lunedì 31 gennaio 2011

Il testacoda del Pd sul nodo Fiat

ìDino Greco
Su Il Foglio di ieri (fra i pochissimi quotidiani ad avere capito quale partita si giochi intorno alla vicenda Fiat) è apparso un articolo a firma di Stefano Fassina - responsabile economico del Pd - che merita la massima attenzione. L'incipit, o meglio il pretesto, è del tutto irrilevante, riferendosi esso all'osservazione di Adriano Sofri che ironizzava sulla convocazione della Direzione nazionale dei democratici per il 13 gennaio, a ridosso del voto referendario in Fiat, circostanza che pare studiata apposta per baipassare «una difficile discussione su Fabbrica Italia». L'interesse del testo, però, sta altrove e riguarda piuttosto il contenuto delle considerazioni di Fassina. Il quale, a differenza di molti suoi colleghi di partito, sembra avere davvero capito tutto. Nell'ordine: «che a Pomigliano e a Mirafiori siamo di fronte ad un atto unilaterale della Fiat, dove è evidente la regressione del lavoro, ma è assente la minima contropartita nell'apertura della governance dell'impresa (...); che si torna alle rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici nominate dai vertici sindacali (...); che non è vero che siamo di fronte ad un accordo "giusto e necessario", come non è vero che l'interesse del lavoro coincide con l'interesse del capitale (...); che non è vero che la competitività di un'impresa dipende in misura prevalente o finanche significativa dalle condizioni del lavoro o dalla contrattazione di secondo livello, come i giuslavoristi alla moda ripetono».
Eancora, «che il capitale finanziario fa shopping nel mercato globale del lavoro, mentre le forze politiche e sindacali, riformiste o radicali, sono prigioniere nelle gabbie nazionali».
Fassina, dunque, "vede" con limpida chiarezza quel duro conflitto fra capitale e lavoro, quell'asimmetrico scontro di classe che si sta svolgendo su scala planetaria e nel nostro Paese, con pesanti conseguenze per i rapporti sociali e per la stessa tenuta della democrazia. Fassina coglie con pronta sensibilità il significato dell'ingiustizia profonda, della disuguaglianza crescente, del contenuto ideologico sottesi al modello Marchionne, che tutto è meno che il solo modo realistico di costruire automobili nel tempo della competitività globale. Ma poi, inopinatamente, egli si libera con un colpo di reni di questa non banale analisi per concludere che bene farà la Fiom a «riconoscere i risultati del voto di Mirafiori e ad impegnarsi a ristabilire le condizioni di piena agibilità sindacale in Fiat». Insomma, il responsabile economico del Pd suggerisce una sorta di espediente tattico, molto prossimo, anzi identico, a quella "firma tecnica" che Susanna Camusso vorrebbe imporre alla Fiom come minore dei mali, come ritirata strategica necessaria per impedire, così si crede, che lo scacco si trasformi in una sconfitta epocale. Ma è vero l'esatto contrario. Chi riavvolga il nastro della storia per ricavarne qualche utile insegnamento non faticherà a ricordare che negli anni cinquanta e lungo buona parte del decennio successivo, la Cgil - tutta intera - non accettò mai di accodarsi agli accordi separati che le altre due confederazioni stipulavano in perfetto accordo con le direzioni aziendali. E che proprio questa tenace resistenza, anche nella momentanea sconfitta, le consentì di non perdere credibililità tanto nei confronti di coloro che rifiutavano di piegarsi quanto di coloro i quali, pur non reggendo al ricatto delle controparti, sapevano dove stesse la verità e su chi si potesse davvero far conto. Proprio questo atteggiamento, proprio questa indisponibilità a introiettare la resa hanno consentito di riprendere il cammino e preparare la stagione della riscossa. La difesa delle proprie buone ragioni - se vi sono - è sempre un buon investimento che, prima o poi, paga. E così sarà anche questa volta. Viceversa, piegarsi a condizioni che peggiorano la vita in fabbrica e ledono persino diritti sanciti dalla Carta, sottoscriverne l'applicazione punitiva, significa, per dir così, costituzionalizzare un nuovo sistema di relazioni industriali, renderlo irreversibile e rinunciare, scientemente, all'esercizio di una funzione autonoma di rappresentanza. Di più: significa autorizzare tutto il padronato, in qualsivoglia impresa e settore merceologico, di ogni dimensione, del pubblico o del privato, a replicare quel modello, senza più disporre né degli argomenti né della forza per opporvisi.
Se la Fiom prestasse ascolto a chi oggi le chiede, con varietà di accenti e di moventi, di capitolare, non sarebbe in alcun modo possibile, come invece mostra di pensare Fassina, «ristabilire le condizioni di piena agibilità sindacale in Fiat». L'esito sarebbe quello di una "normalizzazione" della Fiom, segno inequivocabile e ohinoi definitivo di una partita che si chiude, non di un'opportunità che faticosamente si tiene aperta.


Liberazione 09/01/2011, pag 1 e 4

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