giovedì 10 febbraio 2011

Sconcerto a Torino, nonostante la smentita. Fiom: «Avvalorate le nostre supposizioni»

Gli industriali: la sede non è un problema. Fim: colpa delle tute blu Cgil
Maurizio Pagliassotti
Qualcuno sa che fine ha fatto il tappeto rosso per Marchionne? Fuori il tappeto che serve! La vicenda Fiat insegna che talvolta non è sufficiente mettersi in ginocchio di fronte al padrone per farlo contento. Marchionne se ne va e si porta lontano la Fiat, va in America a brindare, l'aveva detto. Poi smentisce, vecchia storia, ormai Berlusconi ci ha abituati. A Torino quelli che volevano stendere il tappeto rosso oggi si indignano, si impegnano ma poi gettan la spugna con gran dignità, come cantava De Andrè. Anzi, la dignità lasciamola stare. In questo campo ci sono i vari chiamparini, i fassini, i garigli, i coti, i ghighi… cloni che solo pochi giorni fa celebravano le magnifiche sorti progressive scaturenti dal Piano Marchionne. Ma oggi il "Al mansour" Marchionne li ridicolizza davanti a tutta la città.
Poi ci sono quelli che tentano comunque di rimanere aggrappati al carro del vincitore senza se e senza ma. Secondo il segretario della Fim-Cisl di Torino, Claudio Chiarle, «le dichiarazioni di Marchionne non sono una novità, se si leggono attentamente le sue dichiarazioni passate. E sono anche piene di condizionali, dunque la partita è aperta. Certo l'atteggiamento del governo che è privo di una qualsiasi politica industriale capace di attrarre capitali e imprenditori stranieri, anzi si lascia sfuggire anche quelli italiani, non contribuisce a porre le condizioni affinché la testa di Fiat rimanga in Italia. Anche la vasta opposizione politica all'accordo prima di Pomigliano e poi di Mirafiori, insieme al fronte del no sindacale, coordinato dalla Fiom, che persegue una conflittualità permanente, disincentivano qualsiasi investimento industriale in Italia». Quindi la Fim non critica Marchionne, dà la colpa di tutto alla Fiom e all'ormai innocuo Berlusconi. E sottolinea i condizionali. Per l'unione degli industriali metalmeccanici di Torino invece «la sede non è un problema».
Forse lo sarà per i quattrocento capi che hanno votato in massa sì al referendum. Come è noto, da tempo la Fiat sta chiedendo soprattutto ai tecnici di fare armi e bagagli e trasferirsi a Detroit. Si prenda poi il povero leghista Cota, governatore del Piemunt. E' andato dal Monsù al Padrun in visita a Detroit e quello, l'omino col maglioncino, manco gli dice che vuole spostare il cuore della Fiat da Torino. Ma per Cota non è importante perché Marchionne «mi ha parlato a lungo solo di cose positive».
La Fiom di Torino invece è il soggetto che meno strabuzza gli occhi e si straccia le vesti. Federico Bellono, segretario provinciale, osserva: «Purtroppo far la parte di quelli che dicono l'avevamo detto non è piacevole. Noi siamo un sindacato che da tempo va dicendo che i segnali lanciati dal gruppo Fiat, e non solo da Marchionne, facevano intendere un esito di questo tipo. Ora è chiaro che sono gli americani che si sono comprati la Fiat e non il contrario. Le recenti parole dell'amministratore delegato avvalorano le nostre supposizioni e purtroppo diventano sempre più incerte le prospettive industriali in Italia. La Fiat sta diventando una multinazionale americana che ha fabbriche di pari importanza strategica sparse per il mondo. Italia compresa, un paese come molti altri quindi. Non credo che da questa scelta ne vengano particolari vantaggi per i lavoratori. Questa vicenda dovrebbe spingere parte del sindacato e della politica torinese, troppo pronta ad accogliere in modo acritico ogni parola di Marchionne, a sviluppare un senso critico maggiore. Peccato che segnali in questa direzione manchino perfino in questo momento».


Liberazione 06/02/2011, pag 2

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