lunedì 31 gennaio 2011

Come ti rieduco la classe operaia

La strategia della Fiat di Marchionne analizzata da un gruppo di ricercatori del Crs
Tonino Bucci
E vai a vedere che tocca pure ringraziare Marchionne. Per opera sua, questioni che si ritenevano seppellite assieme a un lessico d'altri tempi - il conflitto di classe, la questione operaia, il capitale - hanno occupato pagine di giornali e programmi televisivi. Erano anni che non accadeva. Chiaro, è una provocazione. Solo una boutade, nient'altro.
Anche perché con quello che è successo tra Pomigliano e Mirafiori c'è poco da scherzare. Se volessimo cavarcela con un immagine cinematografica è come se in questi giorni avessimo visto a Mirafiori un flash back, un corto circuito tra il presente e il passato, tra i diktat di Marchionne e la famigerata marcia dei quarantamila dell'80, quando un'epoca finì e un'altra iniziò, per protrarsi in una lunga transizione, in un lento, inarrestabile capovolgersi di egemonia, da sinistra verso destra, da un movimento operaio cresciuto di lotta in lotta a uno strapotere (incontrastato) del capitale quale stiamo sperimentando. Tra allora e oggi è cambiato il mondo, c'è stato il neoliberismo, la globalizzazione, il primato della finanza, insomma, una forma di capitalismo che si è imposta sulle rovine del precedente modello di accumulazione keynesiano. Un «potente progetto di ricomposizione dell'egemonia del capitale» dopo la stagione «dei conflitti sulla natura dell'accumulazione», per dirla con le parole di un gruppo di ricercatori del Centro per la riforma dello Stato, autori del saggio Nuova Panda schiavi in mano (DeriveApprodi edizioni, a cura del Gruppo lavoro del Crs, saggio conclusivo di Mario Tronti, pp. 168, euro 12). «Fuor di retorica, Marchionne punta dritto il dito verso quella transizione al neoliberismo che nel nostro Paese non è ancora stata completata», a differenza che negli Usa, in Gran Bretagna o in Canada. Si capisce bene perché la transizione sia stata così lunga (e tutto sommato non ancora scontata, perlomeno non del tutto), «per via degli ostacoli frapposti dai diritti e dalle libertà costituzionali, dalle conquiste guadagnate sul campo da un fortissimo movimento dei lavoratori, dalla storica forza delle sinistre e dalle fragilità stesse dello Stato italiano». Nei trent'anni trascorsi da quando Berlinguer un giorno si presentò davanti ai cancelli della fabbrica occupata di Mirafiori («il partito è con voi» disse agli operai) è cambiata persino la forma della Repubblica, che oggi rispetto ad allora chiamiamo Seconda. Sulla carta la Costituzione è sempre quella, ma nei fatti, nei rapporti materiali dell'esistenza (soprattutto in quelli di forza) è un'altra Costituzione a valere, a misura dell'impresa e dei suoi interessi. Ha il pregio, questo libro, di inserire la vicenda di Pomigliano e il piano industriale della Fiat di Marchionne in una storia lunga, senza perdere di vista le differenze specifiche del presente rispetto al passato. «A chiudere l'era delle lotte operaie in Italia fu lo scontro del 1980 alla Fiat di Mirafiori. Ieri Romiti come oggi Marchionne, è l'amministratore delegato Fiat a scrivere di proprio pugno gli accordi della capitolazione operaia, determinando il riassetto delle relazioni industriali per l'intero sistema-Paese». Fin qui, tutto chiaro, Marchionne è nell'onda lunga del neoliberismo, l'esito estremo di un capitale che svuota dall'interno leggi, regole, norme e costituzione materiale. La continuità della storia è innegabile, scrive Tronti, «pur tra immani salti in avanti e giravolte all'indietro». «C'è da ribaltare il tavolo del senso comune intellettuale, che pone una cesura "epocale" tra il prima e il dopo, tra il Novecento e noi. Qualcosa dovrebbe dire ai cultori del "tutto è nuovo" il fatto che proprio a Pomigliano sia scattata nel cervello padronale l'idea controriformista del "dopo-Cristo". E' un fatto: che nulla sarà come prima lo dice oggi chi comanda sui processi».
Chi comanda i processi materiali ha a propria disposizione anche un esercito di think thank, opinionisti, editorialisti, conduttori di trasmissioni politiche, specialisti della comunicazione. Fin dalle prime formulazioni del piano industriale Fiat per il nostro paese - più o meno nel dicembre 2009 - la narrazione ufficiale che lo accompagna è confezionata nei minimi dettagli. Seimilacento lavoratori polacchi producono seicentomila auto, mentre 22000 lavoratori italiani producono soltanto 650mila unità annue, quindi bisogna intensificare il livello di competizione nel mondo in un contesto di crisi. La filosofia che sottende il piano è chiara: la lotta di classe è finita, gli interessi di padroni e operai non possono che convergere «per salvaguardare la tenuta dei sistemi-Paese in un quadro di brutale competizione internazionale, tutta giocata sulla competitività tra territori per attrarre investimenti di capitale». Per la presidente di Confindustria Marcegaglia, Marchionne ha il pregio di ricordarci cos'è il mercato globale e come ci si deve stare. Fuori da infingimenti, la tenuta del sistema esige che la «brutalizzazione del lavoro» divenga «socialmente accettabile», rinuncia volontaria ai diritti in cambio della promessa di investimenti - di questo si tratta nella vicenda di Pomigliano e nell'accordo di Mirafiori. Non a torto di Pomigliano s'è detto e scritto che rappresenta un caso paradigmatico, un passaggio "costituente" nelle relazioni industriali tra padroni e operai. «La vicenda del sito campano ha reso tangibile la ratio della riorganizzazione del lavoro»: «sfruttamento senza controllo e neutralizzazione politica». Prendere o lasciare. Fabbrica Italia non è un accordo, ma un progetto Fiat non concordato con le parti sociali, una sorta di programma intensivo di rieducazione del paese alle sfide della competitività globale che viene calato all'interno della fabbrica, sulla pelle dei lavoratori. «Nel vivo dell'organizzazione del lavoro il mantra della flessibilità spinta e del World Class Manufacturing nasconde dispositivi multipli e sotterranei di intesificazione della prestazione lavorativa e di depotenziamento politico degli operai». Nuova turnistica, nuova metrica, nuove regole per pause e straordinari rappresentano, nel loro insieme, una inedita tecnica di estrazione di pluslavoro. E, se non bastasse, «nella Fiat immaginata da Marchionne non c'è sindacato, né il diritto dei lavoratori a coalizzarsi», «il conflitto è inibito con il consenso alla retorica aziendale o con la minaccia di sanzioni disciplinari o licenziamenti».
E' lui, però, Marchionne, il personaggio «da studiare», ormai un protagonista politico della vicenda nazionale. «Un politico fuori del Palazzo» - scrive Tronti - che «non viene percepito come un esponente della società civile». Marchionne è piuttosto «il rappresentante di un'antipolitica, diciamo così, nobile, comunque non plebea, sicuramente non populista. E' lui il vero uomo del fare. Il suo maglioncino d'ordinanza è più che un vezzo: blu, come le tute dei suoi operai». Il colpo d'occhio è a effetto. Anche dal punto di vista simbolico il personaggio pubblico è costruito per essere percepito come l'archetipo dell'imprenditore, l'incarnazione del «manager globale» avvezzo a muoversi nel mondo e non nelle ristrettezze provinciali dell'Italietta. E, ancora, uomo d'azione che agisce al di fuori delle istituzioni, estraneo ai giochi di potere della politica. «Marchionne è quello che ai bei tempi dell'operaismo chiamavamo il capitalista collettivo», la personificazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe, direbbe Marx. Anche il capitale - che è accumulazione di lavoro vivo in lavoro morto - ha «bisogno di soggettivarsi, di personificarsi». Molto è cambiato dai tempi di Gianni Agnelli, quando la proprietà era predominante rispetto al management. «Oggi la proprietà è più opaca, e anonima, meno immediaatamente visibile». Il manager è il vero mattatore sulla scena pubblica. Ma non è tutto. «La stessa figura del capitalista collettivo si è globalizzata. La nuova figura, e la persona fisica, del manager sta molto meno a corso Marconi che sugli aerei che lo portano in giro per il mondo». Del resto, Marchionne ha imparato il mestiere nella finanza e come si sa, la sfera del denaro non ha confini né nazionalità, prima ancora dell'industria. Oggi, la legittimazione politica non è più il governo italiano a concederla, è il «grazie Sergio» pronunciato da Obama la chiave dell'accreditamento presso l'opinione pubblica e gli operatori di mercato. Se nel Novecento era il movimento operaio a detenere il monopolio dell'internazionalismo, oggi vale il contrario, «c'è un capitale-mondo» da un lato e «lavoratori sul cosiddetto territorio» dall'altro. «Da una parte il padrone globale, dall'altra gli operai di Pomigliano, di Melfi, di Termini Imerese, al più di Mirafiori, che arriva ancora a evocare Torino». Il no di pomigliano e quello di Mirafiori sono un segnale di resistenza e, più ancora, una lezione per la politica. «La partita non è chiusa. Queste partite qui non si chiudono mai».


Liberazione 19/01/2011, pag 9

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