mercoledì 8 settembre 2010

«Imprese in affanno, governo immobile. Persi altri 70mila posti»

Giuseppe Bortolussi segretario
della Cgia di Mestre
Roberto Farneti
Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, l'associazione degli artigiani di Mestre. Dopo la pausa per le ferie estive riprende l'attività produttiva. I segnali che arrivano, però, non sono incoraggianti. La Fiat ha già annunciato nuova cassa integrazione in tutti gli stabilimenti a partire dal 20 di settembre. La fiducia di imprese e consumatori è cresciuta ad agosto in gran parte dell'Europa ma non in Italia. C'è di che preoccuparsi?
La situazione è chiara: in Italia si continuano a perdere posti di lavoro. Altri 70mila al rientro, secondo una nostra stima effettuati su dati Istat. Nel 2008 i posti in meno erano stati circa 170mila, nel 2009 190mila. A conferma che l'economia si è rimessa in moto. Perchè allora questa sfiducia in generale? Prima di tutto in confronto ad altri paesi europei, penso alla Germania e alla Francia, noi abbiamo certamente investito e speso meno per rispondere alla crisi. E ciò non solo a causa dell'alto debito pubblico che abbiamo, ma per una precisa volontà politica. Il nostro governo, che non a caso è di centro destra, è infatti convinto che l'Italia possa uscire da questa crisi "naturalmente", trainata cioè dalla ripresa complessiva dell'economia. La principale preoccupazione del governo è stata perciò quella di tenere i conti a posto. Da un certo punto di vista, non è che abbiano avuto tutti i torti. Ma tenere i conti a posto non significa che non si potevano comunque mandare dei segnali positivi, sotto forma di aiuti nei confronti di almeno una parte della popolazione, perchè questa è una crisi di consumi. Ad esempio, noi avevamo chiesto una riduzione della tassazione sulle tredicesime. E invece non è stato fatto praticamente nulla.
Oltre alle risorse per gli ammortizzatori sociali, il governo aveva promesso investimenti in opere infrastrutturali. Dove sono finiti?
Quando il governo parla di opere pubbliche, si riferisce a megaopere come il Ponte sullo stretto di Messina, che sono di là da venire. Invece era necessario fare qualcosa di veloce, come ad esempio favorire i pagamenti, bloccati dal patto di stabilità, delle imprese che lavorano con la pubblica amministrazione. Stiamo parlando di un credito ormai di 70miliardi di euro, la metà del quale è con la sanità. La somma di tante piccole commesse. Non dimentichiamo che in Italia il 95% delle imprese ha meno di dieci addetti ed è da qui che arriva l'80% dei nuovi posti di lavoro che si creano ogni anno. Per difendere l'occupazione queste imprese andrebbero aiutate. E invece la tassazione in Italia è più alta che in altri paesi, paghiamo l'energia il 40% in più, i trasporti il 10-15% in più, il nostro sistema burocratico è pesante, la giustizia è molto lenta, l'accesso al credito è spesso problematico. Non dobbiamo farci illudere dalle statistiche. Il fatto che nel primo semestre di quest'anno il saldo tra natalità e mortalità delle imprese sia stato attivo per 30mila unità è solo in apparenza positivo. Perchè spesso succede che chi apre una piccola impresa lo fa per necessità. Ex dipendenti che, una volta perso il posto, si mettono in proprio per provare a sopravvivere.

Se è vero che in Italia si pagano troppe tasse, allora come si sarebbero potute recuperare le risorse necessarie per attuare interventi di sostegno all'economia?
Noi chiedevamo un paio di segnali. La detassazione delle tredicesime soltanto per i cassintegrati sarebbe costata appena 200milioni di euro. Il problema dell'Italia è che paghiamo più tasse rispetto agli altri. Malgrado ciò, il debito pubblico non diminuisce e abbiamo servizi nettamente inferiori. Le risorse si possono recuperare rendendo tutto più funzionale. Per esempio io sono un sostenitore del federalismo. Studi fatti da noi dicono che i paesi federali - dove la spesa pubblica è decentrata - spendono la metà dei paesi unitari.

Allude a un federalismo solidale?
Certamente perchè il federalismo è in grado tecnicamente di coniugare la responsabilità l'efficienza e la solidarietà. Se la gamba della solidarietà non ci fosse, sarebbe soltanto secessione, ossia "io mi tengo quello che ho". Per esempio, il federalismo della Lega è di tipo secessionista. Io invece propongo che una parte della ricchezza prodotta localmente venga data in solidarietà per garantire a tutti lo stesso livello di partenza. Dopodiché bisogna responsabilizzare chi spende. Se vuoi spendere di più, devi tassare e non mandare il conto a Roma.

Liberazione 31/08/2010, pag 3

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