Concertazione Mentre mister Ferrari attacca Tremonti la Cgil torna nel giro
Fabio Sebastiani
«Con questi dati c'è poco da ironizzare». Luca Cordero di Montezemolo che, per carità, non fa mai politica, sembra avere tutta l'intenzione di continuare a molestare il "povero" ministro Tremonti, tutto impegnato a pareggiare i conti del Bel Paese, o di quel che resta, così come pretende l'Ue: un taglio netto di una cinquantina di miliardi in tre anni. E' questo l'importo tra Pnr e Def, bruttissimi acronimi per dire "Programma nazionale delle riforme" e "Documento economico finanziario", che a conti fatti non dà quasi nulla in termini di crescita e molto, ma proprio molto, in termini di sacrifici. Crescita è la parola chiave sulla quale le "parti sociali" sembrano volersi ritrovare, dopo le polemiche e le divisioni di questi ultimi due anni. E così ieri la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso e la presidente degli imprenditori, Emma Marcegaglia, si sono incontrate, del tutto informalmente, per gettare le basi di questa nuova apertura di credito. Niente di impegnativo, come accade sempre in questi casi, ma alla fine il risultato politico c'è tutto: Camusso incassa la fine dell'isolamento politico e Marcegaglia l'avvio del confronto su quella riforma dei contratti, o meglio della "manutenzione" dell'accordo separato del 2009, così come pretende il linguaggio burocratico. «La Cgil ha fatto una proposta di revisione degli assetti contrattuali. La stiamo studiando, è in corso una riflessione. Ma non possiamo tornare indietro rispetto alle mosse che abbiamo fatto in questi tre anni», dice Marcegaglia poco dopo il confronto. «La Cgil non ama la logica delle deroghe, parlano di contratti più sottili, i temi sono leggermente diversi», spiega Marcegaglia, che però lascia aperta la porta del confronto. «Noi non siamo interessati a separazioni. Siamo invece interessati a cercare di unire le forze in un momento di difficoltà per il Paese. Al centro dei colloqui ci sono state anche le regole sulla rappresentanza. «Resta un tema aperto sul quale vorremmo arrivare ad un accordo», dice ancora Marcegaglia trovando nella Cgil orecchie attente visto che, dopo la bocciatura da parte di Cisl e Uil del documento messo a punto dalla confederazione di Corso Italia, il dialogo unitario è di fatto azzerato.
Sulla riforma contrattuale restano alcune cose da sistemare, come spiega anche il leader della Cgil, Camusso. «Con Confindustria continua una interlocuzione tesa a trovare una soluzione sul tema della rappresentanza mentre profonde differenze rimangono nel giudizio sul modello contrattuale separato del 2009», dice. L'incontro, però, riapre le polemiche interne alla Cgil. L'area di minoranza, infatti, che fa capo a "La Cgil che vogliamo" non ha gradito che un documento, su cui deve ancora esprimersi il direttivo della confederazione, e lo farà il 10 e l'11 maggio prossimi, fosse portato al confronto con Confindustria, soprattutto alla vigilia di uno sciopero generale, in programma il 6 maggio, che intende riportare le ragioni del lavoro, e quindi anche degli accordi separati non firmati dalla Cgil, al centro dell'attenzione. «È assolutamente inusuale che si possa ragionare su quel testo, in sedi formali o informali che siano, con altri soggetti. Improprio che lo si faccia con le nostre dirette controparti. Sbagliato che tutto ciò avvenga prima dello sciopero generale del 6 maggio», dice il portavoce, Gianni Rinaldini. Immediata la replica di Camusso. «Tranquillizziamo Rinaldini: nessun documento confederale è all'origine del colloquio, se non le nostre ragioni sulla non firma del 2009. Noi siamo rispettosi dei percorsi interni di decisione della Cgil».
Su Def e Pnr, infine, si appuntano le attenzioni di molti economisti, ai quali non tornano i conti messi in campo da Tremonti. «Sul pil dell'Italia - dice Daniel Gros, direttore del Ceps, Centre for european policy studies - c'è qualcosa che non mi spiego, nel 2009 era sceso del 5% e ora è all'1,1%, è come se fosse sparito il 5% della capacità produttiva del paese. Invece dopo la crisi mi aspettavo un rimbalzo più alto, come nelle maggiori economie Ue, anche perchè nel paese non c'era il problema di una bolla immobiliare, nè un drastico calo dell'export». E così mentre la Bce è ancora alla ricerca delle "riforme strutturali" su concorrenza e lavoro, all'orizzonte si profila una "manovrina" di aggiustamento di "appena" 4 o 5 miliardi, giusto per non perdere il vizio. E' chiaro che di questo passo il Bel Paese è pronto per andare oltre il "federalismo". «Sì certo, è un pericolo reale - sottolinea Beniamino Lapadula, economista della Cgil - perché con una crescita sotto il 2% tutto diventa più difficile».
Liberazione 15/04/2011, pag 5
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