Epifani attacca la Fiat: «Licenzia per intimorire». Ma Sacconi sentenzia: colpa dei lavoratori
Roberto Farneti
«Mi accusano di avere organizzato delle lotte, ne sono orgoglioso». Francesco Grondona, segretario generale della Fiom Cgil di Genova, non sembra per nulla intimorito dalla rappresaglia messa in atto dalla Fincantieri per gli scioperi e l'occupazione del dicembre 2009. E' di ieri infatti la notizia di 19 avvisi di garanzia inviati dalla Procura di Genova allo stesso Grondona, al responsabile organizzativo della Fiom di Genova Bruno Manganaro e a 17 lavoratori e delegati sindacali dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente.
La loro colpa? Avere "preteso" di partecipare all'assemblea pubblica sul futuro dell'azienda, organizzata il 18 dicembre scorso da Fim Fiom e Uilm all'interno dello stabilimento occupato, con la partecipazione del governatore ligure Claudio Burlando e del sindaco di Genova Marta Vincenzi. «Avevamo anche avvertito l'azienda - ricorda Grondona - la quale lì per lì non ebbe nulla da eccepire, salvo poi farci trovare l'ingresso dello stabilimento sbarrato con delle transenne». A quel punto, i lavoratori decisero di entrare lo stesso, rimuovendo l'ostacolo. L'assemblea ebbe luogo nella sala mensa e così i lavoratori ebbero la possibilità di esporre democraticamente ai rappresentanti degli enti locali il loro timore per la paventata chiusura del cantiere navale di Sestri Ponente. Ma la parola "democrazia" evidentemente non piace ai dirigenti della Fincantieri, che pensarono bene di denunciare quei sindacalisti e lavoratori per avere... danneggiato le transenne.
Scuote la testa Marco Veruggio, responsabile Economia Lavoro Prc della Federazione di Genova, che ieri ha espresso «piena solidarietà» alla Fiom e ai lavoratori indagati: «Quando si usano i tribunali contro le lotte - commenta - significa che si cerca di trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico, colpendo in primo luogo i lavoratori e le avanguardie sociali».
L'unico risultato che la Fincantieri è riuscita a ottenere, con queste forzature, è stato quello di aumentare la conflittualità nel gruppo. Ieri un grande sciopero di due ore contro il taglio dei premi ha bloccato il cantiere di Monfalcone. «E' chiaro che per i lavoratori, in Fincantieri, le cose vanno sempre peggio e che l'azienda reagisce alle difficoltà solo con chiusura e autoritarismo», dichiara Giorgio Cremaschi della Fiom nazionale.
Il modello Fiat sembra avere fatto scuola. Dopo lo schiaffo subito da Sergio Marchionne per il mancato plebiscito sull'accordo per Pomigliano non firmato dalla Fiom (40% di No), la reazione del Lingotto è stata rabbiosa: cinque operai, tre dei quali sindacalisti, licenziati in sette giorni.
Un po' troppi per pensare che sia un caso. Tanto che ieri il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani ha esplicitamente parlato di «ritorsioni» accusando la Fiat di ricorrere a «qualsiasi pretesto pur di provare ad intimorire o colpire lavoratori e delegati. E questo - ha sottolineato Epifani - mi sembra inaccettabile nell'Italia e nell'Europa di oggi».
Per fortuna lo Statuto dei lavoratori ancora esiste. Sempre ieri la Fiom ha presentato l'annunciato ricorso «per comportamento antisindacale» contro la direzione dello stabilimento di Melfi della Fiat, in seguito al licenziamento degli operai Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli (due dei quali delegati Fiom). La prima udienza è già stata fissata per il giorno 30 luglio, alle ore 9.
I tre operai (che, in segno di protesta, la settimana scorsa, avevano occupato la "Porta Venosina" di Melfi) sono stati "puniti" dalla Fiat per aver bloccato il passaggio di un carrello per la produzione di "Punto Evo" durante uno sciopero interno in un turno notturno. Per il legale della Fiom invece «i lavoratori stavano legittimamente manifestando contro l'azienda che, in un periodo di cassa integrazione, nei due unici turni di servizio (il terzo era in cig) aveva aumentato il numero di vetture da produrre».
Se il giudice fosse Maurizio Sacconi, la sentenza sarebbe già scritta: «Non siamo più negli anni '70, una persona ha il diritto di scioperare ma non ha il diritto - afferma il ministro del Welfare in polemica con Epifani - di impedire agli altri di lavorare. Non si può impedire la libera circolazione delle merci e bloccare le linee di produzione». Dopodiché Sacconi aggiunge: «Non dò giudizi, i fatti li conosco - ammette - solo da quanto riferito». E allora un prudente silenzio non sarebbe più opportuno?
Liberazione 22/07/2010, pag 2
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