Organizzato in fretta, senza informare gli operai» denuncia Airaudo della Fiom
Vittorio Bonanni
E' ormai deciso. Il referendum della paura, come lo ha definito la Fiom, per conoscere il parere degli operai di Mirafiori sull'accordo siglato il 23 dicembre scorso dalla Fiat da un lato e da Cisl e Uil dall'altro si terrà il 13 e il 14 gennaio prossimi. I primi a votare saranno i lavoratori del turno di notte di giovedì 13, che cominicia alle 22 e si chiude alle 6 di venerdì. Successivamente toccherà agli operai del primo turno, dalle 6 alle 14, e poi del secondo, 14-22, di venerdì, con i risultati che presumibilmente verranno resi noti la sera stessa. Saranno coinvolti nel voto circa 5000 lavoratori. Come dicevamo prima la Fiom ha chiamato questa consultazione elettorale «il referendum della paura e del ricatto: o voti o perdi il posto di lavoro», come ha minacciato l'Amministratore delegato Sergio Marchionne, il quale ha detto che in caso di mancata vittoria dei sì con il 51% di consensi chiuderà lo storico stabilimento torinese. Per Giorgio Airaudo «la Fiat ha chiaramente premuto per anticipare il referendum. Dispiace che i sindacati (i quali già dichiarano che vinceranno con l'80% dei consensi superando così quel 70% che registrano normalmente nello stabilimento torinese ndr) che hanno firmato l'accordo abbiano ceduto a questa pressione. Non verranno fatte le assemblee per informare i lavoratori e il referendum sarà tra il 13 e il 14, come se si avesse fretta». Per il responsabile del settore auto della Fiom «è grave perché si vuol far votare i lavoratori non informandoli, ma solo sulla loro paura». Airaudo ha detto di non credere nella chiusura di Mirafiori e ha altresì aggiunto che «la Fiom non chiederà ai lavoratori di disertare le urne per evitare l'istinto vendicativo della vecchia Fiat e perché non bisogna perdere lo strumento democratico». Il segretario generale Maurizio Landini, presente in un attivo del sindacato a Napoli, si è invece pronunciato in merito all'invito al dialogo costruttivo rivolto martedì dal presidente Giorgio Napolitano alle parti in causa. «Bisognerebbe riaprire una trattativa vera perché è quello che non c'è stato. Lo dimostra - ha detto il sindacalista - anche l'ultima posizione assunta da Marchionne. Da questo punto di vista, l'appello che arriva da chi è non solo il capo dello Stato ma anche una persona che in questi anni ha dimostrato di avere molto a cuore i problemi della difesa e dell'applicazione della nostra Costituzione merita ascolto». Contro la grave posizione di Marchionne, lesiva dei diritti dei lavoratori, si è espressa l'Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) che chiede «condizioni di lavoro rispettose della dignità personale e delle esigenze materiali dell'individuo, compresa la libera rappresentanza sindacale. Ogni passo che tenda a sovvertire questi principi rischia di sovvertire lo stesso impianto democratico del Paese, che ad oggi ha sempre garantito stabilità e civile convivenza». Martedì prossimo la Fiom, questa volta insieme a Fim, Uilm e Fismic, affronterà a Torino il problema del monte ore aggiuntivo per i permessi sindacali. Nei mesi scorsi l'azienda ha infatti disdettato gli accordi integrativi compreso quello sulla fruizione dei permessi per attività sindacale (un'ora l'anno per ogni dipendente), lasciando in vigore solo quelli previsti dal contratto nazionale (otto ore al mese per ogni rappresentante sindacale aziendale).
Intanto il 15 gennaio, ventiquattr'ore dopo il risultato referendario, con i dati in mano si riunirà il comitato direttivo nazionale della Cgil. Insomma la segretaria generale del principale sindacato italiano Susanna Camusso cercherà di usare quelle cifre come un elemento dirimente nello scontro con la Fiom. «E' in atto - ha detto Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale dei metalmeccanici Cgil - un disegno normalizzatore nei confronti del sindacato. E la Camusso può fare solo una cosa positiva: sottrarvisi». Un invito insomma a non usare un eventuale successo dei Sì come uno strumento di lotta interna con esiti catastrofici per il destino della Cgil.
Liberazione 06/01/2011, pag 2
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