venerdì 18 febbraio 2011

Il diktat della Fiat: «Restiamo in Italia. Alle nostre condizioni»

Marchionne alla Camera insiste sulla «governabilità delle fabbriche» ma sul progetto si tiene le mani libere
Roberto Farneti
Un investimento da 20 miliardi di euro entro il 2014 per portare la produzione nel paese da 650mila a 1,4 milioni di auto. Dopo l'audizione a Montecitorio di Sergio Marchionne, resta questa l'unica cosa nota del progetto Fabbrica Italia. Non c'è ancora infatti un piano industriale che indichi dove e come questi soldi verranno spesi, quanti e quali modelli saranno prodotti e assegnati a ciascun stabilimento, così come non c'è nessun impegno da parte della Fiat sul permanere in Italia della sua "testa" non appena la casa torinese - che già pensa e agisce come una multinazionale - assumerà il controllo dell'americana Chrysler.
L'unica novità esibita dal manager italo-canadese di fronte ai deputati della Commissione Attività produttive della Camera è stata l'abbigliamento: giacca grigia, camicia azzurra e cravatta blu al posto del solito maglioncino girocollo che piace tanto ai mass media.
Per il resto, Marchionne è rimasto fedele al copione recitato l'altro giorno nell'inutile "passerella-spot" con il governo: molte chiacchiere e poca sostanza. A cominciare dalla prima affermazione: «Vorrei che fosse assolutamente chiara una cosa: nessuno può accusare la Fiat di comportamenti scorretti, di vivere alle spalle dello Stato o di voler abbandonare il Paese». Ma non era stato lui a dire che la Fiat si sarebbe trasferita a Detroit? «La scelta della sede legale non è ancora stata presa», glissa. In ogni caso «se il cuore della Fiat resterà a Torino - aggiunge Marchionne - la testa deve essere in più posti. A Torino per gestire le attività europee, a Detroit per quelle americane, ma anche in Brasile e, in futuro, una in Asia».
Nel frattempo, il lancio di nuovi modelli è stato riposizionato a partire dalla seconda metà del 2011, visto il calo della domanda registrato negli ultimi mesi, provocato anche dalla fine degli eco-incentivi in molti paesi europei. «Quest'anno presenteremo sette prodotti nuovi», ha annunciato il capo di Fiat-Chrysler. Una scelta «anche troppo aggressiva», se si tiene conto che «in Italia, si prevede che il mercato nel 2011 si attesti a 1.800.000 vetture. Un livello così basso non si vedeva dal 1996».
Tra i veicoli commerciali «ci saranno 34 nuovi modelli nel giro di cinque anni, due terzi dei nuovi modelli saranno prodotti da Fiat, mentre 13 da Chrysler. Stiamo lavorando perché l'Alfa Romeo possa tornare sul mercato americano entro la fine del 2012». Il lancio della nuova Panda nello stabilimento di Pomigliano avverrà entro la fine dell'anno.
Marchionne ha quindi ribadito che la Fiat è pronta ad aumentare i salari portandoli ai livelli di Germania o Francia, ma solo se incrementerà l'utilizzo degli impianti fino a una percentuale dell'80%, rispetto all'attuale 40%. Il problema è: se «la domanda di auto è destinata a rimanere strutturalmente debole», come ha spiegato ieri il manager, quante probabilità ci sono che gli operai possano vedere ricompensati i loro sforzi?
Eh già, perché la Fiat, ai lavoratori, i sacrifici li chiede qui ed ora: taglio della pausa mensa, aumento dei ritmi, malattie non pagate, licenziamento per chi sciopera. Sono questi i punti più contestati degli accordi per Mirafiori e Pomigliano. Marchionne s'infervora: «Non abbiamo mai chiesto condizioni di lavoro cinesi o giapponesi - è la sua autodifesa - ma semplicemente abbiamo chiesto di poter contare su condizioni minime di competitività. Le critiche e le accuse che abbiamo ricevuto sono state ingiuste e spesso offensive». Il manager ha quindi ribadito quali sono le condizioni che la Fiat pone per non trasferire la produzione altrove: «Servono due certezze e cioè la governabilità degli stabilimenti e il rispetto degli accordi». La sicurezza cioè «di poter gestire gli impianti» in modo da essere in grado di «rispondere nei tempi e con le condizioni richieste dalle regole della competizione internazionale».
Affermazioni accolte con scetticismo dalla Cgil, che accusa Marchionne di usare il tema della governabilità delle fabbriche «come una spada di Damocle» là dove, invece, «la ricostruzione di un confronto deve passare inevitabilmente da un giusto compromesso». Le parole del capo di Fiat-Chrysler convincono invece Maurizio Sacconi: basta con «lo sciopero selvaggio di pochi singoli che inibiscono il diritto di lavorare di molti», rilancia il ministro.


Liberazione 16/02/2011, pag 4

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