venerdì 10 giugno 2011

Dal corteo dei precari un messaggio chiaro: lo Stato uccide la ricerca

9 aprile 2011 Il nostro tempo è adesso

Isabella Borghese
Piazza della Repubblica, una madre.
Piazza dell'Esquilino, un trentenne.
Colosseo, una quarantenne.
Lungo il corteo: maschere e camici bianchi dei precari Ispra.
A piazza della Repubblica una donna impugna con forza e fermezza il bastone di un cartellone.
Nel silenzio delle parole scritte l'intento di lanciare un grido o anche una richiesta di ascolto è un'idea improbabile eppure ben riuscita: «Mio figlio è costretto a vivere all'estero da tre anni perché l'Italia non lo vuole», racconta con pennarello rosso. Questa donna è Vera, madre di Stefano, che vive a Londra da tre anni. Nei suoi occhi indignazione e tristezza. Non le va giù niente del nostro paese. Reputa persino indecente che alla manifestazione non si vedano genitori in piazza, con i figli o anche solo per i figli.
Stefano si è laureato con lode in tempi da record con una tre più due in fisica. Dopo sei mesi di stage al Santa Lucia, costretto alla disoccupazione, ha scelto Londra. Arriva lì tre anni fa. Prima segue un master, ora un dottorato sul sistema visivo dei topi. Guadagna 1.300 sterline al mese.
Vera è indignata: l'Italia spreca le proprie risorse, i suoi giovani e li costringe ad andar via. Eppure mentre è accompagnata dalla tristezza e parla di questo figlio che non è in piazza, ma all'estero a lavorare, riesce a sperare lo stesso in questa manifestazione: nei precari che in massa superano la paura del precariato-ricattabile consegnando alla piazza la sua instabilità e una richiesta di sensibilità e un'attenzione mai urgenti quanto adesso.
A piazza dell'Esquilino richiamano l'attenzione tre uomini in giacchetta fluorescente e giunti dal presidio sotto il Gazometro dove quattro colleghi per protestare sono saliti da sei notti. Alla manifestazione i tre fanno sventolare un lenzuolo in cui la vernice racconta di circa 400 dipendenti della Conus S.p.A. a rischio di licenziamento non appena scadrà l'appalto della società che opera per l'Eni.
Pietro è un trentenne. In viso indossa una maschera fatta di rabbia e forza. Single, mi dice, e per fortuna, aggiunge, senza famiglia a carico e senza mutuo. Certo, bisogna aggiungere, non sa prevedere, né immaginare se riuscirà mai ad andare via dalla casa della madre. Da quattro anni è finalmente riuscito ad avere un contratto a tempo indeterminato. Oltre alla lettura del gas si occupa anche della verifica dei contratti e delle fughe. Su Roma della Conus sono circa in settanta a eseguire questo lavoro. Lui sa che i suoi colleghi non scenderanno dal Gazometro fino a quando non otterranno la salvaguardia occupazionale. Fino a quando potranno rientrare nelle proprie case senza temere alcun licenziamento. Non sa se questa giornata e la loro protesta saranno un successo, Ma, dice, possiamo solo sperare e augurarci il meglio. Quello che accade intorno a noi certo non ci rincuora.
Colosseo. Osservo il volto della paura e della rassegnazione.
La donna curriculum, la chiamo. Lei non si è fatta il corteo. Non ha manifestato con nessuno. E' immobile lì da qualche ora. Ha un cartello appeso al collo. Sono un cv specializzato in informatica. Cerco lavoro, è scritto in nero e con evidenziatore giallo. Come se nulla, delle sue parole, dev'essere trascurato. Arriva nel modo del lavoro con un diploma a un Istituto d'Arte. Ma le sue competenze non le ha mai potute mettere a servizio di un lavoro. Così ha iniziato con diversi corsi della regione, tutti legati all'informatica. Approda in un'azienda, ma a seguito di due incidenti è stata licenziata. Oggi lavora come consulente esterna dell'Istat. Si occupa del censimento. Non vuole entrare nel dettaglio di nulla.
La donna curriculum è persino stanca di parlare. Negli ultimi anni si è impegnata in una media di due colloqui a settimana. Ha affrontato anche quelli telefonici tramite monster. Il massimo risultato è stato un complimento per le competenze troppo specializzate o l'offerta di assunzione con un co. co. pro. Per soli tre mesi.
La donna curriculum è avvilita. Si vede. E si sente in quello che omette e nel non voler approfondire più di tanto. I giovani hanno ragione ad aver paura, ma noi? Mi chiede. Si chiede. Tra qualche anno avrò poco più di quarantacinque anni. Chi mai mi assumerà a quell'età!
Resta lì a lungo. Il palco è animato da voci precarie. Lei resta lì, sola, in disparte, a cercare lavoro vestita da cv.
Una bambina tiene in mano un cartello arancione, Mamma non lavora più, c'è scritto. I soldi non bastano. Ma ride. Sembra si stia divertendo con il suo cartellone e l'aria smorfiosa.
La mamma è una precaria su vari fronti: della scuola, in primis. Poi dell'Archivio storico dell'Istituto Luce. Oggi? Il suo stipendio è dato da cinque ore di supplenza a settimana in un istituto superiore a Torre Maura, dove insegna filosofia. La testimonianza che impugna la figlia in mano, va da sé, racconta la verità di questa famiglia: come fanno a vivere?
Arrivano armati di maschere bianche e camici in tinta: sono i precari Ispra. Li abbiamo visti sul tetto, nelle piazze, in Tv. Ma la loro lotta non è ancora finita. Circa 250 di loro a dicembre rischieranno di nuovo il licenziamento, causa contratti atipici.
Per questo partecipano a "Il nostro tempo è adesso".
Il corteo e con una rappresentazione che ormai è un messaggio chiaro: lo Stato uccide la ricerca.


Liberazione 21/04/2011, pag 11

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