Scrive preoccupato Piero nella e-mail aziendale; lui che, abituato ad una certa "cultura del lavoro", aveva impostato il suo calendario biologico per lavorare fino a 65 anni. Scrive preoccupato del fatto che le dismissioni effettuate dal suo fondo pensione lo hanno costretto a comprare la casa dove abita; scrive preoccupato dello stato di precarietà dei figli che sicuramente non avranno un posto come il suo.
Le preoccupazioni di Piero sono quelle di molti altri lavoratori di Unicredit dove il recente accordo unitario apre la strada ai pensionamenti obbligatori, se non si raggiungono entro il 15 novembre tremila "volontari". Uno stordimento di fronte alle sbandierate sorti progressive di un'azienda che marciava spedita verso un'espansione senza confini. Espansione che l'ha portata, tra l'altro, in una posizione particolarmente rischiosa, rispetto ad altre banche italiane, al momento dello scoppio della crisi del 2008. L'azienda affermava che, dopo la fusione con un altro importante gruppo (Capitalia), non avrebbe più avuto esuberi e che invece oggi non solo si prepara a mandare a casa 4.700 persone ma abolisce per i prossimi assunti il contratto integrativo.
Pieno di contraddizioni questo presente: si chiede di lavorare sempre di più e con maggiore intensità e poi, tutto d'un tratto, si impone di andare subito in pensione; si esalta la contrattazione aziendale ma lì, dove si fa, la si esclude per i nuovi assunti che già hanno contratti precari.
E sì, perché ormai in banca si entra solo da apprendisti (manco fossero botteghe artigiane) e per quattro anni, pur svolgendo tutte le prestazioni (e anche di più) di un normale lavoratore, si hanno un paio di sottoinquadramenti e contributi irrisori. E', ad esempio, la storia di Cristina già lavoratrice interinale a Capitalia in Roma, confermata poi apprendista in Unicredit e infine inviata a Ravenna. Con 1.200 euro, dice, devo farci uscire l'affitto, le spese ed anche i costi per tornare ogni tanto a casa. Insomma, sono tempi molto lontani da quell' immaginario collettivo in cui il posto in banca era la soluzione di una vita.
Quindi in Unicredit non solo ci saranno assunzioni con sottoinquadramento ma, oltre a questo, sicuramente per quattro anni neppure l'integrazione del contratto aziendale. Ma su queste assunzioni c'è poi un altro mistero: si sa che saranno migliaia, ma se poi si guardano ai numeri di tutto il personale da stabilizzare tra apprendisti, tempi determinati ed interinali non si sa quanti nuovi posti effettivamente ci saranno a disposizione.
Anche nelle banche, quindi, si profila una nuova stagione dura per i lavoratori. In febbraio, in Intesa Sanpaolo è stato firmato un orrido accordo separato (la Fisac Cgil non ha firmato), che deroga in peggio il contratto nazionale: meno salario e più orario per gli assunti in aree geografiche considerate svantaggiate (sia al nord, sia al Sud... gabbie salariali, vi dice niente?). Ora questo accordo regalo in Unicredit.
Perché anche la Fisac-Cgil questa volta abbia firmato resta un mistero forse legato ad un nuovo clima in Cgil per cui il merito degli accordi viene sacrificato alla ricerca dell'unità sindacale ad ogni costo; perché Intesa Sanpaolo no e Unicredit sì? A meno che non si voglia sostenere che pensionamenti obbligatori o licenziamenti e contratto integrativo siano meglio di deroghe al contratto nazionale.
Lo scenario che ne risulta è inquietante per il prossimo futuro: i due gruppi bancari da soli faranno il bello e cattivo tempo nel prossimo rinnovo del contratto nazionale dei bancari che, alla luce di questi accordi, rischia di disegnare per i neo assunti un grave peggioramento sia sul salario sia sui diritti (orario, flessibilità nelle mansioni etc.), mentre per gli anziani (gente di 55 anni!) la prospettiva di anni di cassa integrazione (che non si può chiamare così perché la clientela scapperebbe) e poi il pensionamento obbligatorio, anche anticipato, proprio nel momento in cui finisce per gran parte delle persone il diritto alla pensione con il sistema retributivo (almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1994), e si avvia il sistema misto contribuivo che, come noto, taglia di molto l'entità della pensione.
I padroni delle banche, infatti, hanno avviato la riforma del fondo che, pagato a suo tempo da tutti i lavoratori anche con un mancato rinnovo di un biennio economico, e con il peggioramento del trattamento dei nuovi assunti di allora, ha consentito in un decennio di accompagnare alla pensione su basi volontarie decine di migliaia di lavoratori e regalando alle banche enormi risparmi. Insomma, non una funzione di ammortizzatore per situazioni di crisi ma strumento di sostituzione di forza lavoro più a buon mercato. Ora, per il sistema bancario questo meccanismo è diventato troppo costoso (in quanto gli istituti dovevano versare i contributi previdenziali per i lavoratori usciti anzitempo dal sistema produttivo) per questo si pensa alla cassa integrazione e alla pensione obbligatoria: questa volta con i contributi statali e forti risparmi sui costi per i banchieri.
Bizzarro mondo quello dei banchieri, dove gli amministratori se ne vanno con decine di milioni di buonuscita e i lavoratori pagano con posti di lavoro in meno e diminuzione di salario.
Ovviamente ci siamo dimenticati di dire che le banche italiane non sono certo come le aziende manifatturiere con i bilanci in rosso; è un decennio che i profitti del settore volano ed i dividendi arricchiscono i soliti noti. Ai clienti restano i prodotti che espongono a rischi di perdite ingenti, ai lavoratori bancari le pressioni delle direzioni per venderli pena la mancata erogazione dei premi salariali.
a cura dei lavoratori Prc del settore Credito
Liberazione 04/11/2010, pag 13
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