mercoledì 9 marzo 2011

«Diritti, dignità, libertà». La pioggia non ferma il corteo

Roma, per le vie del centro fino al Viminale
Stefano Galieni
«Rosarno, Brescia, Tunisi, Il Cairo, Tripoli, Roma», elenco di luoghi di lotta e di rivolta, passata, presente e, nelle intenzioni dei manifestanti, anche futura. Si apriva così lo striscione del corteo che a Roma si è mosso dall'Università "La Sapienza". Un migliaio di persone sotto una pioggia battente e il gelo di un inverno che sembra non voler finire, si sono riscaldate al ritmo degli slogan, del sound system, dei tamburi dei kurdi presenti in massa. Una composizione sociale vasta ed eterogenea, i book block universitari, gli studenti medi, i lavoratori di Rosarno, le donne della comunità somala della città, esponenti dei centri sociali, occupanti di case, sindacalisti e militanti della sinistra politica, accomunati da un percorso di rivendicazioni largamente condiviso.
Una manifestazione quest'anno dedicata a Noureddine, come spesso hanno ripetuto dal camion dove giovani e migranti si alternavano. Noureddine era un venditore ambulante che viveva e lavorava a Palermo e che stanco delle vessazioni razziste della polizia municipale ha scelto di darsi fuoco pur di non continuare a subire. Un modo orribile di morire che somiglia in modo impressionante con il gesto che un suo connazionale aveva compiuto tempo prima in Tunisia e che aveva innescato quella scintilla che ora vede esplodere non solo il Maghreb. E nel corteo risuonava lo slogan «siamo tutti Libici, Egiziani, Tunisini», a dire che chi era in piazza reclamava una sintonia totale con quell'universo degli oppressi che non conosce né confine né nazionalità, che imporrà, malgrado le scriteriate scelte di governi come quello italiano di rivedere alla radice la stessa concezione di cittadinanza, di diritto, di società. Una minoranza cosciente, forse, come tante altre coscienti minoranze che si sono ritrovate in tante altre piazze, ma un segnale vitale espresso soprattutto da quella generazione che pretende un futuro.
«Diritti, dignità e libertà» urlavano i lavoratori africani protagonisti poco più di un anno fa a Rosarno, di una rivolta che è divenuta storia, «sciopero generale e generalizzato per un giorno, due giorni, fino a quando il rais di Arcore non se ne sarà andato» rispondevano studentesse, studenti, precarie e precari, «Libia libera» campeggiava su una fiancata del camion da cui partiva la musica. La pioggia non ha lasciato un attimo di tregua eppure il corteo, attraversando il quartiere di S. Lorenzo prima e dell'Esquilino poi, è andato mano mano crescendo, nei toni e nei numeri. Fumogeni colorati parevano riuscire a fermare l'umidità che entrava nelle ossa, l'indignazione consapevole saliva quando venivano imbrattate le vetrine degli uffici di "Unicredit", la banca con una percentuale rilevante di capitale azionario libico.
Cariche di dignità le donne della comunità somala, impegnate a combattere contro l'ennesimo tentativo di etnicizzare un reato. Parlano con una voce sola: «Chi ha compiuto lo stupro in via dei Villini va condannato senza se né ma, ma di quel crimine non possono pagare i ragazzi rifugiati che non hanno mai visto riconosciuti i propri diritti all'accoglienza. A loro vanno date risposte degne di un paese civile». I ragazzi sgomberati dall'ambasciata, hanno vissuto due giornate durissime, rimpallati da una parte all'altra della città, hanno dormito la prima notte sotto una stazione della metropolitana, alla seconda sono stati divisi in centri per l'emergenza freddo, uno dei quali è un tugurio ricavato nel sottopasso di un'altra stazione metro. Soltanto dopo lunghe pressioni e manifestazioni in Campidoglio si è riusciti ad ottenere per loro una sistemazione in 2 centri da cui debbono uscire al mattino per rientrare la sera, ma restano precari. Entro il 31 marzo se ne dovranno andare. Urgono soluzioni.
La manifestazione ha attraversato poi Piazza Vittorio e si è diretta a piazza Esquilino dove stazionava un presidio indetto dal Comitato Immigrati in Italia e a cui avevano aderito Sos Razzismo e il Comitato Primo Marzo. Un pezzo del corteo ha provato a forzare Via Cavour per raggiungere il Viminale e per chiedere conto a Maroni del razzismo istituzionale e degli allarmi razzisti. Per protestare contro la sanatoria truffa, il pacchetto sicurezza, il reato di clandestinità, i Cie e la politica di annientamento che vi si perpetua. L'intera piazza era presidiata da un ingente schieramento di forze dell'ordine, la strada che porta a Piazza del Viminale era completamente bloccata da blindati della polizia, lo stesso dicasi per i due lati di Via Cavour. Ma le urla, nei corridoi freddi di quelle sale che hanno visto firmare decreti, espulsioni, in cui si sono udite quelle affermazioni razziste che rendono il governo italiano non credibile anche agli occhi degli altri paesi europei, le urla sono arrivate. Erano voci che chiedevano conto del patto scellerato con Gheddafi, degli omaggi e dei regali al colonnello mentre il Mediterraneo diventava un cimitero di fuggitivi e mentre nel deserto libico sorgevano centri di detenzione foraggiati con soldi italiani. Erano voci che ricordavano che proteste come quelle della gru di Brescia e della torre di Via Imbonati a Milano non si sono affatto affievolite. E che una unità contro chi sfrutta si sta cominciando a costruire.


Liberazione 02/03/2011, pag 2

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