lunedì 13 giugno 2011

Contratti, quel corridoio stretto che la Cgil vuole percorrere

L’opposizione è sul piede di guerra. A giugno, l’assemblea nazionale

Fabio Sebastiani
«E' solo un dispositivo che serve ad aprire una discussione e non ha il valore di un documento». Nicola Nicolosi, membro della segreteria nazionale della Cgil parte da qui per tentare di far capire cosa è accaduto mercoledì pomeriggio al Comitato direttivo nazionale. Non è esattamente come l'ha presa, invece, l'opposizione interna che parla di apertura della Cgil sul delicato tema delle deroghe al contratto nazionale.
Quello che è certo è che il confronto non si ferma qui. O meglio, di fronte a una richiesta dell'area "La Cgil che vogliamo" di lasciare aperto il confronto la segreteria ha risposto mettendo in votazione il testo finale, e quindi andando a una conta politica. Un modo come un altro, è questa l'accusa dell'opposizione, di non dare conto dell'articolazione del dibattito.
Il testo del dispositivo, in realtà, non è così neutro. E alcuni punti fermi li pone, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra contratto nazionale e contratti aziendali. Inutile cercare la parola "deroga", ovviamente. Due sono i punti che hanno suscitato le critiche maggiori. E in tutti e due si parla di contratto nazionale. Il primo, «al fine di assicurare la capacità di aderire alle diverse situazioni le categorie, possono prevedere, nei rispettivi contratti nazionali, temi e strumenti di articolazione resi esigibili solo a fronte di accordi di secondo livello». Il secondo, «fermo restando il ruolo di regolazione generale normativa ed economica del Ccnl, i nuovi Contratti collettivi nazionali dovranno essere meno prescrittivi e più propositivi di una contrattazione di secondo livello sulle reali condizioni di lavoro».
Il concetto viene ripetuto più avanti, quando si affronta il tema del potenziamento del secondo livello «prevedendo inoltre un ampliamento delle materie delegate dai Ccnl al secondo livello anche per consolidare, valorizzare e rilanciare al massimo il ruolo negoziale delle Rsu che non può essere compresso esclusivamente sulla contrattazione del premio di risultato». Condizione «indispensabile» per avviare questa nuova stagione resta, per la Cgil, il superamento dell'attuale indeterminatezza sulla rappresentatività. E il sindacato riconferma a Cisl, Uil e Confindustria la propria «piena disponibilità» a definire una misurazione basata su un mix tra certificazione degli iscritti e voto delle Rsu così come conferma la propria proposta sulla democrazia per la quale «è ineludibile la necessità di prevedere forme di verifica del consenso dei lavoratori che comprendano un voto certificato».
Il nuovo indirizzo della Cgil ha incontrato il giudizio positivo del senatore del Pd Pietro Ichino, che parla di «un documento con passaggi innovativi, e con un'apertura che Cisl e Uil non debbono sottovalutare». «Il passaggio più innovativo del documento della Cgil - afferma Ichino - è quello in cui si prevede che i nuovi contratti collettivi nazionali siano "meno prescrittivi e più propositivi di una contrattazione di secondo livello sulle reali condizioni di lavoro"». Questa espressione secondo Ichino dà due indicazioni inequivoche: la prima nel senso di uno spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia, i luoghi di lavoro; la seconda, nel senso di una attenuazione del principio di inderogabilità del contratto collettivo nazionale, in funzione dell'attribuzione di maggiore spazio alla contrattazione aziendale».
"La Cgil che vogliamo" è sul piede di guerra. Il leader, Gianni Rinaldini, confuta che si sia trattato di un semplice "dispositivo". «E' un documento che serve ad aprire un confronto politico e sindacale. Ed è anche insufficiente perché, per esempio, non dice niente sul salario». Sul carattere politico del documento uscito dal direttivo nazionale è d'accordo anche Alberto Morselli, segretario generale della Filctem, che ha votato contro. Il rischio, sempre per Rinaldini, è che non ci sia «abbastanza consapevolezza di qullo che sta accadendo e di quale è la vera posta in gioco». La critica di Morselli è di altra natura, e si appunta sul fatto che la Cgil, di fatto, con queste scelte sta abbandonando le Rsu a se stesse. «Non vanno abbandonate - dice - perché il rischio è che al momento del rinnovo del contratto nazionale ci si ritrovi con una situazione diversa da quella di partenza».
L'area programmatica "La Cgil che vogliamo" si è data appuntamento ai il 7 giugno per l'assemblea nazionale, preceduto da un incontro tra i membri del direttivo. La Rete 28 aprile, di cui è leader Giorgio Cremaschi, sta seguendo lo stesso percorso. Seconto "la Rete 28 aprile", il documento della Cgil «accetta il ridimensionamento del ruolo del contratto nazionale» e «apre la via alle deroghe, la cui responsabilità viene addossata alle Rsu che spesso sono costrette a operare in condizioni difficili e di ricatto».


Liberazione 13/05/2011, pag 7

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