Allarme Fiom: «C'è il rischio di un accordo con gli operai in Cig»
Fabio Sebastiani
«Se qualcuno pensa di fare un accordo a fabbrica chiusa per poi andare, solo a posteriori, a chiedere l'opinione ai lavoratori credo che dovrebbe riflettere bene». Per Federico Bellomo, segretario della Fiom di Torino, le sorprese sul "caso Mirafiori" ancora non sono finite. E non è escluso che dietro il teatrino dell'accordo tra Marchionne da una parte e Fim, Uilm, Ugl e Fismic dall'altra, ci sia il classico rischio del "pacco di Natale" per i lavoratori. I conti sono presto fatti. Tra ferie e nuova cassa integrazione, l'ultima settimana utile per andare alle assemblee con i lavoratori sarebbe quella corrente. Altrimenti, le tute blu torneranno tra le linee alla metà di gennaio.
Ieri lo sciopero di due ore, accompagnato da un corteo e da una assemblea all'esterno, è andato bene. Secondo la Fiom l'adesione è stata intorno al 70% al pomeriggio del 60% al mattino. Molto più inferiori le percentuali date dalla Fiat, che ha un altro sistema di conteggio: 17% al pomeriggio e 13% al mattino.
Bruno D'Alessandro lavora a Mirafiori dall'87, ma - dice - «adesso il clima è pessimo, la gente è spaventata, ha paura di perdere il lavoro. Va bene un contratto aziendale, ma almeno abbia un riferimento a quello nazionale». «In fabbrica - spiega Domenico, a Mirafiori da 22 anni - c'è paura che salti l'investimento. Quindi è meglio accettare un altro contratto o fare tutta questa cassa integrazione? Io ho sempre fatto le notti, per me i turni non sono un problema». Gianfranco, invece, spera «che non firmino un altro contratto». «Le condizioni sono pessime - afferma - gli stipendi bassi, facciamo moltissima cassa integrazione». E conclude: «Meno male che non hanno ancora firmato l'accordo». Maria parla apertamente di «ricatto di Marchionne, che approfitta della crisi: ci sono in ballo - dice - le conquiste del passato e adesso ci dicono che siamo noi a dover pagare per tutti, non è giusto». «Non si vede nessuno spiraglio - risponde Gregorio, 22 anni di fabbrica alle spalle - e il contratto aziendale è un ricatto, ma cosa dobbiamo fare? O lavori così, o te ne vai». «Questo mese - racconta Stella - ho preso 700 euro in busta paga. Questo dice tutto sulla nostra condizione: lavoriamo poco, i figli sono disoccupati, non abbiamo denaro. Peggio di così non può andare».
Per Giorgio Airaudo, della segreteria nazionale della Fiom, «l'unico atto di responsabilità lo dovrebbe fare la Fiat e Marchionne che sta trascinando il Paese in una frantumazione sociale e sta contribuendo a smantellare i contratti nazionali di lavoro». «Tutto questo - aggiunge - non c'entra nulla nè con l'investimento nè con le auto da produrre nè con altre ipotesi contrattuali. Si consuma in questa vicenda il fallimento di chi ha modificato i modelli contrattuali e, di deroga in deroga, ha cancellato anche ciò che aveva scritto. Ora bisogna dire la verità ai lavoratori e bisogna uscire dal pensiero unico. Non c'è un solo modo per stare in Europa e produrre automobili, lo dimostrano tutti gli altri costruttori». «La politica non sia pavida, rappresenti tutti i cittadini e non solo quello più forte», conclude Airaudo.
Come risponde la politica? Bersani ha espresso qualche perplessità sull'idea di cancellare il contratto nazionale. Ma nelle sue parole non c'è determinazione. Alcuni settori del suo partito, non è un mistero, firmerebbero qualsiasi cosa pronunci l'Ad di Fiat. «La situazione Mirafiori - ha detto - potrebbe non riprodurre quel che è successo a Pomigliano. Certamente il contratto deve essere più leggero ed essenziale. Ma da segretario del Pd e da politico dico che in un paese così frantumato bisogna fare attenzione prima di buttare via le regole che lo tengono assieme». «La ricetta americana - ha continuato Bersani - non ci farebbe comodo. Devi fare degli accordi aziendali che possano avere anche aspetti di deroga, se previsti dal contratto, ma dobbiamo determinare le regole per la partecipazione e la decisione, così siamo tranquilli».
Liberazione 07/12/2010, pag 5
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