Pettinatura Verrone, 30 licenziamenti ma megastipendi per i manager. Sciopero della fame di un delegato Cgil
Maurizio Pagliassotti
Biella
Chi riceverà domani mattina la lettera di licenziamento? Qualcuno lo sa già, altri lo sospettano, tutti sperano di sfangarla. La vicenda della Pettinatura Verrone, storica azienda del settore tessile biellese, racconta il capitalismo che piange per la crisi e come unica soluzione propone il bastone per i suoi lavoratori. Ma racconta anche l'Italia che non si piega, o quantomeno ci prova.
La storia della Pettinatura è semplice e uguale a tante. A Verrone, come in tutta Italia, le frasi che giustificano i licenziamenti sono sempre le stesse: "C'è la crisi, è necessario ridurre il personale, la colpa è dei cinesi, dei rumeni, del mercato, del destino. Ci dispiace tanto signori operai ma non c'è spazio per nessuna trattativa, non c'è spazio per nuovi ammortizzatori sociali, lo spazio c'è solo per la mobilità per trenta persone su novanta. E non importa che ci siano gli ammortizzatori sociali in deroga oppure un accordo di solidarietà tra i lavoratori. Tutto dipende dal calo degli ordini di lavoro, non è colpa nostra".
Strana situazione a Biella: un minimo di ripresa c'è nel settore tessile biellese, gli ordinativi non stanno più naufragando come qualche mese fa, però le ore di cassa integrazione aumentano. «E' facile da spiegare: stanno spremendo i lavoratori che non sono in cassa integrazione o mobilità», commenta Romana Peghini dei tessili Cgil. E, infatti, chi esce dal capannone della Pettinatura Verrone non fa che confermare le corse da un reparto all'altro, testa bassa e gran lavoro: un po' per dovere, un po' per paura.
Nel parcheggio semivuoto antistante al capannone nuovo, sotto un diluvio tristissimo, va in scena la protesta di chi non ci sta. Un operaio si scaglia contro i megastipendi dei manager fatti sulle spalle di chi guadagna seicento euro al mese. Dice: «Non serve a nulla raccontare solo la crisi della fabbrica. E' necessario indagarne anche le cause. Io so che anche adesso c'è chi guadagna megastipendi e i poveri operai non arrivano alla fine del mese. Questa è anche una delle cause della crisi di questa fabbrica ed in generale dell'economia italiana».
Chi davvero ha deciso di mettere tutto in campo si chiama Sergio D'Antino. Lavora alla Pettinatura Verrone da venticinque anni, ha due figli, è un militante di Rifondazione Comunista presso il Circolo Che Guevara di Candelo ed è un delegato sindacale Cgil. Lui ha deciso di presidiare la fabbrica da solo e contemporaneamente ha iniziato uno sciopero della fame ad oltranza. Si è piazzato con la sua utilitaria tappezzata di cartelli e fiocchi rossi davanti al portone d'entrata domenica sera e lì soggiorna. Questa notte, sotto il diluvio universale e sei gradi centigradi sei, in pancia un po' d'acqua e basta, lui vivrà "l'Italia che non si piega". Il mattino del primo giorno di sciopero è stato avvertito che per ragioni di sicurezza - non mangia ed è debilitato - anche lui era in cassa integrazione.
Al quarto giorno di astensione dal cibo Sergio D'Antino è stanco ma ancora ben deciso ad andare avanti, racconta: «Ho deciso di dare tutto perché la posta in gioco è troppo grande. Qui non stiamo parlando di ridimensionamenti produttivi. Qui è in gioco il futuro di tutta la fabbrica perché se non blocchiamo questo processo di smantellamento alla fine tutto sarà chiuso».
Dargli torto è davvero difficile. La deindustrializzazione in corso nel Biellese è inesorabile e coinvolge tutto il settore tessile, travolto dalla concorrenza cinese e dalla sua stessa foga di delocalizzazione. Al posto delle fabbriche, centri commerciali e nuove strade verso Torino. Continua Sergio: «Ho incontrato grande solidarietà da parte dei colleghi. Mio figlio mi ha detto che sono un pazzo e che non vale la pena rovinarsi la salute per il lavoro. Ma non è solo una questione di lavoro: è una questione di valori e principi e io non posso restare a guardare. Chiedo che si prenda tempo, che si tentino tutte le strade degli ammortizzatori sociali straordinari e anche i contratti di solidarietà».
Sergio D'Antino ripercorre la strada che fu di Rosanna, operaia Stabilus di Villarperosa, accampatasi per un mese fuori dalla sua fabbrica in sciopero della fame. Lei perse perché lasciata sola da troppi colleghi, da troppi sindacalisti e da troppi politici. La notte i carabinieri passavano a vedere se era viva o morta e le portavano qualcosa di caldo. Oggi i colleghi che la incontrano le dicono: "Che errore non averti sostenuto".
Renato Nuzzo, anch'egli militante di Rifondazione e amico di Sergio D'Antino sta tentando di creare un po' di mobilitazione: «La situazione di questo territorio è drammatica, non ci sono prospettive e ogni fabbrica in bilico è diventata una trincea da difendere. Il gesto estremo di Sergio dimostra che il partito ha la forza di tornare in mezzo alla gente lottando, ma per fare questo è necessario uno sforzo comune da parte di tutti. Invito coloro che si riconoscono nei nostri valori a far pervenire a Sergio ed ai suoi colleghi supporto morale e non solo».
Liberazione 19/11/2010, pag 6
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