martedì 29 marzo 2011

Il 9 aprile in piazza per riprenderci il nostro tempo e il nostro spazio

Andrea Oleandri
Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta. Questo è l'appello lanciato da 14 diverse reti di precari, ricercatori, collettivi che invitano a scendere in piazza il prossimo 9 aprile. Un grido rivolto «a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l'affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all'altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l'Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la "pagano" ai loro figli».
«Una mobilitazione nata da una serie di incontri più o meno casuali fra le varie reti» racconta una delle promotrici, Teresa Di Martino del collettivo femminista "diversamente occupate". «Incontri in cui tutti, con le proprie differenze, esprimevano un'urgenza comune, quella di riprendere parola sul lavoro e farlo non più in modo frammentato, ma unendo forze, energie, saperi. Di andare in piazza per riprenderci il nostro tempo e il nostro spazio pubblico e politico».
E l'impressione è che oggi, più che in passato, si sia giunti ad un punto dove l'urgenza delle cose è tale da non permettere più di rimandare un'azione, una reazione. La grave disoccupazione giovanile, ormai attorno al 30%, la fuga dei cervelli, condizioni che vanno avanti da oltre un decennio e che hanno portato la consapevolezza di generazioni senza diritti. Una generazione di precari, come si legge nell'appello: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà che si fa vita, assenza dei diritti più essenziali: allo studio, alla casa, al reddito, alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Una condizione che si aggrava per le giovani donne, su cui pesa anche il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita. «Nel lavoro - dice Teresa - le giovani donne continuano ancora oggi ad essere discriminate, economicamente ma non solo. Basta pensare alla legge che contrastava le dimissioni in bianco e che questo governo ha cancellato. Partecipiamo a questa manifestazione perché vogliamo che le donne al lavoro non si sentano più sole e oggi, insieme agli uomini, possiamo parlare per tutte e tutti».
«Non è più tempo solo di resistere ma di passare all'azione, un'azione comune, perché ormai si è infranta l'illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli». Senza conflitti generazionali, ma stringendo un patto con chi li ha preceduti, perché è anche su questi che pesa la loro condizione di generazione precaria.


Liberazione 24/03/2011, pag 15

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