lunedì 14 marzo 2011

Quel treno materano sempre più fermo: un'azienda che era un fiore all'occhiello

Matera Ferrosud
Nunzio Festa
Quel treno materano sempre più fermo. Scade ad aprile la cassa integrazione per 110 dei 144 operai della Ferrosud di Matera. L'azienda è attualmente in stato di concordato preventivo, anzi i suoi dipendenti sono semplicemente costretti a scongiurare la fine di questo concordato; è proprio grazie al concordato, in pratica e per disgrazia, che la Cigs potrebbe essere prorogata di altri sei mesi. Di che si sta parlando? Di una fabbrica, in sostanza, che in merito della sua produzione era una di quei rinomati e diversi fiori all'occhiello del polo metalmeccanico meridionale. La Ferrosud è un'impresa di costruzioni meccaniche del settore ferrotranviario e di ristrutturazione di rotabili, piazzata al confine materano con i comuni pugliesi di Santeramo e Altamura. E acquisì intorno agli anni Settanta il bene, in virtù della politica di Finmeccanica pensata a favore dello sviluppo industriale del Mezzogiorno e dell'occupazione in Basilicata in particolare. Inquadrata prima nel gruppo Ansaldo-Breda, prese varie commesse per la costruzione di rotabili per conto delle Ferrovie dello Stato. Raggiungendo un impiego di manodopera che raggiunse il picco delle 630 unità lavorative. Poi subentrò direttamente il Consorzio Ferroviario Meridionale, del gruppo Mancini. Il punto è che, dopo il crollo derivante dalla caduta di richiesta di commesse da parte di Trenitalia, gli attuali proprietari dell'attività imprenditoriale hanno cominciato a tralasciare la politica di gestione di questo importante e strategico sito materano.
Istituzioni e sindacato, però, a tutela degli interessi dei lavoratori in realtà cosa immaginano? Da più parti, è ormai sempre più certo, sindacalisti e rappresentanti istituzionali si augurano solo che la cessione dell'impianto passi a un altro società, la Step One per l'esattezza. Perché pare questa sia molto interessata a un eventuale acquisto. Ma quel che è sicuro, nel frattempo, è che l'imprenditore ancora titolare di Ferrosud, cioè il gruppo Mancini - in passato al centro di questioni spinose per la cronaca giudiziaria - non è ugualmente tanto interessato a farsi vedere per trattative varie. Preferendo scendere maggiormente in Sicilia a far ruotare altri meccanismi produttivi delle altre aziende del gruppo.
Nel contempo chi lavora, anzi soprattutto chi è costretto a non lavorare più, per lo meno temporaneamente, sa benissimo che esiste un altro grosso rischio. Un vecchio appalto potrebbe vedere addirittura un passaggio di mano, in quanto la Ferrosud dovrebbe comunque consegnare in tempo sulle scadenze previste ben 28 carrozze, delle quali le 9 già inserite in lavorazione potrebbero appunto già vedere un spostamento secco verso la palermitana Imesi. Ma Mancini persino all'ultimo tavolo istituzionale ha deciso di fare la parte del fantasma.
Nonostante tutta la città, a seconda dell'indifferenza o della condivisione, si pone da tempo un problema di gestione del futuro. In special modo durante la crisi del distretto del mobile imbottito e quella di altri settori che caratterizzano l'economia della città dei Sassi.
La delusione degli operai della Ferrosud è tangibile. Quotidianamente più sfiduciati i lavoratori, la maggior parte dei quali ha superato i quarant'anni di età, si scontra col pensiero di un difficile se non persino improbabile e futuro reinserimento lavorativo. Tutto questo, a maggior ragione, quando i dipendenti per anni sono stati osannati quali forza motrice dell'azienda sita in zona Jesce.
Non resta che attendere le prossime mosse dei sindacati. Ma soprattutto chiedere al padrone non solo di fare un passo indietro su tutta la gestione, bensì di farne uno in avanti finalizzato a mettere la faccia nella prosecuzione della trattativa. Come il treno in gabbia della Ferrosud, delle carrozze che non possono muoversi per colpe dei padroni, la trattativa vera e propria sta su un mezzo piombato al suolo.


Liberazione 10/03/2011, pag 14

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