venerdì 10 giugno 2011

Fiat, se vince la strategia del ricatto

Dino Greco
Converrà discutere apertamente della vicenda consumatasi alla Bertone di Grugliasco, dove la Fiom, diversamente dall'orientamento assunto a Pomigliano e a Mirafiori, ha deciso di invitare i lavoratori a votare "sì", nel referendum sull'ennesimo diktat di Marchionne, condito con la consueta, ributtante minaccia di non rilevare lo stabilimento e di condannare i lavoratori alla disoccupazione, qualora fra questi avesse prevalso l'intendimento di non piegarsi alle pretese aziendali. La Fiom, in ogni caso, non sottoscriverà, come organizzazione, quel ricatto e procederà anzi con un ricorso legale contro la Fiat perché la magistratura riconosca l'illegittimità del referendum imposto dal padrone.
«Legittima difesa», scelta compiuta obtorto collo e con sofferenza, come ha detto Maurizio Landini commentando la scelta della Fiom, o geniale «mossa dal cavallo», frutto dell'astuzia operaia, capace di trarre i lavoratori dall'angolo in cui la protervia padronale aveva inteso cacciarli, ributtando la palla nel campo dell'avversario, come si è spinto ad affermare Sergio Airaudo?
Ora, è lontana da noi ogni semplificazione ed ogni sia pur tenue traccia di superficiale disinvoltura nel ragionare di drammatiche vicende che mordono nella carne viva, nella vita di tante persone in carne ed ossa, di lavoratori e lavoratrici sottoposti ad un feroce attacco che ipoteca il destino loro e delle loro famiglie. Per quanto ci riguarda, partecipiamo a questo conflitto di inaudita, unilaterale violenza padronale come parte in causa, ne patiamo tutta la rudezza, ne vediamo tutte le insidie e sappiamo, per diretta esperienza, quanto sia difficile in talune situazioni scegliere la via giusta, adottare le misure necessarie, mentre l'asimmetria dei rapporti di forza è così grande da rendere quasi eroica la resistenza al ricatto e al sopruso. Eppure è necessario, anche e proprio in un simile frangente, interrogarsi, perché le domande ci sono e non è bene eluderle. A partire da quella che immediatamente si pone e che si può formulare così: perché negli stabilimenti Fiat l'indicazione è stata quella di resingere il ricatto, benché Marchionne avesse anche lì minacciato disinvestimento, delocalizzazione e licenziamenti, mentre nell'azienda di Grugliasco, dove la forza della Fiom è preponderante, si è adottata un'altra linea?
L'interrogativo non è ozioso ed è difficile attribuire il diverso atteggiamento ad una pura variante tattica di un'unica strategia. Soprattutto alla luce di alcune non irrilevanti conseguenze, che sotto vari aspetti fatalmente ne deriveranno. La prima delle quali riguarda la "lezione" che vorranno trarne i padroni, i padroni nel loro insieme, come singoli e come organizzazioni di categoria voglio dire, nel momento in cui dovessero rompere definitivamente ogni indugio e capire che la linea più audace e spregiudicata, quella che con un tratto di penna cancella tutta la contrattazione collettiva e vi si sostituisce regole iugulatorie, imposte sotto dettatura, può pagare, se si brandisce il bastone, se si minaccia la chiusura e se si ha il coraggio e la perseveranza di portare lo scontro sino alle estreme conseguenze. E' ragionevole obiettare che non tutti gli imprenditori sono avventurieri pronti a scatenare guerre totali e che non sempre il ricatto è concretamente praticabile ma, non di meno, la tentazione sarà forte e, per dirla all'americana, «non c'è nulla che sia più di successo del successo». Per di più, la circostanza che la Rsu (la quale rappresenta pur sempre il sindacato, oltre che i lavoratori, dentro l'azienda) abbia sottoscritto la resa in un punto così esposto dello scontro di classe non potrà certo favorire la resistenza di chi vorrà opporsi altrove. A maggior ragione se Marchionne, come Brenno nella Roma espugnata, dovesse mettere lo spadone sul piatto della bilancia e pretendere che alla firma delle Rsu si aggiunga anche quella dei vertici Fiom.
Il secondo ordine di considerazioni riguarda il fronte, per così dire, "interno".
Trascuriamo i sindacati "complici", quei campioni di crumiraggio che sino ad oggi hanno firmato senza fiatare qualsiasi pezzo di carta padroni o governo abbiano loro sottoposto e che ora esultano rivendicando l'inesistente bontà delle loro in verità pessime ragioni. Trascuriamo dunque il becerume collaborazionista, anche se non bisogna mai dimenticare che quando si è deboli e il potere contrattuale ristagna e rincula, tutte le pratiche subalterne e di sottogoverno clientelare tornano in auge e fanno proseliti, potendo speculare sulla percezione di isolamento che fra strati di lavoratori finisce per diffondersi come una malattia contagiosa.
Il fronte interno cui alludo è piuttosto quello che coinvolge il dibattito confederale dentro la Cgil.
La Fiom rappresenta per i lavoratori italiani e persino in un campo più ampio che affonda le sue radici in ciò che resta della sinistra politica e di classe, una speranza: di un'altra politica sociale, di un'altra pratica sindacale, di una diversa concezione e di un concreto, irriducibile esercizio della democrazia di massa, profondamente innestato nel mondo del lavoro e innervato nelle lotte.
Ebbene, ho l'impressione che questo autentico patrimonio culturale e politico, questa preziosa riserva di energie morali, non esca rafforzata dalla svolta impressa alla Bertone e che la posizione della Fiom, dentro una Cgil da tempo afasica ed incapace di proporsi come elemento di coagulo dell'opposizione sociale, risulti piuttosto indebolita. E questo sarebbe un guaio certo, perché la già robusta propensione della Cgil ad un rientro nell'alveo delle pratiche concertative ne riceverebbe un ulteriore impulso. Non è un volo pindarico della fantasia immaginare che nel quartier generale del più grande sindacato italiano l'epilogo delle scontro alla Bertone sarà letto come una sostanziale correzione di linea politica della Fiom, preludio all'archiviazione di una dialettica interna sin qui aspra, ma assolutamente feconda.
Poiché tutto si tiene, è poi evidente che la soporifera preparazione dello sciopero generale di venerdì prossimo, più subìto che voluto da Corso d'Italia, la genericità dei contenuti che avrebbero dovuto sostenerne la piattaforma, la scrupolosa attenzione con cui Confindustria è stata tenuta al riparo da qualsiasi strale, hanno lasciato la sola Fiom a fronteggiare il più violento attacco antisindacale che il padronato abbia mai tentato in oltre sessant'anni di storia repubblicana. E mentre la fragorosa latitanza del sindacato generale contribuisce ad alimentare questa brutta stagione politica, l'opposizione parlamentare - il Pd, per non restare nel vago - parteggia esplicitamente per Marchionne salutando oggi l'esito di Grugliasco come una sorta di redenzione del figliol prodigo.
Sull'eredità che ci lascia la vicenda di Grugliasco bisognerà dunque riflettere con tutta la dovuta attenzione. Di certo dovrà farlo per prima la Fiom a cui va, come sempre, tutto il nostro convinto sostegno.
Venerdì, intanto, sarà sciopero. E per quanto lunga, debole e incerta sia stata la sua gestazione, uno sciopero rimane uno sciopero, il cui significato non si risolve mai per intero dentro i confini e dentro le parole d'ordine di chi l'ha proclamato. In questo c'è la scommessa da far vivere venerdì: andare oltre, far percepire, con un'ampiezza di 360 gradi, che non stiamo celebrando un rito stanco, che non c'è rassegnazione. E che chi si illude che i giochi siano già fatti troverà innanzi a sé altri appuntamenti, nessuno dei quali ha l'esito scontato.


Liberazione 05/05/2011, pag 1 e 6

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