Siglata l'intesa che fa fuori la Fiom. Ferrero: «Fermare questa strategia golpista»
Checchino Antonini
«Avevano fatto un accordo separato a giugno, ed ora ne hanno dovuto fare un altro per peggiorare ancora le condizioni». Ecco il commento del leader della Fiom, Maurizio Landini alla notizia della firma, ieri pomeriggio, del nuovo accordo per la Fiat di Pomigliano. Un'intesa siglata da tutte le tonalità del giallo sindacale (Fim, Uilm, Ugl, Fismic e associazione quadri) per il nuovo contratto di lavoro per i 4.600 dipendenti di Pomigliano d'Arco che nel 2011 saranno riassunti dalla Newco per costrire la nuova Panda nello stabilimento campano. Manca in calce la firma della la Fiom che contro questi accordi annuncia uno sciopero di otto ore per il 28 gennaio: «Fermateli - dice ancora il segretario dei metalmeccanici Cgil - stanno facendo del male ai lavoratori». Il Lingotto, secondo la Fiom, ormai vuole degli operai schiavi, senza diritti e sotto ricatto. E senza la più antica rappresentanza sindacale. «Con Pomigliano Marchionne prosegue nella sua strategia basata su
ricatti mafiosi e finalizzata a distruggere la Costituzione», commenta a caldo Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, chiedendosi «Cosa aspetta la Cgil a dichiarare lo sciopero generale per fermare questa strategia golpista?».
Le linee generali dell'intesa prevedono 30 euro lordi in più al mese in busta paga. Tra le novità l'inquadramento dei lavoratori da 7 a 5 fasce più livelli intermedi per agevolare l'avanzamento professionale ma anche più straordinari, meno pause e meno ore di malattia pagate. Stretta anche sull'assenteismo e infine divieto di sciopero sui contenuti dell'accordo pena il licenziamento. Quanto alle relazioni sindacali varrà il modello Mirafiori: fuori chi non firma gli accordi. Gongola Sacconi, ministro del lavoro, convinto che abbia vinto il pragmatismo sull'ideologia. Con una raccomandata indirizzata a Corso Marconi, lo Slai Cobas annuncia l'impugnazione della procedura dell'accordo separato perché viola la normativa e la Costituzione consentendo al padrone di scegliersi «controparti sindacali gradite e colluse».
Il leader dei metalmeccanici della Cisl, Giuseppe Terracciano, infatti, prova a far credere che quell'accordo «mette fine all'angoscia dei lavoratori» e che il nuovo che avanza sia un «modello partecipativo». E alcuni dei suoi riescono a essere sbattuti in prima pagina su Il Giornale, house organ della famiglia Berlusconi, con dieci domande alla sinistra (Bersani, Di Pietro e Vendola). «Noi che abbiamo votato sì a quell'accordo ci siamo stancati di continue dichiarazioni tese a sostenere chi non aveva valide alternative», dicono i 46 firmatari, molti dei quali iscritti o vicini alla Cisl. I 46, con toni da antipolitica in voga, rimproverano ai tre leader l'immobilismo della sinistra quando era al governo, su questioni come pause e malattia che oggi sono il cavallo di battaglia di Cgil e Fiom. Secondo loro il contratto nazionale non sarebbe morto a Pomigliano o a Mirafiori: «Secondo voi gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l'inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu?». Se la Fiom avesse proposto «una valida alternativa» sarebbe stato diverso. Ma «tutti urlano contro tutti e nessuno indica un percorso diverso e che sia, soprattutto, realizzabile». il primo firmatario, Gerardo Giannone, è delegato Fim, un passato nel Pdci, segretario di un circolo di fabbrica, ora trasmigrato verso un'associazione culturale.
«Vorremmo rispondere con una lettera uguale e contraria, dare risposte sensate. Però anche loro ammettono che esiste un ricatto qui a Pomigliano», anticipa a Liberazione Mimmo Loffredo, 30 anni, operaio dal 2002 ed "esperto" Fiom, una figura estromessa dalla fabbrica da gennaio (oltre le Rsu, un vecchio accordo consentiva la nomina di ulteriori rappresentanti). Loffredo è anche segretario del circolo di Pomigliano di Rifondazione comunista. La lettera, «che richiede risposte serie», secondo Loffredo «fiancheggia», nei fatti, la tesi di chi spinge per accettare questa modernità atroce. «Si esalta il coraggio di chi ha detto sì, mi sembra paradossale. Cosa rischierebbero costoro? L'idea di fondo è che lottare non serva a nulla - aggiunge Loffredo - l'unica novità positiva è che si torna a parlare di centralità del lavoro, solo così si potrà tornare ad avere una rappresentanza politica che sia tale. Nel merito, però, mi sembra che ci sia una richiesta alla sinistra che non c'è di supplire l'incapacità del sindacato. I sindacati firmatari non sono riusciti ad arginare nulla e ora scaricano la palla. Non mi sembrano così contenti dell'accordo. Certo, ci vorrebbe una politica che alzi un po' la voce, si potrebbe cercare di mettere Marchionne con le spalle al muro e dirgli che, dopo anni di sovvenzioni statali, oggi è arrivato il momento di dare, di rispettare la Costitutuzione. Altrimenti bisognerebbe chiedersi cosa c'è oltre Fiat e oltre Marchionne: nazionalizzare è una possibilità».
Liberazione 30/12/2010, pag 3
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