Emma Marcegaglia dà il via libera alla distruzione del contratto nazionale
Fabrizio Salvatori
«C'è un investimento importante. Non c'è nessuna richiesta folle da parte di Fiat, non c'è nessuna lesione dei diritti». Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia torna con le classiche pive nel sacco da New York, dove è stata ricevuta "al cospetto" dell'Ad di Fiat Sergio Marchionne. L'azienda automobilistica, o meglio le sue "newco", uscirà da Confindustria in attesa di un contratto ad hoc per il settore auto. E intanto Marchionne si concede il lusso di sparare a zero contro la Fiom: «Chi fa dichiarazioni all'impazzata è la Fiom, che porta avanti un punto di vista che io non condivido minimamente: zero. Penso che l'intransigenza che abbiamo visto fino ad ora andrà a bloccare lo sviluppo del Paese».
Gli imprenditori sono pronti ad allinearsi permettendo anche alle altre grandi imprese di confezionarsi un contratto su misura. «È una cosa che siamo pronti a fare per tutti», dice Emma Marcegaglia. E il contratto nazionale? «Non lo stiamo distruggendo, chi lo dice dice cose sbagliate», risponde Marcegaglia.
Pronta la replica del leader della Fiom Maurizio Landini: «In nessun altro Paese europeo succede che una singola impresa detti le condizioni al governo e alle associazioni industriali senza il consenso dei sindacati e dei lavoratori interessati».
«Quello della signora Marcegaglia - replica a sua volta il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi - è un atto di sudditanza tale che dovrebbe fare indignare non solo i sindacati e i lavoratori, ma anche gli industriali. Ha deciso di sciogliere la Confindustria». «In ogni caso per noi comincia la guerra totale a Marchionne», taglia corto.
Che ripercussioni si avranno in Cgil? «Il patto sociale diventa una fesseria che la Cgil non dovrà e non potrà fare, a meno di non voler fondare una newco anche all'interno del sindacato», aggiunge ironico Cremaschi.
Coro di sì allo strappo della Fiat dagli altri sindacati. «Siamo pronti a gestire una fase che preveda l'uscita temporanea da Confindustria purchè poi ci sia un rientro nel sistema», dice Bruno Vitali, segretario nazionale della Fim.
«Confermiamo l'interesse alla ripresa rapida del confronto con Fiat e siamo disponibili a prevedere anche una soluzione transitoria per le newco», gli fa eco il segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe Farina. In ogni caso, aggiunge, «di contratto dell'auto ne hanno parlato Fiat e Confindustria: su questo non abbiamo cambiato opinione, continuiamo a ritenerla una scelta non necessaria per portare avanti il Progetto Fabbrica Italia, e tuttavia per realizzarlo c'è bisogno anche del consenso del sindacato». Ieri Fim e Uilm sono state sonoramente contestate nel corso delle assemble che si sono svolte nei vari reparti di Mirafiori. Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom: «Dopo due giorni di assemblee, che purtroppo non sono state congiunte non per nostra volontà, è chiaro che i lavoratori non vogliono che si ripeta l'accordo di Pomigliano e che la nuova società esca dal contratto nazionale». «Tutto ciò - osserva - nonostante la Fiat abbia usato come "scudi umani" capi e impiegati di Mirafiori che di solito partecipano in poche unità alle assemblee. Un uso che offende la dignità di quei lavoratori che autonomamente devono scegliere se andare alle assemblee e non essere precettati dall'azienda. Noi ci auguriamo che partecipino sempre». «Mister Hyde Marchionne non riesce purtroppo a tornare dottor Jekyll. Troveremo le cure», ha concluso con una battuta Airaudo.
Sulla vicenda della Fiat, infine, è intervenuto anche il segretario del Prc Paolo Ferrero. «E' un'indecenza cui un paese con una società civile degna di questo nome dovrebbe opporsi con sdegno, anziché assecondarla o esserne addirittura indifferente», dice. «Marchionne scarica in modo cinico e ipocrita la responsabilità degli investimenti sui lavoratori, esercitando su di loro un ricatto ignobile e una minaccia impropria, dal momento che investire rientra nei compiti propri dell'impresa. Marchionne - prosegue il leader del Prc - non può continuare a rappresentare i lavoratori Fiat, già tartassati da una crisi che minaccia condizioni di lavoro e di vita, come un'accolita di scansafatiche; quando invece è proprio la Fiat che insegue condizioni di vantaggio in giro per l'Italia e per il mondo». «E' questa l'Italia del degrado - conclude Ferrero - che va in scena anche nella crisi della maggioranza parlamentare: un'Italia da mandare a casa subito, costruendo un'alternativa democratica politica e sociale insieme alle forze progressiste e vive che ci sono del paese».
Liberazione 11/12/2010, pag 5
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