sabato 31 luglio 2010

Brutti accordi e solitudine, la fine annunciata di Omsa

Lo stabilimento di Faenza sta per chiudere: mobilitiamoci per le 350 lavoratrici

Nando Mainardi Iuri Farabegoli
Non solo Marchionne. Nei giorni scorsi si è saputo che, due mesi fa, la Golden Lady Company ha sottoscritto un accordo con il ministero dell'economia del governo serbo per la delocalizzazione della produzione dello stabilimento Omsa di Faenza. Il 20 luglio, nell'incontro tra la proprietà e le organizzazioni sindacali per fare il punto sulla situazione, la Golden Lady si era guardata bene persino dall'annunciare la decisione. Eppure per certi versi è l'epilogo di un disastro prevedibile, 350 posti di lavoro in fumo, poiché da tempo la proprietà puntava a smantellare la produzione e a portare tutto altrove.
Le lavoratrici dell'Omsa sono in cassa integrazione straordinaria per cessazione attività da aprile ed era difficile già qualche mese fa credere alla favoletta della crisi. Golden Lady detiene in Italia il 50% del mercato delle calze da donna e il 18% del mercato statunitense; ha 7000 dipendenti, 15 stabilimenti, un fatturato di 540 milioni di euro; poco tempo fa ha inaugurato un nuovo stabilimento in Serbia, a 100 km da Belgrado, di 10 mila metri quadrati. Ha al momento 2 unità produttive nell'ex stato jugoslavo, dove ha investito circa 100 milioni di euro. I profitti non mancano ma evidentemente Nerino Grassi - il presidente del gruppo - ne vuole di più e la scelta di chiudere a Faenza è finalizzata a ristrutturare l'attività complessiva del gruppo abbattendo il costo del lavoro e fruendo dei regali dati dal governo serbo alle imprese: azzeramento per 5 anni di ogni tassazione sui profitti, contributi dai 2000 ai 10.000 euro per ogni lavoratore, esenzione fiscale totale per 10 anni nel caso di investimenti significativi.
Nel marzo scorso proprietà, governo italiano, regione, enti locali e organizzazioni sindacali hanno sottoscritto un accordo assolutamente "vantaggioso" per Golden Lady: prendeva atto della volontà di dismettere l'attività dell'Omsa, attivava appunto gli ammortizzatori sociali e in modo generico e vago poneva gli obiettivi della riconversione degli impianti e del mantenimento dell'occupazione delle lavoratrici. La chiusura dell'azienda in cambio di niente: quell'accordo era già l'anticamera della delocalizzazione. Accordo sottoposto al giudizio delle lavoratrici in un clima di pressioni tali - uniche voci fuori dal coro la Filtea faentina e la Federazione della Sinistra - che il voto è stato annullato e ripetuto, poiché inizialmente avevano partecipato anche persone che non c'entravano nulla. Alla fine l'accordo è passato con il voto contrario del 30% delle lavoratrici, segno dignitoso ed evidente di una contrarietà più ampia. E quale era il "refrain" con cui si sostenevano le ragioni dell'accordo? Che dalla proprietà non si poteva ottenere di più e che c'erano impegni precisi e rassicuranti da parte del ministero alle attività produttive…
La vicenda Omsa ci dice di nuovo di un padrone che fa beceramente il padrone, che punta al massimo profitto spezzando il legame con un insediamento produttivo "storico", che se ne frega delle regole e del confronto al punto di non comunicare neppure la scelta di delocalizzare. Ci dice di controparti, a partire dal governo, inesistenti, e oggi la subalternità all'azienda non produce più solo cattivi accordi, ma la scomparsa integrale dei posti di lavoro, dei diritti e delle tutele. Ci dice di lavoratrici che in questi mesi hanno lottato pur nella consapevolezza di una crescente solitudine e di un senso di sconfitta.
E adesso? Pensiamo che serva ciò che non è avvenuto fino ad ora: una mobilitazione vera per il futuro delle 350 lavoratrici dell'Omsa, visto che è evidente anche ai sassi quale è la situazione. In autunno lo stabilimento di Faenza chiuderà - i macchinari finiranno o a Mantova (dove il gruppo ha la sede centrale) o in Serbia - e ad aprile 2011 scadrà la cassa integrazione. In questi mesi si è manifestato più volte con le altre forze dell'opposizione - anche qui in Emilia-Romagna - contro la legge-bavaglio, contro gli attacchi del governo alla magistratura e contro il decreto salva-liste di qualche mese fa: iniziative sacrosante. Ma è possibile - pensiamo alle altre opposizioni - che non si capisca che il futuro della democrazia nella nostra regione e nel Paese si gioca anche e soprattutto in vicende come quella delle 350 lavoratrici dell'Omsa? E perché non costruire presto un'iniziativa unitaria a sinistra partendo da una questione concreta come la lotta contro le delocalizzazioni?

Liberazione 29/07/2010, pag 4

Nessun commento:

Posta un commento