Dino Greco
A Brescia, sopra quella gru, a 35 metri dal suolo, sei uomini, sei migranti, stanno giocando le proprie vite - sostenuti da un movimento che cresce di ora in ora - per rivendicare, a nome di tutti, ciò che è un sacrosanto diritto: quel permesso di soggiorno che una legge vessatoria insiste a negargli e la cui cecità, dopo l'introduzione del reato di immigrazione clandestina, ha trasformato la loro esistenza in un autentico inferno. La crisi si sta abbattendo come un maglio su tante persone che perdendo il lavoro vengono precipitate, automaticamente, in una condizione di illegalità. Inoltre, la regolarizzazione un anno or sono disposta per le sole "badanti" o, a dire il vero, a beneficio delle famiglie italiane che ne reclamano le indispensabili prestazioni, mentre non ha prodotto in quel campo alcun effetto, è divenuta la strada, la sola tentabile, attraverso la quale centinaia di migliaia di lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno avevano cercato di sanare la propria condizione, pagando fior di denari, talvolta ai propri datori di lavoro che ne utilizzavano la prestazione in "nero", talaltra a faccendieri o a vere e proprie organizzazioni nate per lucrare sullo stato di necessità di chi è votato ad ogni espediente pur di uscire da una condizione di illegalità, o pur di non ripiombarvi. Ora queste persone rischiano di perdere quanto hanno costruito, quasi sempre sottoponendosi a inaudite condizioni di sfruttamento e di vita, nel corso della loro permanenza in Italia. Ad unire protervia ad ingiustizia è arrivata infine la circolare del capo della polizia, Antonio Manganelli, che ha creduto di ben interpretare lo spirito dei tempi rendendo retroattiva l'efficacia della norma che nega il diritto di chiedere la regolarizzazione a quanti si siano macchiati di un reato: in questo caso quello di clandestinità che tale è nel frattempo divenuto, ope legis. Un mostro giuridico degno di uno Stato che autorizza ormai l'apartheid e pratica il razzismo istituzionale, a Brescia perseguito con sadico zelo dall'amministrazione pidiellina a trazione leghista. Ma fanno male i conti i nostrani seguaci della cultura segregazionista, perché qui gli schiavi hanno già spezzato le loro catene e nessuno riuscirà a rimettergliele: l'Italia del 2010, malgrado tutti i suoi guai, non diventerà come l'Alabama della metà del secolo scorso.
Se un appello possiamo dunque rivolgere da queste colonne ai cittadini bresciani, è quello di non chiudersi nell'indifferenza, di non subire passivamente la remissione di ogni senso di umanità. Di reagire, insomma, come questa città ha saputo fare nei momenti più carichi di passione civile della propria storia recente. Lo faccia stringendosi attorno ai ragazzi che, arrampicati su quella gru, chiedono solidarietà. Dovesse venire loro a mancare, dovessero restare soli, perderemmo tutti.
Liberazione 06/11/2010, pag 1
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