mercoledì 9 marzo 2011

Lo sciopero migrante contagia tutta Italia

Da Padova a Bologna, da Napoli a Firenze manifestazioni e blitz per le "24 ore senza di noi"
Daniele Nalbone
La giornata di sciopero, e mobilitazioni, «per i diritti di tutti» ha contagiato e colorato di giallo - il colore del sole - ogni città. Da Padova a Palermo è impossibile contare tutte le azioni, i presidi, le manifestazioni che hanno scandito le «24 ore senza di noi». "Noi" migranti. "Noi" autoctoni. "Noi" estranei al razzismo. "Noi" che hanno dimostrato come «è possibile unirsi e prendere l'iniziativa dal basso per reagire ai ricatti».
Questo "noi" si è manifestato ovunque e in varie forme per dire no al razzismo, alla legge Bossi-Fini, al pacchetto sicurezza, ai Cie. Semplicemente «per una società multiculturale e più giusta» come spiegato nell'appello di quello che è ormai il "Movimento primo marzo" e che, ieri, è andato anche oltre le manifestazioni programmate e ufficiali.
Le "24 ore senza di noi", a Padova, sono iniziate quattro giorni fa e ieri sono trascorse tra la basilica di Sant'Antonio e piazza Antenore, sede della Prefettura. Lunedì pomeriggio, dopo quattro giorni di presidio davanti la Prefettura per protestare contro la truffa subita nella sanatoria del 2009, 43 migranti nigeriani, marocchini e senegalesi sono saliti sulle impalcature della basilica del Santo per urlare a tutta la città «No alle espulsioni» come recita lo striscione che per tutta la giornata di ieri ha fatto bella vista di sé dalla cima della chiesa. Da venerdì scorso dormivano in una tendopoli insieme a tanti italiani, "Uniti contro la crisi" per denunciare la truffa di cui sono stati vittime: due anni fa, fidandosi della promessa di un datore di lavoro, hanno pagato tra i 1500 e i cinquemila euro per ottenere il tanto agognato permesso di soggiorno. Pagata la cifra, del datore di lavoro nessuna traccia. Hanno denunciato quella che si è scoperta essere una vera e propria organizzazione criminale ma oggi rischiano l'espulsione. Sono in attesa di una decisione della procura che potrebbe concedere loro il permesso di soggiorno per protezione sociale ma intanto saltano da un lavoro in nero all'altro nella speranza che nessuna divisa chieda loro «documenti». Lunedì mattina l'incontro tanto atteso con la Prefettura si è concluso con un nulla di fatto: inevitabile, quindi, l'arrampicata libera sulla Chiesa di Sant'Antonio dove hanno trascorso la notte e aspettato l'arrivo del primo marzo. "Primo marzo" che si manifesta sotto la Prefettura alle 17 per il presidio "Uniti contro la crisi, uniti contro il razzismo" al quale partecipano studenti, attivisti dei centri sociali e delle associazioni antirazziste, sindacalisti e delegati Fiom. Negli interventi dalla piazza, il racconto della vertenza dei 43 migranti truffati e in lotta per i loro diritti, ma anche l'eco della mattinata bolognese.
Non sono ancora le 11 quando circa cento attivisti della rete antirazzista Welcome di Bologna (e con loro i consiglieri regionali Sconciaforni - Fds e Meo - Sel) riescono, superata la ferrovia, a entrare nell'area a ridosso del Cie e ad arrivare fin sotto il muro di cinta. «La nostra Europa non ha confini, siamo tutt* clandestini*». Con questo coro gli attivisti sono raggiungono i migranti detenuti nella struttura. «In pochi minuti» raccontano gli autori del blitz «dall'interno del Cie inizia a piovere di tutto, soprattutto bottigliette d'acqua: non sono soli, e lo hanno capito. Rispondiamo sbattendo con tubi di ferro contro la cancellata per far capire che non avremmo mollato». Nel Cie si scatena la "rabbia migrante": con i manici delle scope i detenuti battono contro le sbarre, i materassi vengono dati alle fiamme, in corteo tentano di raggiungere l'uscita. Fuori gli attivisti chiedono di poter entrare in delegazione per controllare la situazione ma le forze dell'ordine in assetto antisommossa fanno da scudo per difendere quello che viene definito «un lager gestito da un'associazione dal nobile nome: Misericordia». Solo dopo un'ora e mezza di confronto da fuori si riesce a comunicare, telefonicamente, con l'interno. «Qui è come una galera» il senso del colloquio telefonico. «Chiediamo che una delegazione venga fatta entrare» ribadiscono i manifestanti. Intorno alle 15 l'ok all'ingresso di una delegazione. In corteo, la folla accorsa fuori dal Cie si sposta in piazza Maggiore dove alle 15.30 è previsto l'inizio della manifestazione ufficiale. Una serie di interventi raccontano alla città l'accaduto. Fiom-Cgil, sindacati di base e forze politiche della sinistra solidarizzano con la rete Welcome, ma sono soprattutto i lavoratori stranieri in sciopero delle maggiori aziende bolognesi e gli studenti "di seconda generazione" dei licei a far capire che questa «è la protesta di tutt*». Inevitabilmente le iniziative di Torino, Alessandria, Brescia, Perugia, Ancona, Reggio Emilia, Rimini, Reggio Calabria, Palermo hanno solidarizzato con Bologna e Padova, i due "fulcri" del primo marzo 2011 "fuori programma" . E come Padova e Bologna, anche Napoli e Firenze sono state protagoniste di azioni di denuncia in una giornata che ovunque ha ricordato Nouraddine Addane, l'ambulante tunisino di Palermo - con documenti e licenza in regola - morto dopo essersi dato fuoco per protestare contro le continue sanzioni subite dai vigili urbani del capoluogo siciliano. Napoli. Poco prima della partenza del corteo (ore 11) da Piazza Garibaldi, il Forum Antirazzista occupa l'ispettorato al lavoro «per denunciare la mancanza di controlli da parte dell'ente sul lavoro degli immigrati, né in agricoltura né in campo edilizio». Firenze. Mentre in piazza Santissima Annunziata è in corso la manifestazione "ufficiale" (ore 17), un centinaio di immigrati insieme al Movimento di lotta per la casa occupa per un'ora gli uffici comunali dell'anagrafe, in via Pietrapiana, per vedersi riconosciuto il diritto alla casa. Azioni a margine o in apertura delle manifestazioni ufficiali a dimostrare, riprendendo l'appello del Movimento primo marzo, che «mentre si lotta per la democrazia in Nord Africa, non possiamo accettare la logica razzista dell' "aiutiamoli a casa loro" perché i migranti ci dicono che si lotta anche per muoversi e cambiare le proprie condizioni di vita». Era quello che, insieme, "noi" volevamo fare il primo marzo. È quello che, "noi", abbiamo fatto ieri, primo marzo 2011.


Liberazione 02/03/2011, pag 2

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