venerdì 3 settembre 2010

Marchionne: una lettera. Anzi, tre

Dino Greco
Due millenni e mezzo dopo il celebre apologo con il quale il console Menenio Agrippa convinse la plebe romana a desistere dal primo grande sciopero proletario che la storia ci abbia tramandato, Sergio Marchionne ci riprova, stesso stile e medesimo contenuto. L'amministratore delegato della Fiat prende carta e penna e scrive, personalmente, a tutti i dipendenti del gruppo. E cosa racconta, con appassionato trasporto, il tycoon dell'auto? Sentite un po', cogliendo fior da fiore: la Fiat non è cattiva, soprattutto «non è quell'entità astratta che chiamiamo "azienda" e non è, come direbbe qualcuno, il "padrone"». Marchionne si sente ferito da questa bizzarra tesi che semina un antimoderno odio di classe e ripropone la «presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra padroni e operai, di cui ho sentito parlare spesso (ma va?, ndr ) in questi mesi». Come non capire che se le cose vanno male il primo a soffrirne è l'imprenditore, perché «la cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa - le conseguenze». Ma allora la colpa di chi è? Ecco la pronta risposta: non è colpa di nessuno, proprio di nessuno. Sono «le regole della competizione internazionale» ad imporre certe dolorose soluzioni: «Non le abbiamo scelte noi» e, soprattutto, «nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono». Insomma, il rapporto fra capitale e lavoro non è una relazione sociale, storicamente determinata ed inscritta nei rapporti di proprietà vigenti, ma un impersonale stato di natura. Va da sé che o ne accetti le conseguenze oppure sei irrimediabilmente tagliato fuori dal gioco. Ogni azienda è dunque una comunità indivisa di interessi, dove padroni ed operai, solidalmente uniti, si battono contro altri padroni ed operai in quella contesa per la sopravvivenza, in quella vera e propria guerra a bassa intensità che si chiama "concorrenza", retta da un solo inossidabile principio che recita: mors tua vita mea . Di qui l'invito conclusivo che Marchionne rivolge ai "suoi" dipendenti: «Condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale». Un invito rivolto, sia ben chiaro, ad ogni singolo lavoratore, ma non alle organizzazioni che ne incarnano la rappresentanza sindacale (salvo quelle, ovviamente, aduse a dire sempre di sì), perché Marchionne non riconosce dignità ad un punto di vista autonomo dei lavoratori.
Ove questo si esprima e sia in contrasto con l'azienda, anche se suffragato da leggi dello Stato e da esiti della contrattazione collettiva, deve essere rimosso con ogni mezzo. Qui l'ipocrita affettazione del capo della Fiat cede il passo ad una prosa più greve e più autentica. E' quella che troviamo in un'altra lettera, questa volta inviata dalla dirigenza dello stabilimento di Melfi a due delegati della Fiom che hanno diretto gli scioperi per contrastare l'aumento unilaterale dei ritmi di lavoro disposto dall'azienda senza alcun preventivo confronto sindacale e mentre una parte dei dipendenti si trova in cassa integrazione. La lettera dispone la "sospensione cautelativa" dei lavoratori, una prassi che precede il licenziamento e che viene adottata quando l'azienda ritenga il comportamento dei lavoratori talmente grave da escludere la possibilità che essi possano restare anche un solo secondo in più in azienda, mentre vengono espletate le procedure di rito. La messa in mora dello stesso diritto di sciopero è non solo praticata, ma ideologicamente rivendicata, se i rappresentanti sindacali della Sata sono accusati di avere violato, nientemeno, che «i precetti costituzionali in tema di libertà di iniziativa economica». Dove la Costituzione è strapazzata sino a rovesciarne diametralmente il senso, esattamente come il Presidente del Consiglio ha sostenuto essere necessario, liberandosi del fardello costituito dall'articolo 41.
A dire il vero esiste anche una terza lettera, anch'essa di sospensione cautelare, indirizzata ad un lavoratore dello stabilimento torinese che si sarebbe macchiato dell'infame colpa di avere diffuso, per via telematica, la lettera (pubblicata da Liberazione ) indirizzata dai lavoratori della Fiat Polonia di Tychy ai loro compagni di Pomigliano per sostenerne la lotta e per fare causa comune con essi. Come si vede, il manifesto ideologico che va prendendo corpo è sorretto da una rigorosa trama logica e politica: l'impresa, incarnazione vivente del capitale, è il dominus . La gerarchia di comando che ne esprime la volontà non può essere contraddetta né, a maggior ragione, ostacolata. Nulla di nuovo, a ben vedere. Se non l'imbarazzante impotenza culturale e politica di chi, dopo aver espunto dalla storia contemporanea le classi, se le ritrova davanti, l'una ad opprimere e l'altra a soccombere, con modalità che sembrano estratte, pari pari, dagli annali che raccontano gli albori dell'industrializzazione. Ecco dunque che il «patto sociale» rivendicato da Marchionne nelle battute conclusive della sua lettera evoca quell'altro patto (presunto) fra il ricco e il povero descritto nel XVIII secolo da Jean Jacques Rousseau con parole così ferocemente sarcastiche da meritarsi una letterale citazione di Marx nel primo libro del Capitale: «Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetterò che abbiate l'onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prendo nel comandarvi».

Liberazione 11/07/2010, pag 1 e 2

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