sabato 28 agosto 2010

Confindustria con la Fiat, i vescovi con Napolitano

Melfi, ancora fuori i 3 operai. Marcegaglia: «Azienda in linea con la legge». Ma la Cei: «Così si negano i diritti»

Roberto Farneti
Impedendo il ritorno al lavoro dei tre operai di Melfi, licenziati e poi reintegrati dal giudice, la Fiat compie «un errore etico e nega i diritti della persona». E' un giudizio durissimo quello espresso ieri da mons. Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. Un monito, quelle dell'arcivescovo, in linea con il «rammarico» espresso il giorno prima dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per quanto sta avvenendo nello stabilimento lucano. Intervento definito da Bregantini «nobilissimo, rapido, incisivo e lucido».
I lavoratori di Melfi torneranno in cassa integrazione dal 22 settembre all'1 ottobre prossimo. Invece di prendersela con i propri dipendenti, la Fiat farebbe bene a sbrigarsi a lanciare nuovi modelli sul mercato. Anche ieri Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli si sono presentati davanti ai cancelli della fabbrica, senza però varcarli. In teoria potrebbero farlo, ma non accettano di essere confinati in una saletta sindacale lontana quattrocento metri dalle linee di produzione. Secondo mons. Bregantini hanno ragione i lavoratori: «Non basta dire: "ti pago lo stipendio", tale comportamento dell'azienda denota, dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, un errore etico. La sentenza ha dato un'indicazione ma la Fiat - accusa l'arcivescovo - ha deciso di attuarla in questa modalità minimalista. In tal modo si priva il lavoratore della sua dignità, non basta soddisfare l'aspetto economico, c'è la dignità della persona».
Due alte autorità - una politica, l'altra spirituale - che concordano nel bacchettare l'arroganza di una azienda. Qualcosa vorrà pur dire. Una cosa è certa: con il suo modo di fare da antico "padrone delle ferriere", Sergio Marchionne sta demolendo l'immagine della più importante impresa italiana, oltre che quella sua di manager moderno. Per questo l'annunciata volontà di non compiere passi indietro fino al 6 ottobre, data in cui si discuterà in appello il ricorso presentato dalla Sata contro il reintegro, rischia di rivelarsi un boomerang per la Fiat. Lo dimostrano le contraddizioni che si stanno aprendo anche nello schieramento che fin qui ha sostenuto le scelte dell'amministratore delegato.
Il governo è diviso. Alle parole di critica del ministro dei Trasporti Altero Matteoli («le sentenze vanno rispettate anche quando non ci fanno piacere») sono seguite ieri quelle di plauso nei confronti di Marchionne da parte della sua collega Mariastella Gelmini. Dalla parte della Fiat si schiera anche la Confindustria: «Quello che ha fatto è in linea con la legge e con la prassi», afferma Emma Marcegaglia. E comunque sia «il vero tema - aggiunge - è l'esigenza di cambiare radicalmente le relazioni industriali». Cosa significhi lo spiega Giulio Tremonti: «Una certa qualità di diritti e regole non possiamo più permetterceli»: in uno scenario globale «non possiamo pensare che sia il mondo ad adeguarsi all'Europa, ma è l'Europa - afferma il ministro dell'Economia - che deve adeguarsi al mondo».
La direzione qui in italia, come è noto, è quella indicata dal nuovo modello contrattuale, non sottoscritto dalla Cgil. Il primo passo sarà la definizione di deroghe nel quadro del contratto dei metalmeccanici «perchè si possa applicare l'accordo di Pomigliano». Marcegaglia fa sapere che sono già state fissate le date per portare avanti il confronto tramite un tavolo con Federmeccanica e i sindacati sottoscrittori del contratto nazionale di categoria. Esclusa quindi la Fiom.
Ma anche il fronte sindacale è diviso. «Condividiamo il monito importante della Cei», fa sapere l'Ugl, contraria all'ipotesi di nuove deroghe al contratto nazionale. Sul fronte opposto si posiziona il segretario del Fismic, Roberto Di Maulo, aziendalista al punto di attaccare Napolitano: il suo intervento, azzarda, rappresenta «una grave ingerenza nel merito dell'operato dei magistrati che debbono giudicare il merito della questione». In palese difficoltà la Cisl. Non avendo il coraggio di dire di che non è d'accordo con Napolitano e con il richiamo della Cei nei confonti della Fiat, Raffaele Bonanni interpreta a proprio uso e consumo le parole del Capo dello Stato che, a suo dire, conterrebbero un richiamo anche nei confronti della Cgil.

Liberazione 26/08/2010, pag 2

Nessun commento:

Posta un commento