venerdì 21 gennaio 2011

Alla fine anche Bersani si schiera: fa il tifo per il sì all'accordo

A lui piace l'intesa separata meno la parte sulla rappresentanza sindacale

Piddì «diviso» sull'accordo separato a Mirafiori? Piddì lacerato? Quella che l'altro giorno era una denuncia, ieri per molti è diventata una «speranza». Nel senso che i democratici, quasi tutti, alla fine sembrano aver scelto. E stanno dalla parte di Marchionne. Con pochissimi dissensi.
Vediamo. La notizia di ieri (come si accenna anche in un altro articolo) è che un gruppo di dirigenti, di eletti e di intellettuali di area democrat hanno sottoscritto un appello-documento. Dove, in buona sostanza, si dice che i contratti aziendali diventano i più rilevanti e quindi possono «derogare» agli accordi nazionali. E si chiede una legge a sostegno di questa tesi.
Si tratta, esattamente, della «filosofia» che ha ispirato Marchionne - e le sigle sindacali che l'hanno seguito - nella stesura dell'accordo separato. La notizia, però, non è tanto nel lunghissimo appello - che scende nel dettaglio, come se fosse una vera proposta di legge, arrivando a configurare i casi, i tanti casi, in cui sia possibile «derogare» al contratto nazionale. No, piuttosto, la notizia è che fra i firmatari del documento, oltre a nomi più «prevedibili» - fra cui i più accesi fan della Fiat nel piddì: da Sergio Chiamparino al'ultras Pietro Ichino, dall'ala liberal di Claudia Mancina fino a Nicola Rossi, da sempre considerato dalemiano, per arrivare al veltroniano doc, Giorgio Tonini-; fra i nomi, si diceva, c'è anche quello di Ignazio Marino. Il medico che corse come outsider nelle primarie per la segreteria e che, fino ad ora, era considerato un po' l'ala sinistra del partito. Anche se alla fine, neanche lui ha saputo sottrarsi al richiamo della grande impresa.
Ma non c'è solo questo, nel piddì. Ieri, sulla vicenda, ha voluto prendere ufficialmente posizione anche il segretario, Bersani. L'ha fatto per polemizzare con chi accusa il suo partito - e soprattutto la sua leadership - di «conservatorismo». Accusa che lui ribalta: «Al Corriere della Sera e agli altri - dice il segretario - dico che io ho fatto il ministro. Mettiamo in fila le riforme che ho fatto io e quelle che ha fatto il centrodestra e poi vediamo chi è il riformista».
Parole che sembrerebbero preludere ad una scelta di sinistra. Ma non è così. Perché subito dopo il segretario aggiunge, entrando nel merito dell'intesa separata: «La parte più rilevante mi sembra la questione produttiva, gli investimenti e l'organizzazione produttiva. Bene, su questo il piddì non è diviso: certo, aspettiamo che i lavoratori si pronuncino, noi rispetteremo le loro decisioni, ma ci auguriamo che l'investimento venga confermato».
Un modo lungo e burocratico per dire che i democratici faranno il tifo per il sì. Detto questo, va anche aggiunto che non tutto dell'intesa piace a Bersani. Il suo partito prova a dividerla in due, come se gli elementi che la compongono non fossero strettamente connessi fra di loro. Come se il drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro non fosse connesso alla fine della democrazia sindacale. Bersani comunque distingue e dice che «quest'intesa contiene una cosa che non va e che riguarda la rappresentanza. Per noi non è giusto che chi dissente venga tagliato fuori dai diritti». Certo, prosegue, ripetendo una frase presa pari pari dagli editoriali del «Corriere», «chi dissente non può impedire agli altri di andare avanti ma non può neanche essere tagliato fuori». Come? Che fare, allora? Qualcuno, come s'è visto, anche nel suo partito, ha proposto una legge ad hoc. Lui, il segretario, non è molto convinto di questa strada. «La legge può essere d'aiuto. Ma penso che la strada maestra debba essere un accordo fra le parti».
E non è finita. Perché a chi gli chiede cosa pensi della Cgil e del suo ruolo in questa vicenda, risponde un po' democristianamente: «Credo che in Cgil stia crescendo la consapevolezza che bisogna rifare il punto sull'unità del
mondo del lavoro». La Camusso, insomma, deve riprendere il dialogo con Bonanni e Angeletti. In ogni caso.
Se queste è il segretario, è facile immaginare tutto il resto. Così c'è il vice segretario Letta che sceglie di dire la sua sul'Avvenire. E lo fa per sostenere che la Fiom «non può pretendere di disporre di un diritto di veto». E ancora. Di Fassino e Chiamparino, e la loro scelta per il sì all'accordo separato s'è già detto nei giorni scorsi (col sindaco di Torino che ieri ha aggiunto una riflessione di carattere storico: «Non vorrei che accadesse come dopo l'accordo dell'80, quando la Cgil non firmò e un decennio dopo cominciò l'autocritica...»). A questi, si diceva, s'è aggiunta la «lettura» politica che della vicenda fa Giorgio Merlo. Da sempre esponente moderato del partito, è vice presidente della commissione di vigilanza Rai. E ora dice così: «Su un punto Vendola ha ragione: questo accordo può diventare una discriminante per costruire una coalizione di governo alternativa al centro destra». Lui, però, la pensa così: «L'unica cosa che non potremo fare è costruire una alleanza che abbia come perno centrale coloro che hanno una concezione estremistica, barricadera, massimalista e ideologica della politica». Avanti con Casini, insomma. Con Fini e Rutelli. Bersani ha dato la stura anche a queste posizioni.
s.b.

Liberazione 31/12/2010, pag 3

Nessun commento:

Posta un commento