Condannata a restituire i benefici fiscali perchè non riconosce il contratto
Stefano Bocconetti
Ci hanno rimesso dei soldi, ce ne rimetteranno altri. E si parla di centinaia di migliaia di euro. Che forse sono disposti a pagare pur di avere l'assoluto «governo» della fabbrica. Si sta parlando della «Max Mara», il gruppo tessile della famiglia Maramotti, la stessa che controlla il Credito emiliano. Perché se ne parla adesso? Perché quando sui giornali si è letto che Marchionne aveva intenzione di uscire dalla Confindustria per non dover più rispettare il contratto di lavoro, a tutti è venuta in mente la vicenda della «Max Mara». Che ormai quarant'anni fa, fece la stessa scelta. Che ha pagato - e che con ogni probabilità dovrà continuare a pagare, come vedremo - in termini economici. Anche se così si è guadagnata l'arbitrio assoluto, o quasi, sulla sua azienda. Anzi meglio: sulle sue aziende. Perché una delle prime conseguenze della decisione della «Max Mara» di uscire dalla Federtessile, la Confindustria del settore, e di non applicare più il contratto, è stata quella di spezzettare in una miriade di «marchi» la fabbrica. Ora l'impresa è suddivisa in un vero e proprio arcipelago di fabbriche più piccole. Più piccole e perciò più «controllabili».
Insomma, è una storia che va raccontata. Tutto comincia nel '76. Quando i sindacati erano molto forti, quando le rivendicazioni contrattuali riguardavano non solo la parte economica ma anche la cosiddetta «prima parte». Riguardavano il diritto alle informazioni, il diritto di sapere quali fossero le strategie aziendali. Il diritto a poter intervenire su quelle strategie.
Ad Achille Maramotti, che nel '51, a Reggio Emilia, cominciò a costruire il suo impero tessile (che ben presto si sarebbe esteso alle attività finanziarie) tutto ciò era sembrato «troppo». Passi per i soldi, vada per le ferie ma non era disposto a trattare sui «diritti d'informazione». Li considerava esattamente come i primi imprenditori del secolo: di sua esclusiva competenza.
Così, piazzò la mossa a sorpresa. E nel '76 annunciò che sarebbe uscito dalla Confindustria. Mossa che gli permise di rifiutare il contratto nazionale di lavoro. Per lui, ciò che firmavano l'associazione degli imprenditori e i sindacati era solo un "pezzo" di carta. O meglio, e per essere più chiari: di quel "pezzo" di carta lui, almeno all'inizio, decise di rispettare solo la parte economica. Anche perché le leggi prevedevano - e prevedono - che la retribuzione dei dipendenti non possa scendere al di sotto dei minimi contrattuali.
Così - di nuovo: almeno all'inizio - Maramotti rispettò quel vincolo. Lo fece, però, attraverso un proprio "regolamento interno". Scritto dai suoi avvocati e firmato da lui stesso.
Pochi fogli dove si fissavano i minimi salariali e poche altre cose. Il tutto accompagnato dal rifiuto a riconoscere il sindacato.
Nelle aziende del gruppo ci fu una resistenza dura, scioperi su scioperi. Affidati - va anche detto se si vuole ricostruire con esattezza la storia - soprattutto ad un gruppo di lavoratori, a quelli addetti alla produzione. In un gruppo che 40 anni fa - proprio come oggi - assorbe la stragrande maggioranza dei dipendenti nel settore "commerciale".
Il sindacato perse, comunque, passò la linea Maramotti. Fatta di «bastone» ma anche di «carota»: è noto che il proprietario spesso si aggirava fra gli stabilimenti ricordando agli operai che se avevano bisogno di «qualcosa» si dovevano rivolgere direttamente a lui. Non c'era bisogno del sindacato.
Invece, poco alla volta, il «bisogno di sindacato» tornò ad affacciarsi. Al punto che alla fine degli anni '90, anche alla «Max Mara», anche nei vari stabilimenti delle «Manifatturiere Maurizio» o alla «Marina Rinaldi» ci si accordava su contratti aziendali.
Si va avanti così fino alla fine del secolo scorso. Quando il sindacato capisce che la mancata adesione della «Max Mara» alla Confindustria crea problemi alla gestione dei fondi previdenziali. Ma soprattutto quando, facendo due conti, si accorge che il gruppo ormai non rispetta più i minimi salariali. Perché per arrivare a quella soglia, l'azienda ci mette dentro anche il «cottimo». Di fatto, significa che la retribuzione minima è molto al di sotto di quella prevista.
Partono le denunce all'Inps. E arrivano i guai per la «Max Mara». Che dal '76 gode di sgravi fiscali che le hanno consentito enormi risparmi. Sgravi che però, è noto, possono essere erogati solo alle imprese che rispettano i contratti.
Si va in giudizio. La prima sentenza è di condanna per il gruppo: deve restituire alle casse dello Stato, qualcosa come sei miliardi di vecchie lire. Nel 2004, il secondo grado. Ed è sempre una sentenza di condanna. Ora, si è in attesa della sentenza sull'ultimo ricorso del gruppo. Anche se tutto fa capire che la «Max Mara» prima o poi sarà costretto a pagare. Lo dovranno fare i figli di Achille, i tre figli che hanno preso in mano l'azienda alla morte del padre, 5 anni fa. Un prezzo che forse hanno messo nel conto. Perché magari saranno costretti a tirar fuori molti euro, ma sono riusciti a garantirsi il «governo» dei loro 2600 dipendenti.
Un governo monocratico che da 40 anni il sindacato prova ad incrinare. Gregorio Villirillo è il segretario dei tessili Cgil di Reggio Emilia: «Da noi le cose non vanno bene. Ma penso che se passasse la linea Marchionne alla Fiat sarebbero molto, molto peggio». E allora dice che bisogna fermarli, adesso. Dopo, sarebbe troppo tardi.
Liberazione 28/07/2010, pag 3
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