Manifestazioni quasi in contemporanea un anno dopo: «Vogliamo vivere del nostro lavoro»
Stefano Galieni
Più o meno alla stessa ora, ieri le piazze di Reggio Calabria e di Roma si sono interconnesse, ad un anno dai fatti di Rosarno. Le stesse facce di un anno fa, quelle africane dei lavoratori, sguardi fieri e sorridenti, mani abituate al lavoro, dure ma indisponibili a continuare a farsi sfruttare.
A Roma, di fronte al Ministero dell'Agricoltura, un centinaio fra immigrati, attivisti antirazzisti di quelli che l'anno scorso non hanno voltato la faccia. C'erano rappresentanti della Fiom, del Prc, dei Cobas, dei centri sociali e del coordinamento antirazzista del Pigneto, ma a riempire la strada erano soprattutto loro, i lavoratori, a gridare slogan contro lo sfruttamento, a rivendicare il diritto ad una vita dignitosa e senza razzismi. Volevano incontrare i dirigenti del Ministero delle politiche agricole: si tratta di rifugiati e di richiedenti asilo che attualmente godono di protezione umanitaria e non possono essere espulsi, ma il cui futuro è appeso ad un filo. La protezione dura un anno ma i migranti non possono convertirla in permesso di soggiorno per motivi di lavoro avendo solo occupazione al nero. Il loro soggiorno dovrebbe poter essere sganciato dal contratto di lavoro.
Una delegazione ha incontrato il direttore generale delle politiche agricole comunitarie Giuseppe Aulitto, al quale hanno chiesto l'apertura di un tavolo a partire da una serie di proposte tese a salvaguardare tanto i diritti dei lavoratori migranti quanto il made in Italy dei prodotti raccolti. Vorrebbero poter contare su una sorta di "marchio etico" che sancisca che la frutta raccolta e i prodotti che se ne ricavano non derivino da sfruttamento, caporalato, lavoro nero. Un marchio insomma da imporre come valore sulle tavole. Ma hanno anche chiesto di utilizzare le norme vigenti per estendere l'articolo 18 del T.U. sull'immigrazione e poter avere il diritto a restare denunciando chi li vorrebbe come schiavi.
Le iniziative romane proseguiranno domani con una raccolta delle arance che crescono a Roma. L'obiettivo è quello di farsi vedere, non accettare più clandestinità e invisibilità, ma dimostrare alla città e alle istituzioni di essere persone intenzionate a vivere del proprio lavoro.
Alcune ore prima, centinaia di chilometri più a sud, iniziava la manifestazione a Rosarno. Almeno 500 i lavoratori presenti, più di quanti ce se ne potesse aspettare, ad attraversare un paese che non può essere sequestrato dalla malavita e dallo sfruttamento. Gli immigrati si sono fermati sotto la casa di Giuseppe Valarioti, segretario locale del Pci, ucciso dalla 'ndrangheta nel giugno del 1980 perché difendeva i braccianti calabresi. Molti hanno applaudito e si sono commossi nel sentir parlare di chi ha pagato con la vita la volontà di riscatto che alberga in gran parte della popolazione calabrese.
I manifestanti, sostenuti dalla rete "Radici", sono poi andati a Reggio Calabria, dove al corteo si sono uniti segmenti importanti della società civile reggina. Hanno avuto un incontro col prefetto proponendo una serie di rivendicazioni simili a quelle presentate a Roma ma che sono entrate direttamente nelle competenze regionali e provinciali del territorio.
Tanti gli attestati di solidarietà, fra i più graditi quelli della società "Reggina Calcio" che milita attualmente in serie B. Alcuni lavoratori si sono incontrati con l'allenatore della squadra Atzori e un giocatore nigeriano Daniel Adejo. Ai ragazzi è stata consegnata una maglietta della squadra con la scritta "Rete Radici 2011" e oggi saranno allo stadio ad assistere ad una partita contro il Sassuolo. La società ha anche inviato un comunicato di sostegno ai lavoratori e contro il razzismo.
Liberazione 08/01/2011, pag 6
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