martedì 29 marzo 2011

Crisi, l'Europa: avanti col rigore. I sindacati: «Patto imbevibile»

Bruxelles, vertice Ue e 25mila in piazza. Pronti 70 miliardi per salvare il Portogallo

Roberto Farneti
C'era anche il premier dimissionario del Portogallo Josè Socrates - o il suo «cadavere politico», come ha titolato il giornale conservatore ABC - al Consiglio europeo che si è tenuto ieri a Bruxelles. Sul tavolo dei leader dei 27 paesi Ue, la grave situazione del paese lusitano e le misure per il rafforzamento della governance economica, a partire dal potenziamento del fondo "salva-Stati" attualmente operativo, l'Efsf, che ha a sua disposizione solo circa 250 miliardi sui 440 complessivi. L'accordo c'è già ma la firma è slittata a fine giugno.
Il Vecchio Continente cerca una via di uscita dalla crisi ma le misure di austerità imposte ai paesi membri da patti di stabilità vecchi e nuovi, invece di favorire la ripresa economica, si stanno rivelando controproducenti. A pagarne il prezzo, dopo Grecia e Irlanda, è ora il Portogallo. Che adesso, per rimettere a posto i propri conti, rassicurare i mercati e sottrarre il paese alle manovre speculative (ieri Fitch ha abbassato da "A+" ad "A-" il rating sul debito portoghese) sarà probabilmente costretto a chiedere 70 miliardi al fondo europeo salva-Stati. «Siamo ovviamente pronti a concedere gli aiuti, ma il Portogallo prima deve chiederceli», ha fatto sapere ieri il ministro delle Finanze del Belgio Didier Reynders.
Chiedere aiuti significa tuttavia cedere la propria sovranità a chi i soldi te li presta. Lo sa bene il socialista Socrates, che infatti aveva cercato fino all'ultimo di evitare questa soluzione, concordando con Bruxelles un ulteriore giro di vite antideficit tradotto in un piano che prevedeva una riduzione delle spese del 2,4%, una imposta addizionale del 10% sulle pensioni superiori ai 1.500 euro al mese e tagli in media del 5% agli stipendi dei dipendenti pubblici. Il suo governo di minoranza non ha però retto alla prova.
La domanda è sempre la stessa: «Chi paga la crisi?». A porla di nuovo ieri con forza sono stati i sindacati, che a Bruxelles hanno dato vita a una grande manifestazione di protesta. Al grido di «difendiamo i posti di lavoro», «no al caro-vita», circa 25mila lavoratori provenienti da tutta Europa hanno invaso le strade della città belga. Rue de la Loi si è subito trasformata in un mare di cappellini e camice rosse. I lavoratori hanno bloccato anche le strade circostanti al Consiglio dei ministri dell'Ue e alla Commissione europea, utilizzando vecchi bus scolastici con su scritto "Insieme siamo forti". Non sono mancati momenti di tensione, con lanci di uova contro le sedi delle banche e lo scoppio di numerosi petardi, e il conseguente utilizzo di autopompe da parte delle forze dell'ordine.
«L'esame annuale della crescita da parte della Commissione Ue così come il Patto per la competitività della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Nicolas Sarkozy spingono pericolosamente verso il basso i salari e i diritti sociali», denuncia la Confederazione europea dei sindacati in un comunicato. Ancora più esplicito il segretario generale del sindacato vallone Fgbt, Thierry Bodson, tra gli organizzatori della manifestazione: «Il patto per l'euro per noi è imbevibile, è un attacco frontale contro l'insieme dei nostri diritti acquisiti, non ce li toglieranno durante un vertice Ue». No, quindi, sottolinea il sindacalista, all'aumento dell'età pensionabile, alla rimessa indiscussione dell'indicizzazione dei salari e ai bonus per i dirigenti.
L'obiezione è sociale ma anche di politica economica: quando si tagliano stipendi e stato sociale, c'è il pericolo di frenare ulteriormente i consumi, che sono il volano dell'economia. Come l'orchestra del Titanic, però, l'Europa tira dritto. Molti osservatori economici già prevedono che dopo il Portogallo toccherà alla Spagna, visto che gli spagnoli - che già non se la passano bene - detengono il 33% del debito sovrano e privato portoghese.


Liberazione 25/03/2011, pag 6

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