venerdì 21 gennaio 2011

«Centralità ai lavoratori» Appello a tutta la sinistra

Nasce "Lavoro e libertà", un'associazione a sostegno della Fiom
Tonino Bucci
Dovevano scomparire, stando alle profezie dei teorici dell'immateriale e del postmoderno. E invece non sono scomparsi affatto. I lavoratori ci sono, lottano, tornano nelle piazze e le riempiono anche. Non è un problema di esistenza, semmai di sguardo (assente) e di riflettori (puntati altrove). E di una politica che ha rinunciato alla rappresentanza in nome della pura governabilità degli interessi dominanti. I lavoratori italiani oggi, politicamente parlando, non sono rappresentati da nessuno. In Italia c'è una macroscopica questione operaia. Legata, a doppio filo, con l'involuzione della democrazia e la sua trasformazione in regime oligarchico. Se non esiste una democrazia sui luoghi di lavoro, va a pezzi anche la democrazia istituzionale.
Lavoro e libertà, per l'appunto. Che è, non a caso, il nome di un'associazione appena nata, a sostegno della Fiom. A sottoscrivere il documento costitutivo (lo potete leggere integralmente sul sito www.liberazione.it) sono politici, sindacalisti, intellettuali e padri (e madri) nobili della sinistra italiana, «accomunati da una comune civile indignazione»: Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella e Mario Tronti. In cima al ragionamento c'è la rivendicazione di una democrazia integrale che non si arresti ai cancelli delle fabbriche. Non è una semplice petizione formale. Ai lavoratori - questo il punto - va restituito il diritto di decidere su accordi sindacali decisi da organizzazioni collettive in loro nome e che riguardano le loro concrete condizioni di vita e di lavoro. «Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica». Si può parlare di democrazia effettiva se esistono sfere della vita pubblica nelle quali la politica non interviene, a tutto vantaggio dei poteri forti? La risposta è drastica, no. Quasi mai le scelte in campo economico - quelle che contano, che cambiano le sorti dei lavoratori, delle città, del territorio, dei beni comuni - sono oggetto di decisioni pubbliche. Dovremmo trovare il modo di rafforzare i «meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico».
Secondo punto: il conflitto. Tutte le società europee sono percorse da movimenti di massa, è accaduto in Francia, in Gran Bretagna, e poi in Grecia, in Irlanda, in Spagna. Anche in Italia il conflitto sociale è tornato a occupare la scena pubblica. La manifestazione della Fiom del 16 ottobre e quelle degli studenti sollevano un interrogativo: a quale strumentazione bisogna fare ricorso perché i movimenti crescano - per organizzazione e per dimensione - e, soprattutto, perché riescano a incassare qualche risultato? Da cosa dipende la loro efficacia politica? Il primo passo - ovvio - è rimuovere gli ostacoli alla libertà di esercizio del conflitto sociale (ce ne sono, eccome, basta leggere la clausola di responsabilità inserita al primo punto dell'accordo Fiat che fissa il vincolo dell'interesse aziendale). In ogni società democratica - scrivono i promotori di Lavoro e libertà - «il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse» è il motore primo. Senza i conflitti - e i diritti costituzionali che li rendono dispiegabili - non esisterebbero di fatto "contropoteri" di fronte ai potentati economici. «Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato». Non c'è nessuna presunta razionalità superiore, tecnica o manageriale che sia, di fronte alla quale ci si debba inchinare. La crisi lo ha dimostrato.
Ma l'accenno di analisi più interessante è la lettura dei processi sociali e politici in atto come una complessiva - temibile - tendenza al neocorporativismo. «L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario». I passaggi materiali di questo progetto autoritario di società si compiono sotto i nostri occhi: la «precarizzazione», «l'individualizzazione del rapporto di lavoro», l'introduzione del «collegato lavoro» che impedisce al lavoratore di fare ricorso alla giustizia ordinaria. «Bisogna ridare centralità politica al lavoro», riportarlo «al centro dell'agenda politica» dunque. Ma come può riconquistare una forza politica (antico leit motiv di Mario Tronti) il mondo del lavoro? Volenti o nolenti è all'unità delle forze politiche della sinistra che si torna. «Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria». Se son rose fioriranno.

Liberazione 29/12/2010, pag 5

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