Trent'anni di politiche industriali in un libro di Bruno Casati che fa il paio con uno studio del Crs
Claudio Grassi
Un viaggio indietro di quarant'anni, dal punto più basso a quello più alto del conflitto di classe. Un percorso all'inverso attraverso la parabola discendente dell'egemonia operaia. Per comprendere le strategie di offensiva del capitale nei confronti della forza organizzata del lavoro. E scoprirle molto simili, ieri ad oggi. Nei metodi: intimidazione, mancanza di rispetto per le leggi e i contratti. E per gli obiettivi: ridurre al silenzio ogni resistenza allo strapotere dell'impresa, col sostegno partigiano di una politica succube del capitale. Ieri per piegare una classe operaia uscita vincitrice del biennio rosso. Oggi per guadagnare la capitolazione definitiva, colpendo alla radice lo stesso diritto di coalizione, cioè la possibilità degli operai di unirsi per riequilibrare la forza del padrone. Di questo narra l'ultimo studio di Bruno Casati (2010: Fiat-Sata di Melfi, 1970: Sit-Siemens di Milano, Editrice Aurora, 180 pagine, 14 euro) che ha il pregio di mischiare la ricostruzione storica di un evento lontano nel tempo ad accadimenti che stanno nella più stringente attualità politica.
L'ultima vicenda è nota, il licenziamento di tre operai alla Fiat-Sata di Melfi, - Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli - messi fuori dai cancelli con l'accusa di aver deliberatamente sabotato il regolare andamento delle linee durante uno sciopero, poi reintegrati dal giudice, ma tenuti deliberatamente lontani dalla produzione, a monito per la Fiom e i coraggiosi operai che a Pomigliano e Mirafiori hanno resistito ai diktat di Marchionne. Quella del passato, in un Paese che ha colpevolmente rimosso dalla sua storia ottant'anni di storia del movimento operaio, è molto meno conosciuta. Il 15 luglio 1970 viene licenziato alla Sit-Siemens di Milano, azienda delle Partecipazioni statali, un operaio della Fiom, iscritto al Pci, Giuseppe Bonora. Il lavoratore è accusato di aver costretto alcuni operai a lasciare il posto di lavoro durante uno sciopero.
Il 1970 è un anno cruciale. I metalmeccanici, vittoriosi nel rinnovo contrattuale del 1969, chiedono l'applicazione in fabbrica dei diritti ottenuti a livello di categoria. Nel maggio di quell'anno è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori, che recepisce molti di quei diritti apponendo sopra essi il sigillo della legge. Il licenziamento di Bonora diventa un banco di prova per l'applicazione dello Statuto, che per la prima volta «fa varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche». Bonora vince il ricorso davanti al giudice, ma l'azienda continua a pagare il suo stipendio, senza permettergli di tornare al lavoro. Immediata la solidarietà non solo del sindacato, ma di tutto il Pci - partito a cui Bonora era iscritto - che giustamente erge la vicenda a caso politico nazionale, incontrando però da parte del governo una barriera insormontabile.
In questa vertenza, apparentemente marginale, Casati legge la prima scintilla di quella che diventerà, dieci anni dopo, un incendio, tuttora non domato: la controffensiva padronale, che risponde al breve ciclo dell'egemonia operaia, fino alla definitiva inversione dei rapporti di forza (i 35 giorni di Mirafiori nell'80), che apre il ciclo della classe operaia "senza voce". Il conquistato strapotere padronale viene appena mitigato dalle politiche concertative. Di questa offensiva Casati approfondisce il lato più oscuro. Quello delle schedature di 350 mila operai e comunisti portata avanti in segreto da un ufficio Fiat, scoperto nel 1971 (il processo agli Agnelli finirà in prescrizione nel 1979), e poi i reparti confino, il suicidio di 150 cassintegrati tra i 33 mila buttati fuori da Romiti. E poi l'invenzione del "prato verde", con l'apertura negli anni '90 degli stabilimenti nati dal nulla nelle campagne meridionali; ancora, la contrapposizione tra dipendenti italiani e quelli dei nuovi prati verdi nei Paesi ex comunisti, a partire da Tichy, Polonia. Infine, con la vertenza di Pomigliano, quella che il gruppo lavoro del Crs, in un recente utilissimo libello (Nuova Panda schiavi in mano, Derive e Approdi, 2011) chiama "new fondendo green field", prato verde rifondato. Ossia il tentativo, con la minaccia del licenziamento, di cancellare la persistente memoria del conflitto passato in antiche cittadelle operaie, come Mirafiori e Pomigliano.
La violenza dell'attacco fa però il paio, spiega con grande attenzione ai particolari Casati, con una strategia industriale perdente. Fiat punta sul low cost, mentre in Francia e Germania l'auto compete su tecnologia e qualità. E specialmente, si sconta l'assenza di un governo "arbitro tra le parti", capace di ragionare su "un nuovo modello di mobilità", che permetta l'uscita dalla centralità dell'auto, a vantaggio della mobilità collettiva. Un governo capace di riconnettere difesa dei posti di lavoro e sviluppo. Temi che Bruno Casati, dirigente del Prc ed ex assessore al lavoro di Milano, nei duri anni di cui si ricorda su tutte, la vittoriosa vertenza della Innse, narrata dallo stesso autore in un altro libro (L'Innse c'è, edizione Aurora), riconnette direttamente alla politica. È la sua assenza a creare la solitudine del lavoro. E da quella solitudine la sinistra, e i comunisti in particolare, devono ripartire. Le difficili battaglie - certo di carattere difensivo - condotte con grande intelligenza e coerenza dalla Fiom a Pomigliano, Melfi, Mirafiori, hanno avuto almeno il pregio di rimettere il tema del lavoro al centro dell'agenda. Dimostrando che ancora oggi nel lavoro dipendente si generano quelle fratture che danno una direzione al Paese. È ancora nel lavoro, seppur oggi debole e disperso, che si decidono i rapporti di forza nella nostra società. La sinistra, che per anni ha girato la testa dall'altra parte, saprà ricordarsene?
Liberazione 26/02/2011, pag 12
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