mercoledì 8 dicembre 2010

Milano insiste: «Regolarizzazione per tutti»

Anche ieri presidio per protestare contro la probabile espulsione di uno dei migranti saliti sulla torre
Alessia Candito
Milano
E' un sole improbabile, nel freddo dicembre milanese, quello che illumina il presidio di Via Imbonati, dove centinaia di manifestanti si sono riuniti ieri per protestare contro l'arresto e la probabile espulsione - immediatamente invocata dal vice-sindaco De Corato - di Abdel Abderrazak, uno dei sei lavoratori immigrati che per quasi un mese si sono barricati sulla torre dell'ex Carlo Erba per dire no alla "sanatoria truffa".
Abdel è stato uno degli ultimi a scendere. Dopo ventisette giorni passati a resistere su una balaustra a 45 metri di altezza, il serio pericolo di un blocco renale giovedì scorso lo ha convinto ad accettare le cure di un medico della polizia e il trasferimento in ospedale.
«Ci hanno detto che la situazione era molto grave e abbiamo fatto di tutto per spingerlo a farsi ricoverare - racconta Najat Tantaoui, una delle leader del Comitato immigrati milanese e anima del presidio nato sotto la torre per sostenere la battaglia dei sei lavoratori - ma appena arrivato in ospedale è stato schedato, gli hanno preso le impronte e un gruppo di poliziotti ha iniziato a piantonarlo come se fosse un pericoloso omicida. Dopo neanche due ore, lo hanno trasferito al Cie, prima a via Corelli, poi a Modena».
Contro l'ennesimo sopruso della polizia e per ribadire che la lotta prosegue un corteo piccolo ma combattivo - organizzato dalla Cub e dal Comitato - si è snodato fra le vie del quartiere, fra due ali di poliziotti in assetto anti-sommossa.
Dietro lo striscione che ha aperto la manifestazione e che chiede "regolarizzazione per tutti", c'è anche Marcelo Galati, il lavoratore che dall'alto della torre di mattoni rossi ha guidato la protesta e solo giovedì ha accettato di scendere, ma non per questo - dice - «ho intenzione di smettere di lottare per una battaglia che non riguarda solo noi stranieri. Usano il razzismo per dividerci, ma lassù siamo saliti per difendere i diritti di tutti, italiani e immigrati. Noi tutti stiamo pagando la crisi, nello stesso modo».
Una lotta che non si ferma e che si è data appuntamento il prossimo 7 dicembre davanti alla Scala di Milano, dove «cercheremo anche di avere un colloquio con il presidente Napolitano, per chiedergli di condannare le azioni di questo governo e le politiche razziste della Lega».
Adesso però è anche tempo di bilanci. «Abbiamo fatto solo il nostro dovere salendo sulla torre - commenta Marcelo mentre sfila con in braccio il figlio Diego - abbiamo dimostrato, per primi noi lavoratori immigrati, che lottare si deve e si può, anche nel cuore del potere leghista». Non è la prima volta che Marcelo si trova al centro di una battaglia per difendere i propri diritti. Solo pochi mesi fa, insieme ad altri sette colleghi è salito sul tetto della Carlo Colombo, un'azienda di trafilati di rame che ha chiuso i battenti nell'hinterland milanese, per protestare contro la dismissione dello stabilimento di Agrate e la mancata ricollocazione di 38 lavoratori, italiani e stranieri. «Quella vertenza è stata importantissima e propedeutica» commenta Galati, che spiega: «In questo mese di mobilitazione abbiamo imparato molto, siamo diventati anche più coscienti delle nostre forze e delle forze di chi vuole sostenerci. C'è chi lo fa a parole e chi invece è disposto a mettersi in gioco».
Partiti, sindacati, associazioni, sono state molte le organizzazioni che nel corso di queste settimane si sono presentate in via Imbonati per esprimere la propria solidarietà, ma «non tutti si sono dimostrati in grado di andare fino in fondo. Da parte della Cgil, ad esempio, abbiamo visto molte mani tese, ma si tratta di mani vuote. E questo puoi aspettartelo da piccole realtà, non da un'organizzazione così strutturata».
E mentre il movimento di via Imbonati si riorganizza e si prepara per le battaglie future, però c'è chi in Lombardia alza il tiro e contro gli immigrati apre un nuovo fronte. Il provvedimento con cui la Provincia programmava di rispondere alla drammatica mancanza di infermieri, reclutandoli all'estero e garantendo loro alloggi nelle case popolari, è stato bloccato dalla Lega. «L'ennesima presa di posizione miope, demagogica e reazionaria» commenta un manifestante, che sottolinea che «si tratta solo del tentativo dei leghisti di serrare i ranghi adesso che si avvicinano le comunali e il governo traballa. Il problema è che a farne le spese saranno come al solito i cittadini, che nelle strutture sanitarie pubbliche non potranno avere valida assistenza».

Liberazione 05/12/2010, pag 4

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