Un collaboratore di Marchionne spiega cosa avverrà dopo la fusione con Chrysler
Roberto Farneti
La società che nascerà dalla fusione tra la Fiat e la Chrysler avrà la propria sede legale a Detroit, negli Stati Uniti. Solo il governo Berlusconi, infatti, può ancora far finta di credere all'ennesima smentita di circostanza diffusa ieri dalla casa torinese, secondo cui nulla sarebbe «cambiato rispetto all'audizione parlamentare del 15 febbraio scorso» perché «la scelta non è ancora stata presa».
Certo che da un punto di vista formale non è ancora stata presa. Ma non è nemmeno stata esclusa. Nel frattempo uno Special Report della Reuters, preparato nei giorni del salone dell'auto di Ginevra, e i cui contenuti sono stati resi noti ieri, ha fatto risuonare l'allarme. In questo report, lungo una decina di pagine, con numerose fotografie dei vertici Fiat e dove Sergio Marchionne viene definito come l'Elvis Presley del settore auto, c'è una frase, attribuita ad un anonimo collaboratore del manager italo-canadese, che squarcia il velo dell'ipocrisia: «Se in Italia pago il 70 per cento di tasse e negli Usa il 30 per cento, non è difficile immaginare dove andrò», spiega il collaboratore. Come a dire: decisione scontata.
La Reuters ricorda che Marchionne ha definito "Christmas wishes" i sui obiettivi di aumentare la quota Fiat in Chrysler al 51 per cento entro quest'anno e di portare la società Usa in Borsa. Prima però la casa di Detroit dovrà ripagare i 7 miliardi di prestiti contratti con i governi degli Stati Uniti e del Canada al momento del fallimento pilotato.
Va da sé che a quel punto «una doppia quotazione in borsa creerebbe dei problemi», come ha dichiarato lo stesso Marchionne in una intervista a Report che andrà in onda nella puntata di domenica prossima. E' perciò evidente che una scelta la Fiat prima o poi dovrà pur farla. E' la stessa azienda a dirlo: «Stiamo lavorando al risanamento di Chrysler - si legge nella nota diffusa ieri - in modo che la Fiat sarà nella posizione per aumentare la propria quota. Al momento la società americana non è quotata, ma speriamo che questo succeda in un prossimo futuro. Quando avremo due entità legali che coesistono, quotate in due mercati diversi, si porrà evidentemente un problema di Governance». In ogni caso, finchè non avra la maggioranza di Chrysler Marchionne non investirà nella società Usa soldi Fiat.
Secondo la Reuters, il trasferimento della sede legale verrebbe "compensato" con la decisione di lasciare in Italia, a Torino, il quartier generale per l'Europa trasformando così la Fiat in una sorta di branca europea di un'azienda americana, un po' come accade per la Opel con la Ford. Inoltre, sempre secondo le indiscrezioni della Reuters, il nuovo gruppo starebbe cercando la sede per un quartier generale asiatico. Nel report si parla anche della possibilità di quotazione della Ferrari: Marchionne valuterebbe la casa di Maranello circa 5 miliardi di euro. Reuters ricorda che l'obiettivo delle due società è di vendere 6,6 milioni di veicoli nel 2014 dopo l'integrazione.
L'ipotesi più che concreta che tra qualche anno la principale impresa italiana trasferisca la propria sede legale oltreoceano, con il dichiarato scopo di pagare meno tasse, dovrebbe far tremare i polsi all'erario, visti i milioni di euro che la Fiat versa al fisco ogni anno. E il governo che fa? Si accontenta di sapere che la decisione ufficiale al momento non è ancora stata presa. Perché questo gli dice Marchionne.
Opposizione e Cgil partono all'attacco. «Cosa aspetta il governo a muoversi?», domanda il segretario del Prc Paolo Ferrero, che accusa l'esecutivo di non avere fatto nulla «per vincolare la Fiat alle produzioni in Italia». Scuote la testa anche la Cgil, che torna a chiedere al governo di farsi spiegare «da Fiat nel dettaglio il piano industriale e come intende fare, e portare avanti, gli investimenti annunciati». Giorgio Cremaschi della Fiom è ancora più drastico: per come si stanno mettendo le cose «se si vuole tenere la Fiat in Italia c'è - afferma - una sola strada, quella di procedere alla pubblicizzazione, alla nazionalizzazione del Gruppo». D'altra parte non è un caso che le «due principali aziende automobilistiche europee, Renault e Volkswagen, che vanno bene, siano entrambe - sottolinea Cremaschi - a controllo pubblico».
Liberazione 26/03/2011, pag 9
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