertenza, per vivere ha recuperato il mestiere di famiglia e si è messo a fare il cuoco. In nero naturalmente. Fino a poche settimane fa lavorava in due ristoranti cercando di continuare a fare il fotografo. Con i suoi due stipendi paga una stanza, sempre in nero, a Tor Pignattara: 450 euro più le spese. Adesso fa il cuoco in un solo ristorante, e aspetta di sapere come andrà un colloquio che, si augura, lo porterà a Parigi. Scrivo velocemente la sua storia sul taccuino e lo perdo di vista in mezzo agli altri, finita la serata non lo vedo più.
Domenico invece viene da Acqua Formosa, in provincia di Cosenza. Ha 29 anni. Lo dice quasi vergognandosi, perché studia ancora. "Per forza, come faccio se devo lavorare?" è a Roma da tre anni per prendere la laurea specialistica in storia e scienze dello spettacolo, il vecchio Dams. Vorrebbe fare il regista. Per camparsi ha fatto un po' di tutto: falegname, cameriere, meccanico, tutto sempre in nero. Lo raggiungo al telefono tramite un amico in comune ed è un fiume in piena. Mi racconta di quando si è presentato a una pizzeria al taglio a Campo de' Fiori sotto le feste natalizie: 800 euro senza nessun contratto, nessun giorno di riposo. Nessun contributo né copertura sanitaria e assicurativa. Le ore? Come sale e pepe, quanto basta: comunque di sicuro non meno di otto. "Secondo loro dovevo servire la pizza, pulire bagni e pavimenti, conoscere correntemente tre lingue per servire i turisti. Ho pensato che pulire i cessi con la lingua proprio non mi andava e mi sono trovato un altro lavoro. Quando ti presenti a volte hai quasi paura di chiedere i soldi, quasi a vergognarsi, chissà perché. Così ti ritrovi a lavorare in nero con più ore e pagato meno che se fossi in regola. Al nord di solito è il contrario: proprio perché non ti pagano le tasse ti pagano di più, invece qui lavori di più e ti pagano di meno. Ho cambiato casa sette volte in tre anni e non ho mai avuto un contratto: i primi tre mesi sono stato ospitato da un amico. Poi ho sempre lavorato in modo da non chiedere niente a casa e da non dover dividere la stanza con un'altra persona come se fossi una matricola". Anche nel caso di Domenico il canone di una stanza si aggira intorno ai 400 euro più spese. Mi spiega che spesso sono gli stessi padroni di casa che si rifiutano di farti un contratto, perché gli costa troppo in tasse e sarebbero costretti a farti pagare di più. Un po' come quando vai dal dentista e se non chiedi la fattura ti fanno lo sconto. In questo modo, però, è molto difficile prendere la residenza. E agli occhi dello stato (e dell'Istat) anche chi vive fuori casa da dieci anni risulta abitare con mamma e papà.
Anche Anna, nata a Roma nel 1974, si rifiuta di fare il contratto ai suoi inquilini: lei la casa l'ha comprata ai tempi della lira, quando vinse il concorso come dottore di ricerca e posto con borsa. "E' stato l'unico aiuto che ho chiesto ai miei. Poi quando la borsa di studio è finita, è rimasto il mutuo e mi sono venduta pure le catenine. Però non volevo tornare a casa dai miei. Ho deciso così di affittare l' appartamento trasferendomi a casa del mio ragazzo. Pago un mutuo di 600 euro al mese, lo affitto a 800. Se ci pagassi le tasse non avrei i soldi manco per l'autobus. Ciò non toglie che se dopo sette anni di ricerca precaria potessi finalmente vincere il concorso e avere uno stipendio sarei felice e orgogliosa di pagare le tasse. Ma se lo stato non le paga a me io come le pago allo stato? È un crimine voler campare di quello che si è studiato?". Anche decidere di non essere bamboccioni ha un prezzo.

Liberazione 04/06/2010, pag 6

Boom del lavoro "a chiamata": più 75 per cento

Tra il 2009 e il 2007 il lavoro a chiamata è aumentato del 75%: a rilevarlo è l'Istat, che precisa che le imprese che hanno utilizzato almeno un "lavoratore intermittente" nel 2007 erano 48.000, due anni dopo erano quasi raddoppiate, con una forte concentrazione (54,5%) nel settore degli alberghi e ristoranti. Infatti ognuna di queste imprese occupa in media 2,8 lavoratori a chiamata, che costituiscono il 37 per cento dei dipendenti dell'impresa. Il lavoro a chiamata è stato introdotto dalla legislazione italiana nel 2004, ma solo dal 2006 è diventato possibile raccogliere ed esaminare i dati, perché nel frattempo l'Inps aveva definito la relativa disciplina previdenziale. La crescita dei contratti di questo tipo viene rilevata nell'arco di due anni, e non di anno in anno perché a un certo punto, nella prima metà del 2008, era intervenuta una modifica della legislazione che ne limitava l'applicazione ai settori del turismo e dello spettacolo. Ma nel luglio dello stesso anno è stata ripristinata la disciplina precedente, e così i contratti a chiamata hanno ricominciato a crescere fino a raggiungere le 111.000 unità. Secondo l'Istat, i lavoratori a chiamata lavorano molto meno dei colleghi con contratto a tempo indeterminato, in media meno di un settimo. Il mese in cui si lavora di più è ovviamente agosto.

Liberazione 27/08/2010, pag 4