giovedì 24 febbraio 2011

Noi, schiavi tipici

Nel Bel Paese dove più di quattro milioni di lavoratori sono precari noi dovremmo considerarci fortunati. Siamo giovani e abbiamo quello che si dice un "posto fisso", ma la realtà che viviamo è quella di un "precariato permanente", una condizione di lavoro che ti rende "atipico" dentro. Atipici a noi stessi, schiavi "tipici" solo per i nostri capi.
Abbiamo un orario di lavoro, una sede prestigiosa in una bella e grande piazza di Roma, piazza Venezia, reperti storici antichissimi lungo le pareti delle scale che facciamo ogni giorno per entrare nelle nostre stanze. Poi finisce la poesia e inizia la prosa, anzi il dramma. Nelle stanze ognuno ha un telefono, una scrivania e stop. Detta così sembra una mansione di un "call center". E in effetti non è molto distante. Purtroppo però facciamo i produttori assicurativi presso le Assicurazioni Generali. La nostra busta paga è quanto di più incredibile si possa immaginare. Ha una parte fissa, molto esigua, circa cinquecento euro al mese, e una parte variabile, tutta da costruire attraverso la vendita delle polizze. Il guaio è che la parte variabile si compone di provvigioni (molto basse) e premi produzione legati ai parametri, che è sempre l'azienda a decidere, in modo unilaterale e che ogni anno aumenta con percentuali del 15-25%. Alla fine del mese il nostro stipendio, se così lo possiamo chiamare, non supera i mille euro, anzi il più delle volte i 700-800 euro. Risultato, il lavoro è fisso, ma in queste condizioni è un inferno. Ha tutti i vantaggi, per l'azienda, di una libera professione, e tutti gli svantaggi, per noi, di un lavoro fisso.
La parte variabile dovrebbe rappresentare la nostra "libera intrapresa", o meglio la nostra capacità di procacciare clienti e "produrre" contratti assicurativi. Quello che è assurdo è che non siamo per niente liberi, perché l'azienda, in regime di lavoro dipendente, pretende il rispetto di un orario rigido non previsto dallo stesso contratto collettivo nazionale. Ogni "uscita", finalizzata alla visita del cliente, deve essere minuziosamente documentata, sennò subito il responsabile ti rimette in riga o addirittura arrivano le sanzioni disciplinari.
Ma veniamo a una delle note più dolenti, quella del trattamento subito da chi "non raggiunge" i parametri stabiliti da Generali. Ciò che ti aspetta non è la solita ramanzina ma una vera e propria umiliazione. Nulla ti giustifica neanche che tu ti sia assentato per malattia. Nemmeno che per procurare tre appuntamenti devi fare almeno cento telefonate. Nemmeno le difficoltà legate alla legge sulla privacy. Già, perché i nominativi da contattare li dobbiamo procurare noi, l'azienda non ci aiuta affatto, se non in rarissimi casi e in maniera estemporanea.
Se non raggiungi gli obiettivi puoi anche venir sanzionato. Una sorta di "busta paga" negativa che a quel punto si mangia anche quella elemosina della parte fissa della retribuzione. Alla fine, dai le dimissioni. Il turn over nel settore è molto alto. E il 70-80% degli esodi sono legati proprio alle dimissioni volontarie. Perché lo si fa? C'è una cosa nella testa degli uomini, e quindi anche dei produttori assicurativi, che è chiamata dignità o, se volete, rispetto di se stessi. Capita a molti di noi che quando esci dalla stanza del capo, dopo uno di quei colloqui per fare il punto sul tuo rendimento, è la cosa che smarrisci con maggior facilità. Il capo deve indurti ad andartene. Altri sono pronti al tuo posto. E l'azienda può tirar fuori altra linfa per il suo arricchimento. Li prendono laureati, ovviamente. E li allettano con tante prospettive di carriera. La laurea serve a presentare al cliente una bella immagine dell'azienda.
La carriera è solo un miraggio, ma è la promessa più usata per convincerci a dare tutto alla compagnia, impegno, lavoro, vita, affetti, due o tre dei nostri migliori anni. Alcuni di noi hanno detto già in sede di colloquio di non gradire il lavoro commerciale ma di avere altri obiettivi, e proprio in quella sede sono stati rassicurati "dopo un po' di gavetta Generali vi aprirà le porte di tutti gli altri settori, fino al comparto legale e a quello pubblicitario". Poi entriamo in azienda e scopriamo che non abbiamo nemmeno la possibilità di accedere al job posting cioè a conoscere quelle posizioni vacanti che ci sono, magari nella stanza a fianco alla nostra. E scopriamo che nella maggior parte dei casi chi copre ruoli non commerciali è entrato già in quei ruoli dall'inizio, chi nasce produttore muore produttore, anzi muore e basta, perché la percentuale di produttori che vanno in pensione è dello 0,00009%.
Questo, ovviamente, i giovani candidati non lo sanno. Ovviamente è bandita ogni idea di sindacato. Per noi è l'unica arma possibile.
Avere una copertura sindacale ci consente almeno di fare il lavoro della goccia sulla pietra. E più gocce insieme alla fine forse qualcosa riusciranno a scavare in quella maledetta pietra. Da questo punto di vista in Generali è un po' come stare in qualsiasi altro posto di lavoro. La Fiat per esempio? Come in Fiat, nei tempi d'oro dell'ingegner Valletta, l'iscrizione al sindacato comportava una immediata convocazione dal capo. Qui in Generali hanno semplicemente accorciato i tempi: tu mandi la lettera la mattina e nel pomeriggio già ti trovi davanti al vaniloquio mascellante e minaccioso dello strapazzatore di turno. Ti iscrivi al sindacato e ti giochi la possibilità di carriera, il saluto dei colleghi, la tranquillità giornaliera.
Quando ci si confronta con l'azienda sembra di essere in una situazione paradossale, qualsiasi cosa diciamo non è così, qualsiasi cosa è accaduta non è esistita in realtà. Insomma, negare, negare tutto, come direbbe Shagghy in una sua nota canzone, "It wasn't me".
I produttori assicurativi in lotta


Liberazione 24/02/2011, pag 13

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