Il "Carroccio" torna a chiedere protezionismo, il Pd se la prende pure col sindacato
Stefano Bocconetti
Arriva tardi e ci arriva male. Al punto che non si riconosce più «chi sta con chi». Insomma, la politica ufficiale arriva quasi distratta a parlare della Fiat. L'annuncio della delocalizzazione in Serbia è di due giorni fa, eppure - ancora ieri - le cronache del Palazzo si occupavano d'altro: di Di Pietro che ora tifa per Fini, di Bersani che sollecita un accordo con l'Udc sul Csm e così via. Si parla di tutto, insomma, meno che di Mirafiori, Pomigliano, Melfi.
La politica arriva tardi, dunque, a fare i conti con le strategie di Marchionne. E quando ci arriva, lo fa in modo spiazzante. Lo fa come nessuno poteva immaginare. Perchè si scopre che i pochi che provano a fare la «voce grossa» contro la Fiat sono i leghisti. E un pezzo - piccolissimo - del Pdl. Al contrario, invece, si scopre che i più «accomodanti» con Marchionne sono proprio alcuni dirigenti del piddì. Fra i più gettonati a scalare la gerarchia del partito.
Ma andiamo con ordine. La Lega, allora. Che ora "governa" il Piemonte - da cui si dovrebbero spostare le produzioni destinate alla Serbia - con Roberto Cota. Il quale non smette le sue vesti istituzionali, si dice preoccupatissimo e chiede che al tavolo di confronto promosso da Sacconi, il gruppo spieghi con esattezza le sue strategie. E che soprattutto, questo è l'auspicio, ci ripensi. Ben più duro è invece l'intervento del ministro Calderoli. Che, col solito linguaggio diretto, spiega che la Fiat ha avuto tanti soldi pubblici. E allora, «a me interessa poco sapere cosa la Fiat voglia andare a fare in Serbia, a me interessa che lo stabilimento di Mirafiori resti aperto. Diversamente saremmo costretti a far pagare il conto: non ci si può sedere ad un tavolo, mangiare con aiuti di Stato e poi andarsene senza pagare il conto».
In queste parole ci sono, certo, gli echi di una vecchia, vecchissima polemica che è sempre stata alimentata dalla destra italiana, contro qualsiasi intervento statale in economia. Ma c'è di più. C'è quel che rivelano le frasi di Marco Reguzzoni, neocapogruppo del «Carroccio» alla Camera. Dice: «Decenni di contributi a fondo perduto non evitano fenomeni di delocalizzazione. Per evitare la fuga è più utile dare nuove regole al commercio mondiale, evitando politiche aggressive dei paesi emergenti e difendendo la nostra piccola impresa». Di più, ancora più chiaro: «Il pilastro della nostra economia sono le piccole imprese che continuano a produrre nel nostro paese, soprattutto in Padania. Bisogna difenderle ad ogni costo, anche attraverso un confronto duro con l'Europa».
Tradotto: la Lega - che non ha mai trovato molti estimatori in Corso Marconi - coglie l'occasione per tornare a chiedere protezionismo, dazi e balzelli contro le importazioni. E poco male se questa strategia "localista" si scontra con i desiderata della Fiat, coi suoi progetti di globalizzazione non governata. Fra Lega e Marchionne non c'è mai stato molto amore.
E ancora. Al coro leghista, stavolta s'è unito anche un pezzo del Pdl. Il pezzo piemontese che col deputato Enrico Pianetta, prende a prestito un vecchio slogan della sinistra per dire che «la Fiat, come al solito, socializza le perdite e privatizza i ricavi».
Le sorprese non finiscono qui, però. Perché nell'altro fronte, l'opposizione parlamentare, a prendere la parola è Chiamparino, sindaco di Torino, la città che dovrebbe pagare di più per le scelte di Marchionne. Invece il sindaco - che forse, se si rivoterà in Piemonte, si candiderà a fare il governatore e che comunque coltiva progetti di leadership nazionali - è molto più cauto. Certo dice che la Fiat «deve mantenere le promesse e deve restare a produrre in Italia». Ma aggiunge, significativamente: «... ha comunque ragione anche Marchionne, che si aspettava un'accoglienza molto diversa su un progetto che rappresenta l'unica vera ipotesi di rivoluzione industriale. Invece è stata accolto con indifferenza, scetticismo, problemi di rappresentatività sindacale». I «no» della Fiom, insomma, non gli sono piaciuti. Esattamente come a Marchionne.
Liberazione 25/07/2010, pag 2
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