venerdì 10 giugno 2011

Non vogliamo essere sacrificati sull’altare dello "sviluppo"

Gerno di Lesmo (Mb) Yamaha Motor Italia

Esistono molte forme di discriminazione nel mondo del lavoro, ma la più subdola ed umiliante di tutte è quella di pensare che i lavoratori, chiunque essi siano e qualunque lavoro facciano, siano una massa informe di individui passivi sacrificabili sull'altare del cosiddetto "sviluppo".
Qualcuno ha già deciso i beneficiari di questo sviluppo, ed una cosa è certa, non saranno certo gli operai.
Organismi istituzionali ed apparati a svariati livelli nel corso degli anni si sono così distaccati dal mondo del lavoro e dagli operai da non riuscire più a distinguere il fine ultimo del loro lavoro.
Sull'altare del compromesso si sono sacrificati anni di lotta, e senza rendersene conto si sta scivolando lentamente in un limbo dove non esistono più ideali, speranze, sogni.
Il coraggio che deriva dall'orgoglio di battersi per qualche cosa di giusto è stato sostituito da timorosi belati figli di un Ottocento che pensavamo tutti esserci lasciati alle spalle.
Ma in un panorama così desolato esistono ancora piccole isole di orgoglio operaio, dove si sconfigge la paura del futuro attingendo a risorse interiori forgiate dalla fatica della fabbrica, e così dure e temprate da non poter essere scalfite.
Forse la vera differenza non è tra operai e padroni, ma è tra uomini e, come diceva Sciascia, ominicchi, e la durissima realtà è che il mondo si sta popolando di questa ultima specie.
E' uno strano 1 Maggio per noi. Dopo cinque mesi di presidio, un inverno durissimo e molti mesi di lotta ancora davanti a noi, sfilare per le strade di Milano insieme a tanti altri lavoratori è angosciante e emozionante nello stesso tempo.
Poche decine di persone hanno dimostrato da sole come sia possibile tenere sotto scacco una multinazionale dalla potenza economica e mediatica impressionante, solo grazie alla loro tenacia e forza di volontà. Il risultato della nostra lotta è incerto, ma alcune battaglie meritano di essere combattute a prescindere dal risultato.
L'alternativa sono i penosi compromessi che molti tentano di farci accettare, vendendoceli come vittorie di raffinate strategie. Compromessi che tolgono la dignità di chi li accetta, e che non ti permettono più di sfilare a testa alta in un corteo di lavoratori.
Se noi, esclusi subdolamente dal mondo del lavoro utilizzando artefizi di bilancio che presto dimostreremo, dobbiamo o possiamo dare un senso a questo 1 Maggio, non ci sono dubbi in proposito: questo festa è per noi un momento di pacifica lotta.
Dimostrare con la nostra presenza che, se anche è impossibile sapere in anticipo l'esito di una lotta, è ancora possibile lottare e spendersi senza paura per difendere i propri principi di giustizia.
Spesso ci chiediamo cosa resterà di tutto questo, e come ripenseremo a questi mesi tra molti anni.
Sono domande semplici da porsi ma a cui è difficilissimo dare una risposta.
Siamo certi, in particolare per i più giovani, che se alla fine di tutto questo resterà in alcuni l'orgoglio di aver affrontato a viso aperto difficoltà, delusioni, paure... beh tutto questo non sarà stato vano.
Forse la prossima generazione di operai, ma forse è meglio dire di uomini, sarà più forte e più consapevole delle proprie capacità nel formare una società più giusta e più equa.
Le lavoratrici ed i lavoratori cassaintegrati
di Yamaha Motor Italia in presidio permanente dal 13 dicembre 2010


Liberazione 05/05/2011, pag 10

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