lunedì 31 gennaio 2011

La battaglia decisiva che non possiamo perdere

Dino Greco
Con la stessa premeditata protervia con cui Marchionne abolisce il diritto di sciopero e di libera rappresentanza sindacale negli stabilimenti Fiat, Tremonti decide di chiudere i giornali indisponibili a rinunciare alla propria indipendenza, non addomesticati e non omologati al potere costituito. Nei giorni scorsi abbiamo assistito con sgomento allo scippo repentino con cui, attraverso il decreto "milleproroghe", a sole 24 ore dal varo della legge di stabilità che reintegrava il fondo per l'editoria, si dimezzavano quelle risorse, invero modeste, ma essenziali per la sopravvivenza di tante testate, per lo più piccoli giornali, ma non per questo meno essenziali a garantire quell'irrinunciabile fattore di democrazia che è il pluralismo dell'informazione.
Sia chiaro a chi ci legge che le ragioni del taglio non hanno nulla a che vedere con le ristrettezze delle disponibilità di bilancio. Le poste necessarie sono davvero esigue, lo sono cioè in assoluto, e non solo al cospetto della grave, irreversibile vulnerazione che ne riceverebbe il panorama editoriale. La scelta che il titolare del Tesoro ha compiuto - per conto del governo nel quale egli svolge una funzione sempre più determinante - è eminentemente politica ed ha un preciso significato: ridurre al silenzio il dissenso politico, interrompere ogni canale di visibilità per quelle espressioni della società civile - sindacati, movimenti, associazioni, comitati, manifestazioni culturali - che confliggono col blocco sociale e politico dominante, con la consorteria che concresce alla sua ombra e coltiva privatissimi interessi grazie alla connivente protezione del governo. Di questo si tratta e occorre averne piena contezza per attrezzare la risposta più idonea e renderla efficace.
Il decreto ha sessanta giorni di vita entro i quali deve essere convertito in legge, pena la decadenza. Questo è il tempo massimo a disposizione per condurre - nelle commissioni parlamentari deputate, al Senato prima e alla Camera poi - la battaglia per reintegrare il fondo per l'editoria delle somme decurtate. Se non vi riusciremo, se la maggioranza dei parlamentari, contravvenendo al positivo, trasversale orientamento espresso lo scorso anno, dovesse rovesciare il proprio giudizio, avallando il blitz di Tremonti, allora un colpo letale sarebbe inferto alle nostre magrissime finanze: decine di testate, fra le quali la nostra, sarebbero costrette a cessare le pubblicazioni e migliaia di lavoratori, giornalisti e poligrafici perderebbero il lavoro. Le settimane che abbiamo dinanzi sono cruciali, perché se è vero che sarà il Parlamento a decidere del nostro futuro, lo è altrettanto che tutti i soggetti coinvolti in questa vicenda (giornalisti, sindacato, federazione degli editori) dovranno inventare le forme, le più originali e inedite, di protesta e di mobilitazione.
Ma sarà bene che anche i nostri lettori, i militanti, avvertano sino in fondo il pericolo estremo di fronte al quale ci troviamo e facciano sentire, chiara e decisa, la propria voce. Bisognerà sollecitare la fantasia, e suggeriremo noi stessi alcune delle modalità attraverso le quali fare arrivare, dentro il Palazzo e fuori di esso, l'allarme di quanti si oppongono ad un tracotante disegno politico liberticida.
Nello stesso tempo deve continuare, se possibile con più lena di prima, la campagna di sostegno a Liberazione che si era espressa in questi mesi sotto forma di abbonamenti e di sottoscrizioni. La determinazione con cui le compagne e i compagni vorranno difendere, in proprio, uno strumento essenziale per la loro lotta politica rimane - a dispetto di chi vuole annientarci - la condizione decisiva e irrinunciabile per contrastare l'attacco che ci viene portato. Il successo dell'autofinanziamento è d'altra parte l'indice più veritiero della propria credibilità, della consapevolezza con cui si scommette nelle proprie idee e nelle proprie ragioni. Idee e ragioni forti, se quasi 900 persone hanno sino ad oggi effettuato o rinnovato l'abbonamento al giornale, se tanti e tante hanno già sottoscritto per un importo complessivo che supera i 150mila euro, se ancora in questi giorni, come documentiamo in ultima, affluiscono in misura cospicua contributi economici e ancora nuovi abbonamenti. Questa tensione, questo impegno devono tuttavia rappresentare non più un appuntamento emergenziale, non più il cimento di una stagione eccezionale, ma l'ingaggio permanente di tutta la nostra comunità, stretta con inesausta tenacia al proprio giornale e alla propria missione.


Liberazione 06/01/2011, pag 1 e 4

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