sabato 28 agosto 2010

Il sogno di Marchionne: «Basta conflitti tra operai e padroni»

L'ad della Fiat: «A Melfi legge rispettata». L'operaio non reintegrato: «La lotta di classe la sta facendo lui»

Roberto Farneti
Basta con questi operai, rimasti fermi allo schema superato della lotta di classe, che con le loro baggianate sui diritti impediscono alle aziende di essere competitive sui mercati. Finendo così per segare il ramo sul quale anch'essi sono seduti. Tremila anni dopo l'apologo di Menenio Agrippa, Sergio Marchionne rispolvera antichi concetti appresi sui libri di scuola delle elementari per spiegare le relazioni industriali di cui ha bisogno una impresa moderna per navigare nel mare agitato della globalizzazione.
«Non siamo più negli anni '60» e occorre «abbandonare il modello di pensiero» che vede una «lotta fra capitale e lavoro e fra padroni e operai», spiega l'ad di Fiat rivolto alla platea del Meeting di Comunione e Liberazione in corso a Rimini. «Quello che serve - aggiunge - è un patto sociale per condividere impegni e sacrifici e dare al paese la possibilità di andare avanti». Detto da uno che guadagna cinque milioni di euro l'anno, a fronte degli 800 euro al mese di un operaio in cassa integrazione, suona un po' ipocrita. Non però per la platea ciellina, che ripetutamente lo applaude. Fuori dalla Fiera, un presidio della Federazione della Sinistra con bandiere rosse e megafoni tenta, inutilmente, di far sentire la propria voce mentre il manager, in maglietta nera con maniche arrotolate, prosegue il suo intervento.
Marchionne non ha gradito le «gravi accuse» piovute sulla Fiat dopo il licenziamento e il mancato reintegro dei tre sindacalisti di Melfi. «Abbiamo rispettato la legge - afferma - è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, che vedono la mancanza di rispetto delle regole e di illeciti arrivati in qualche caso al sabotaggio». Dignità e diritti «non possono essere un patrimonio esclusivo di tre persone: sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti», contrattacca l'ad. Peccato che un giudice del lavoro abbia già smentito la versione dei fatti prodotta dall'azienda (e impudentemente riproposta da Marchionne), dichiarando l'antisindacalità dei licenziamenti dei tre operai e ordinando la loro immediata reintegra nel proprio posto di lavoro. Sentenza che la Fiat, però, pretende di applicare retribuendo i lavoratori senza farli lavorare. Proprio per chiarire gli aspetti procedurali di quel decreto il giudice Emilio Minio ha riconvocato le parti (azienda e Fiom) per il 21 settembre.
E le dure parole dei vescovi, ribadite anche ieri? E l'intervento di Napolitano? Marchionne fa finta di non capire: «Accetto quello che ha detto il Presidente della Repubblica come un invito a trovare una soluzione» alla vicenda di Melfi. Impegno subito incassato da Napolitano. Il manager non respinge l'offerta di dialogo avanzata dal leader della Cgil Guglielmo Epifani: «Sono disponibile a incontrarlo, però non dica sempre di no».
L'intervento di Marchionne non è ovviamente piaciuto agli operai di Melfi non reintegrati. «L'unica lotta di classe che c'è in Italia la sta facendo lui», commenta Giovanni Barozzino parlando ai microfoni di SkyTg24. Al suo fianco c'è Antonio Lamorte, anche lui della Fiom. «I diritti di tre persone - ribatte l'operaio - sono i diritti di tutti». I lavoratori non aiutano l'impresa? Fanno troppi scioperi? Una balla: «Lo stabilimento di Melfi ha festeggiato da poco i cinque milioni di vetture prodotte: credo che il merito sia soprattutto degli operai», ricorda Barozzino.
Dalla loro parte e contro Marchionne si schiera il segretario nazionale del Prc/Federazione della sinistra, Paolo Ferrero: «La Fiat - accusa - ha un'idea affatto arbitraria delle leggi dello Stato, la cui sovranità dovrebbe arrestarsi all'ingresso degli stabilimenti industriali in nome della competizione globale. Se questa è la globalizzazione - osserva Ferrero - allora no alla globalizzazione».

Liberazione 27/08/2010, pag 2

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