Fabio Sebastiani
Orari di lavoro di dodici ore, sette giorni su sette, con qualsiasi tempo e senza nemmeno le minime protezioni antinfortunistiche . I salari, ovviamente, erano da fame, poco più di 400 euro.
E' su questa realtà di vero e proprio schiavismo nazista che i giudici di Brindisi stanno facendo luce dopo alcune denunce di un gruppo di lavoratori. Al centro dell'inchiesta non una piccola impresa famigliare delle campagne del Tavoliere, ma una grande azienda del settore fotovoltaico, la Tecnova, con quasi mille dipendenti che usava il potere dei "caporali" per sfruttare fino all'ultima molecola i poveri migranti.
«Un caporalato di tipo nuovo - sottolinea Antonella Cazzato, della segreteria della Cgil di Lecce - di tipo internazionale che sposta i lavoratori da un paese all'altro. Noi abbiamo intercettato un gruppo che veniva direttamente dalla Spagna».
Angelo Leo, che sul tema del caporalato negli anni scorsi ha fatto una lunga inchiesta, è convinto che c'è stato «un salto di qualità». «Non si tratta più di piccoli gruppi - continua Leo, che è segretario del Nidil di Brindisi - ma di decine e decine di lavoratori spostati qui e là a seconda delle esigenze». I racconti dei migranti sono raccapriccianti.
«E' stata proprio la pioggia il motivo del mio licenziamento», racconta Haithem agli agenti della Squadra mobile di Lecce il 28 ottobre scorso: «Nei giorni di pioggia il terreno diventava fangoso e, dovendo trasportare barre di ferro pesantissime, molti di noi rischiavano di cadere, anche se a me non è mai successo. Giorno 11 ottobre pioveva a dirotto, come già faceva da qualche giorno ed io stanco ed affaticato mi sono lamentato con un responsabile del cantiere, un marocchino di nome Brahim Lebher, facendogli presente che da contratto non avremmo dovuto lavorare nei giorni di pioggia. Insieme a me si sono presentati tutti i miei colleghi di lavoro, ma a parlare sono stato solo io e Akram Ayadi…». La rivendicazione non piace ai padroncini, entrambi gli operai vengono licenziati in tronco. Le minacce erano pratiche di ordinaria amministrazione nell'azienda spagnola, che aveva diversi cantieri in Puglia. «Ricordo che in passato è accaduto che i capi cantiere ci minacciassero - racconta un altro migrante - dicendoci che o accettavamo quelle condizioni di lavoro e quegli orari oppure saremmo stati subito licenziati. Io, avendo bisogno di denaro per mantenere la mia famiglia, sono stato costretto ad accettare tutto ciò pur di lavorare». La rabbia dei migranti si è fatta plateale quando a tutte le angherie i "datori di lavoro" hanno aggiunto il mancato pagamento degli stipendi.
Nonostante le segnalazioni e le querele nessuno degli enti ispettivi si è mai mosso. E così, dopo alcune denunce pubbliche da parte dei lavoratori, che sono arrivati anche a scioperare, ecco arrivare l'inchiesta. I reati ipotizzati dai magistrati sono: associazione per delinquere, riduzione e mantenimento in schiavitù, estorsione , favoreggiamento della condizione di clandestinità di cittadini extracomunitari e truffa aggravata ai danni dello Stato. Nove le ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip del Tribunale di Lecce su richiesta della direzione distrettuale antimafia in collaborazione alla Procura di Brindisi. In tutto sono 15, ma l'irreperibilità delle altre 6 persone sul territorio nazionale sarà oggetto di un mandato di arresto europeo. Alcuni degli arrestati avevano il compito di falsificare i dati dei passaporti per i lavoratori non regolarmente immigrati, ed inviarli quindi agli uffici del lavoro. Dei soci dell'azienda, intercettata ed arrestata solo una persona, Luis Miguel Cardenas Castellanos, colombiano del 1978, e mente insieme ai complici , al momento ricercati fuori dall'Italia.
Liberazione 22/04/2011, pag 2
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