Un anno fa i lavoratori immigrati si ribellarono e furono allontanati dal paese. Molti sono tornati
Stefano Galieni
Quello che accadeva un anno fa, il 7 gennaio, a Rosarno non aveva precedenti. Centinaia di lavoratori nell'agricoltura, sfruttati come schiavi, costretti a una vita intollerabile, in ghetti di fortuna, lavorando oltre dieci ore al giorno a raccogliere arance per 25 euro, alzarono la testa. Fu una notte dura che attraversò l'intero paese di 15 mila abitanti; Maroni si inalberò contro l'eccessiva tolleranza dimostrata finora nei confronti degli schiavi. Le immagini fecero il giro del mondo, ci fu paura ma si riaccese la speranza. Con una sintesi terribilmente esplicativa fu Roberto Saviano a riconoscere che i lavoratori migranti, dopo esser venuti a fare i lavori che gli italiani non fanno più, iniziano ora difendere i diritti che gli italiani non sanno più difendere, si ribellano ad un potere criminale che da noi è vissuto troppo spesso con rassegnazione. Pagarono quell' esempio a caro prezzo: in poche ore, per timore di linciaggi collettivi, quasi tutti i lavoratori vennero fatti evacuare, volontariamente o meno. Molti raggiunsero Roma, dove dormirono nella stazione per giorni, finché non trovarono posto in alcuni centri sociali; altri cercarono località diverse; gran parte tornarono a Rosarno, perché l'economia locale ha bisogno delle loro braccia. I luoghi in cui dormivano, fabbriche abbandonate come "La Rognetta" e l' "Ex Cartiera" erano stati demoliti o murati. Finirono in casali abbandonati, i più fortunati in una stanza in nero, a volte in un pollaio o stipati in un rudere. A Roma partì una campagna di mobilitazione promossa dall'Assemblea dei lavoratori emigrati di Rosarno; si aprì un tavolo con il Ministero e vennero riconosciute, solo sulla carta, alcune "criticità". Quanto accaduto nella Piana di Gioia Tauro, poteva accadere in gran parte delle realtà agricole del Mezzogiorno, perciò si trovarono coinvolte n questa sfida realtà di base provenienti dai diversi territori. Non ci furono espulsioni - il 95% dei lavoratori erano rifugiati o richiedenti asilo dall'Africa Sub Sahariana - ma non vennero neppure mantenute le promesse. Ma l'associazionismo di base ha continuato a costruire nuove prospettive di vita e di lotta. Alcune associazioni hanno avviato un monitoraggio capillare del territorio, hanno costituito una rete aperta dal nome evocativo "Radici", hanno parlato con centinaia di lavoratori ed elaborato un dossier. E soprattutto hanno incontrato le persone, i rifugiati o chi tenta di dare un senso alla parola accoglienza. La Caritas di Drosi, prima, ha garantito una piccola mensa, poi, si è posta come intermediaria con i proprietari di case per garantire un affitto equo in condizioni umane. «Cose del genere ti fanno capire che la voglia di impegnarsi c'è - commenta Danilo Barreca di "Radici" - ma resta un problema essenzialmente politico. Abbiamo elaborato il dossier perché ne facciano uso le istituzioni dando risposte strutturali che riguardano tanto la condizione materiale - caporalato, sfruttamento, alloggio e sanità - quanto le leggi cui sono sottoposti i lavoratori. Il loro numero è diminuito anche a causa della crisi, ora saranno circa un migliaio. Attendiamo risposte». Certo qualcosa è cambiato. Quest'anno sono stati stipulati circa 800 contratti di lavoro per cittadini non comunitari, mentre prima sembrava che lavorassero solo gli italiani. A maggio si potranno calcolare le giornate lavorative registrate ma non sembra finora intaccato il meccanismo del caporalato e del lavoro al nero. Ufficialmente non c'è più il cottimo ma la paga è rimasta invariata e spesso si fatica a trovare lavoro, almeno per un giorno a settimana. Il Comune ora ha una sindaco del Pd, Elisabetta Tripodi, eletta dopo due anni e mezzo di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Un centro di accoglienza per 120 persone sarà aperto tra breve mentre la riqualificazione dell'area "Ex Rognetta", promessa dal Viminale, è bloccata per ricorso.
Si torna quindi in piazza. A Rosarno stamattina un breve corteo, partendo da Piazza Valarioti, passerà sotto la casa di un militante del Pci ucciso dalla mafia negli anni Ottanta perché combatteva lo sfruttamento nelle campagne. Molte le adesioni - dal Comune al Prc, all'Arci alla Cgil a Libera Terra a Lega Ambiente -, ma in piazza ci saranno soprattutto loro, i lavoratori che poi prenderanno il pulman per Reggio Calabria e dopo un altro breve corteo terranno un presidio davanti alla prefettura. Una delegazione incontrerà il prefetto. «Rosarno e Reggio non devono avere "zone rosse " per i migranti - riprende Barreca - siamo in piazza perché per noi nulla è come prima». Un appello a cui si associa il segretario del Prc Paolo Ferrero che attacca per inadempienza il ministro dell'Interno. Contemporaneamente anche Roma sarà teatro di iniziative. «Ieri siamo stati in piazza a Rosarno alla Festa della Mondialità, insieme ai migranti, al Comune e alle associazioni rosarnesi, rivendicazione il diritto di cittadinanza e la difesa dei diritti dei lavoratori - raccontano all'Osservatorio migranti di Rosarno -; oggi invece, alle 12, parteciperemo ad un sit-in sotto il Ministero delle Politiche agricole con i migranti, l'Osservatorio Antirazzista Pigneto-Tor Pignattara e "Primavera romana", per unire le nostre voci in solidarietà con i braccianti e per denunciare le responsabilità del Governo, delle associazioni di categoria e della grande distribuzione organizzata. Il 9 gennaio sempre a Roma, parteciperemo all'iniziativa a favore di progetti solidali con i gruppi di acquisto a sostegno di quei produttori che nella Piana di Gioia Tauro realizzano produzioni biologiche». Mancherà Kante "Marcus" Fakemo, 40 anni, deceduto il 14 novembre per le conseguenze di una polmonite bilaterale nell'ospedale di Lamezia Terme. E' accaduto nel 2010, nella moderna e civile Italia.
Liberazione 07/01/2011, pag 5
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