giovedì 29 luglio 2010

Se gli operai si mettono in cooperativa

Paola Baiocchi
Un anno fa i 39 operai della Bulleri Brevetti erano in presidio davanti ai cancelli della fabbrica - senza stipendio da sei mesi, senza cassa integrazione e con un caldo asfissiante - per impedire che le macchine già terminate fossero portate via dai creditori e avevamo parlato di un caso Innse a Cascina, alle porte di Pisa.
Ora gli operai sono dentro al capannone e lo stanno allestendo per ricominciare la produzione a settembre, con il marchio Nuova Bulleri Brevetti - Società cooperativa.
Sembrerebbe una storia a lieto fine, invece la parola fine non si può ancora dire: anche se si sono registrati molti importanti passi avanti dall'anno scorso, non è il momento di abbassare la guardia.
Il presidio infatti non è finito, continua in una forma diversa. Il capannone in allestimento non è quello di proprietà della Bulleri Brevetti, ma è un capannoncino più piccolo in affitto, proprio alle spalle della vecchia fabbrica. Non sfugge il senso di una "presa di posizione" del genere: la vecchia fabbrica contiene ancora materiali e macchine che andranno all'asta nei tempi che il tribunale di Modena disporrà, ma già una parte delle attrezzature della Bulleri sono state rubate dal piazzale da ignoti, mentre una linea di produzione terminata è stata sequestrata da un creditore, con una procedura autorizzata dal tribunale, ma con tutti i contorni del blitz in favore di un concorrente.
Allora controllare a vista la propria fabbrica in attesa dell'asta non è un fatto solo simbolico, ma un atto di vigilanza in un momento in cui la partita è ancora aperta, i concorrenti sono molti, i colpi di mano si sono già verificati e il tribunale che segue la procedura concorsuale è lontano.
La Bulleri Brevetti è una fabbrica storica di Cascina. Fondata nel 1935 è passata di mano nel 1997 dalla famiglia Bulleri al Gruppo Sicar Spa, dei Signorino, che hanno un'altra fabbrica a Carpi e una a Verona. La Bulleri produce macchine per la formatura dei metalli e per fabbricare altre macchine utensili, macchinari richiesti in tutto il mondo perché ognuno è un prototipo costruito su misura per le produzioni richieste. Un caso di internazionalizzazione, in controtendenza nel distretto produttivo del mobile di Cascina, che ha ceduto presto alle lusinghe della delocalizzazione in Romania o in Polonia e ora risente pesantemente della crisi.
La Bulleri invece è un caso un po' particolare perché non è in crisi di commesse, ed è un caso un po' particolare anche perché due dei vecchi proprietari, i fratelli Franco e Alberto Bulleri, dopo il passaggio di proprietà restano a lavorare in fabbrica, uno come progettista, l'altro come addetto commerciale. In un'altra forma di presidio.
Dopo la cessione le cose vanno avanti senza grossi cambiamenti per qualche anno, anche se tra le seducenti dichiarazioni di intenti dei Signorino e la realtà c'è uno scollamento, che si evidenzia nel portare fuori dalla Bulleri il fatturato a vantaggio delle altre aziende del Gruppo Sicar ("spolpavano l'azienda", dicono i lavoratori).
I problemi vengono fuori alla fine del 2008 quando i fornitori sospendono le consegne perché non vengono pagati da troppo tempo. Da febbraio 2009 gli operai non vengono più retribuiti, ma restano in fabbrica e comincia una corsa con il tempo attivata dalle Rsu, dai Bulleri, dai Cobas e sostenuta da Liberazione: si cerca una soluzione per continuare a produrre, si cerca un compratore, bisogna far partire la cassa integrazione per permettere agli operai di non soccombere.
Il Consiglio comunale di Cascina eroga un fondo a sostegno dei lavoratori che risiedono in zona; la Provincia di Pisa e la Regione Toscana attivano i tavoli di gestione della crisi, incontrando le parti.
Intanto i Signorino nominano un liquidatore che cerca di svendere i macchinari ultimati e giacenti in fabbrica, ma gli operai lo impediscono presidiando la fabbrica.
Il tempo passa, attirati dall'attenzione mediatica diversi compratori si propongono, ma si rivelano ben presto del tipo "non ho soldi, ma l'oggetto mi interessa".
Finalmente si fa strada l'idea della cooperativa tra i lavoratori che si forma a febbraio di quest'anno ed è piuttosto atipica: ne fanno parte venti ex dipendenti e 7 nuovi soci. Il presidente è Alberto Bulleri, il vice presidente è un ingegnere 68enne: si chiama Vanni Bonadio ed è molto conosciuto in zona perché è stato a fianco di Giovanni Alberto Agnelli, il figlio prematuramente scomparso di Umberto Agnelli e Antonella Bechi Piaggio, per impedire il trasferimento negli anni '90 a Nusco della Piaggio di Pontedera.
Bonadio conosce tutti negli ambienti imprenditoriali ed è stimato per essere una persona che non improvvisa. È un deus ex machina per la Nuova Bulleri, una fabbrica che si affaccia ora alla produzione, forte della professionalità delle sue maestranze e della sua tradizione, ma in un periodo di crisi mondiale di portata straordinaria e che deve strappare l'ex fabbrica all'asta.
Il finale è aperto, da settembre rientreranno in produzione 12 operai, non tutti ancora per non bruciarsi il capitale investito che viene prevalentemente dalla mobilità dei lavoratori.
Le dichiarazioni ufficiali dell'azienda sono di reintegrare tutti, ma non possiamo ancora dirci tranquilli perché per ora resterà fuori anche qualcuno che è stato molto attivo sindacalmente.

Liberazione 22/07/2010, pag 14

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