Dino Greco
Dà un po' di voltastomaco ascoltare con quanto disinvolto cinismo ineffabili commentatori, per lo più professionisti della politica, del giornalismo e non, i quali dispongono di un posto fisso, sicuro e non insalubre, gratificante e ottimamente retribuito, ruggiscano contro i lavoratori della Fiat, intimando loro di accettare senza tante storie le condizioni dettate da Marchionne. Costoro pontificano e sproloquiano senza posa su ciò che palesemente non conoscono, né sono interessati a conoscere. Mi riferisco alla realtà del lavoro seriale, alla catena di montaggio. Che tale è in ogni senso. Lì si assemblano pezzi, secondo la metrica ed i ritmi imposti dall'azienda: operazioni che durano una manciata di secondi per ripetersi infinite volte, gesti sempre uguali a se stessi, usuranti e alienanti insieme; lì si sta come cani al guinzaglio. E lì si contraggono malattie e stress psicofisico oggi accentuati dai turni prolungati e dal taglio delle pause, la vita trasformata in una funzione della fabbrica, la persona ridotta ad un'appendice, ad una protesi della macchina.
La pura riproduzione della forza-lavoro: ecco, in termini brutali ma veritieri, cosa significa, nella sua essenza il modello che incarna il mito della modernità. Tutto ciò in cambio di un salario ridicolo e - per sovrapprezzo - della privazione del diritto di esprimere un punto di vista, di difendersi, di organizzarsi in un sindacato che rappresenti davvero i lavoratori e che unendo gli uni agli altri trasformi in forza la debolezza, così da attenuare l'enorme sproporzione delle due parti. Sproporzione che fa dell'operaio isolato una vittima sacrificale. E tuttavia, firmano, firmano tutto e comunque, senza batter ciglio, la Cisl e la Uil, ormai in gara avvincente col sindacato "giallo" per antonomasia, il Fismic, nel prostrarsi ai piedi dell'azienda, nella speranza che i servigi resi possano essere ripagati dal padrone, nell'attesa servile che egli li munifichi gettando nel loro recinto qualche osso da rosicchiare.
Si illudono anch'essi, perché la Fiat li userà fino a quando riterrà il loro "lavoro" utile, ma quando quell'apporto risulterà superfluo, non ce ne sarà per nessuno. E allora anche un simulacro sindacale sarà di troppo, potendo l'azienda amministrare direttamente il rapporto con ogni singolo dipendente, senza prendersi il disturbo di foraggiare degli intermediari. E' già accaduto, ma l'ignoranza del passato e l'incultura del presente congiurano nel replicare tragedie già vissute.
Fa ancora qualche effetto e produce un amaro senso di pena, nonostante tutto, vedere ex dirigenti comunisti, cresciuti nella temperie di una grande storia, averne totalmente smarrito memoria e insegnamenti e allinearsi alle tesi violentemente autoritarie di Marchionne, manifestando nei suoi confronti un consenso così acritico da creare qualche imbarazzo perfino in quella parte del mondo imprenditoriale che sa bene come la competizione sugli idolatrati mercati non si vince semplicemente mettendo la mordacchia agli operai. A questo, tuttavia - bisogna che tutti se ne facciano una ragione - è giunta l'involuzione culturale e politica di quella burocrazia di partito (non mi viene un'altra definizione) che dopo la Bolognina, di abiura in abiura, di rimozione in rimozione, di cedimento in cedimento, ha finito per recidere ogni adiacenza col mondo del lavoro per aderire, senza sostanziali riserve, a quella che nel tempo presente si configura come la più ruvida dittatura del capitale.
La Costituzione, al cospetto della realtà squadernata sotto i nostri occhi, sembra il prodotto di marziani, tale è l'estraneità dei fondamenti culturali e politici che ne informano i principi ispiratori, rispetto al conformismo politico che vede la destra, il centro e quell'indefinibile "ircocervo" che è il Pd uniti, senza eccessivi distinguo, nel riplasmare sull'impresa e le sue più unilaterali pretese il bene comune.
Non impressiona di meno, sia detto con tutta la necessaria franchezza, l'atteggiamento della Cgil. Tre giorni fa avevamo titolato la nostra prima pagina con una sorta di auspicio rivolto a Susanna Camusso. Quel «Fai la cosa giusta» alludeva alla speranza che tutta l'organizzazione si stringesse attorno alla Fiom, cogliendo sino in fondo portata e conseguenze dell'offensiva scatenata dalla Fiat contro tutto il mondo del lavoro. Così non è stato. Di più e di peggio: la segretaria della Cgil ha ritenuto che «la cosa giusta» fosse invitare Maurizio Landini ad accettare il referendum sul diktat del padrone e a piegarsi ad un eventuale esito di esso favorevole all'azienda, quasi ci si trovasse di fronte ad un accordo, cioè ad un compromesso liberamente scelto, e non già ad un ricatto, pesantemente lesivo di quelli che sino a ieri erano ritenuti, persino dalla legge, diritti indisponibili.
Ora la Fiom si appresta a fronteggiare da sola un impatto durissimo. Non c'è in questa scelta coraggiosa alcuna «oltranzista rigidità», non c'è traccia alcuna di una rinuncia «aventiniana», come invece mostra di credere Roberto Mania, che sulle colonne de la Repubblica criticava un presunto arroccamento settario dei metalmeccanici della Cgil. C'è, semmai, la lucida consapevolezza che una volta abbattuto quell'argine, fra i padroni galopperebbe la convinzione che tutto sarà loro concesso. A maggior ragione se anche la Fiom vi apponesse, sia pure obtorto collo, il proprio sigillo, equivalente ad una dichiarazione di disarmo e di resa. Allora la regressione diventerebbe inarrestabile e vivremmo forme estreme di barbarie sociale.
Perciò, se la deriva non viene arrestata, ora, attraverso la lotta più ferma e incisiva, diventerà molto più arduo farlo domani, perché a quel punto, introiettata la sconfitta senza lottare, soccombere alla legge della prepotenza apparirà come il solo atto ragionevole, suggerito dall'istinto di sopravvivenza. Sottoscrivere atti di umiliazione e di autolesionismo: ecco quello che mai e poi mai un sindacato degno di tal nome dovrebbe in alcun caso permettersi. La Fiom questo lo sa. E fa bene a non disperdere un così grande patrimonio di esperienza, di sapienza politica, di moralità. Sappiano, anche i lavoratori e le lavoratrici, le sindacaliste e i sindacalisti che combattono su una trincea così esposta, che molte persone, giovani e meno giovani, guardano con speranza a questa battaglia di democrazia e che ad essa sono disposte ad unirsi. Sappiano pure che noi siamo e saremo con loro. Sempre e sino in fondo.
Liberazione 02/01/2011, pag 3
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