sabato 31 luglio 2010

Fiat, Marchionne non tratta: «Voglio un sì o un no»

L'ad: «Per Mirafiori ci sono altri modelli, ma gli stabilimenti devono funzionare»

Roberto Farneti
Il trasferimento della produzione in Serbia «non toglie prospettive» per il futuro dello stabilimento torinese di Mirafiori, a cui saranno destinati altri modelli. Ma la condizione per dar seguito all'investimento nel progetto Fabbrica Italia - venti miliardi di euro in sei anni - è «che ci siano le condizioni per cui quelli che non sono d'accordo non blocchino la maggioranza dei dipendenti della Fiat». Sergio Marchionne ribadisce al tavolo convocato ieri a Torino dal governo la linea dura scelta dall'azienda per gestire la fase che si è aperta dopo il referendum a Pomigliano.
Quell'inatteso 40% di operai contrari all'accordo capestro non firmato dalla Fiom non è stato proprio digerito dall'amministratore delegato del Lingotto. Che ora sfida i sindacati a dire «sì o no». Avvertendoli che «qualunque sia la risposta, Fiat è disposta a gestire entrambe le scelte». Ad esempio con l'uscita da Confindustria e la disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici alla fine del 2012. «Una strada praticabile», conferma Marchionne, anche se la via maestra, concordata sempre ieri in un incontro a parte con Emma Marcegaglia, resta quella di provare a trovare una soluzione che permetta di recepire le richieste del Lingotto sul fronte contrattuale senza scelte traumatiche.
E' a questo scopo che, come ha annunciato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, «verranno messi a punto singoli tavoli bilaterali per affrontare stabilimento per stabilimento sulle questioni industriali. E il governo farà da coordinatore».
Tuttavia, minaccia ancora Marchionne, «c'è sempre un piano B». E per far capire che non scherza già oggi a Torino annuncerà ai sindacati di categoria la costituzione della newco per Pomigliano d'Arco. «Vogliamo solo i diritti e dei doveri non ce ne ricordiamo mai - scandisce il manager, ricorrendo a un linguaggio decisamente padronale - anche da un punto di vista etico e morale, credo che l'ordine sia importante. Io non mi aspetto niente quando mi sveglio la mattina». Detto da un signore che guadagna cinque milioni di euro l'anno fa un po' ridere... Il guaio è che non c'è niente da ridere, visto che dalle decisioni di Marchionne dipende il futuro di decine di migliaia di famiglie.
Ne sanno qualcosa i lavoratori di Termini Imerese, che ancora aspettano di sapere che fine farà la loro fabbrica. «Le parti saranno convocate, di intesa con la Regione Sicilia, entro il 15 settembre, per discutere di tutte le proposte che Invitalia sta esaminando», fa sapere Sacconi. Le ipotesi di newco e di disdetta del contratto dei metalmecanici da parte della Fiat imbarazzano il ministro, sostenitore di un illusorio modello partecipativo: «Atti unilaterali nel sistema delle relazioni industriali sarebbero inopportuni», balbetta Sacconi.
Il problema è capire quanto i sindacati sono disposti ad assecondare il sogno di Marchionne di un ritorno agli anni Cinquanta. Dalla Cisl arriva subito un «sì, senza se e senza ma», alla richiesta di Marchionne, purché «le modalità dell'investimento», precisa Raffaele Bonanni non escano dal «perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito». Anche la Uil è pronta ad accettare la sfida per incrementare la produzione negli stabilimenti italiani, anche con accordi calibrati per ciascuno di essi, sempre però «rimanendo - avverte Luigi Angeletti - nella cornice del contratto nazionale di categoria».
Gli impegni assunti dall'amministratore delegato della Fiat non convincono la Fiom. «Se è vero, come ci hanno detto, che a Mirafiori arriveranno altri modelli - osserva Maurizio Landini - è anche vero che non dicendo "come quando e perchè" il rischio è nell'immediato più cassa integrazione per i lavoratori».
Anche il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani scuote la testa: «Ho sentito troppo ottimismo, la verità è che non ci sono patti nuovi». Quanto alle minacce di Marchionne, «contro il dissenso - osserva Epifani - i carrarmati non servono, anzi possono essere controproducenti. La Cgil è convinta che si possa riaprire il confronto a partire da Pomigliano per trovare una soluzione condivisa».
Gli atteggiamenti da vecchio padrone delle ferriere dell'amministratore delegato della Fiat non piacciono al segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero: «Altro che fargli un monumento, bisognerebbe additarlo - osserva Ferrero - come un industriale che lavora a distruggere le condizioni che ancora ci sono di apparato industriale del paese». La Fiat «ha chiuso uno stabilimento, quello di Termini Imerese, e ne ha messo un altro, quello di Pomigliano, in condizioni "polacche". Perchè Marchionne è considerato un modernizzatore se riporta le condizioni del lavoro agli anni Cinquanta?», sottolinea il segretario del Prc.

Liberazione 29/07/2010, pag 4

Nessun commento:

Posta un commento