venerdì 18 febbraio 2011

Da 10 anni il filo che lega le tute blu italiane alla Zastava non si è mai interrotto

Fabio Sebastiani
"Dai lavoratori ai lavoratori". Fu questa l'idea che spinse alcuni settori del movimento sindacale italiano a portare in Serbia la solidarietà immediata contro le devastazioni della "guerra umanitaria" nei mesi immediatamente seguenti i bombardamenti della Nato. E da dieci anni la trama e l'ordito tra il nostro Paese e la Zastava di Kragujevac, la fabbrica di automobili e camion più grande dei Balcani, non si sono mai interrotti.
La risposta fu dettata dalla drammaticità del momento, certo: quelle "tute blu" a difesa del pane quotidiano, proprio come alla fine della seconda guerra mondiale gli operai italiani contro i tedeschi ladri di torni e presse tra Genova e Torino, rappresentavano un richiamo irresistibile, quasi ancestrale. E se dapprima fu una fraternità stretta attraverso le mani unite nei cordoni degli scudi umani contro le bombe all'uranio impoverito, poi durò oltre le macerie, la povertà e la disperazione. E ancora oggi è per quella gente l'unica ricostruzione vera.
E' grazie a questa solidarietà se i duecentomila di Kragujevac hanno trovato un motivo in più per resistere per tutto questo tempo. Non grazie alla promessa della Fiat di riaprire la Zastava, che dopo il bombardamento fu costretta al blocco quasi totale dell'attività produttiva. Non grazie al fiume di imprenditori d'accatto piombati qui dai più remoti angoli dell'Europa alla ricerca di improbabili fortune sulla pelle di una popolazione stremata e ricattabile. Non grazie a chi allungando letteralmente un tozzo di pane ha chiesto in cambio abiure e flessibilità totale, privatizzazioni immediate e liberismo selvaggio. Non grazie, infine, alle promesse di entrare in Europa.
Per Rajka Veljovic, punto di riferimento degli aiuti delle associazioni italiane a Kragujevac, l'aiuto dell'«Italia brava» è stato fondamentale. E' dal '99 che Rajka traduce le lettere che "padri" e "figli", si mandano da una parte all'altra del confine. E' un libro vivente sulla solidarietà nell'epoca della barbarie globale.
L'«Italia brava», con le mani sporche di grasso e senza fregiarsi di distintivi e bandiere, ha portato a Kragujevac circa 3 milioni in aiuti e adozioni. Aiuti di carattere sanitario, sopratutto, come i sei centri odontoiatrici, ma anche risorse per ristrutturare scuole e ambulatori.
Fino allo sfascio della Jugoslavia la Zastava produceva 220mila vetture, con più di cinquantamila lavoratori e 280 imprese dell'indotto dislocalte in 130 città jugoslave. Oggi i lavoratori che la Fiat dice di voler assumere sono circa mille. Gli accordi sono ancora freschi di timbri e firme, guarda caso arrivati sotto le elezioni del maggio 2008. Il sindacato Samostalmi si è opposto. Prima di dare alla multinazionale italiana la libertà di vendere gli impianti e di speculare sulle aree vuole "in chiaro" le garanzie bancarie.
Senza un lavoro e senza un punto di riferimento, le tute blu della Zastava sono andate avanti come hanno potuto. La solidarietà del movimento sindacale italiano ha fatto il resto. Ora che i prezzi di molti generi di prima necessità sono "europei" e le buste paga ancora "cinesi", la quota dell'adozione copre appena il 10% del magro bilancio famigliare.
La loro lotta è stata letteralmente contro la fame e le privazioni, ma anche contro le malattie. L'uranio impoverito, ma anche il Pcb, schizzato fuori dalla centrale termica "targhettizzata" dalle bombe umanitarie di Clinton e D'Alema, hanno fatto una strage. I dati non sono disponibili, ma secondo quanto risulta dalla documentazione che Liberazione ha potuto consultare il numero dei tumori presso l'ospedale di Valjevo è praticamente sestuplicato. Erano 108 nel 1980, sono diventate 658 nel 2005. Il salto, guarda caso, c'è stato nel 2002, quando si è passati da 263 casi a 623. Tra i primi a morire a Kragujevac furono quegli operai che, esattamente come a Cernobyl, si misero in prima fila per tentare di rimettere in sesto il poco che era rimasto in piedi.
Non a caso la prima cosa che ha preteso la Fiat prima di mettere piede alla Zastava è stata la bonifica di tutta l'area.


Liberazione 22/03/2009, pag 24

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