Intervista a un lavoratore del colosso romano
Daniele Nalbone
«Attiva nei business dell'acqua, dell'energia e dell'ambiente». Acea si descrive sul proprio sito come «il primo operatore nazionale nel settore idrico, con 8,5 milioni di abitanti serviti». Ma cosa significa lavorare per un'azienda in via di privatizzazione che nell'acqua vede un business? Talete lo ha chiesto a Fulvio Vescia del coordinamento Usb in Acea.
Qual è ora la situazione societaria di Acea?
Oggi la situazione è in apparente stand by dopo la dichiarazione del sindaco Alemanno, durante gli Stati generali della città dello scorso febbraio, in cui ha messo "in moratoria" la privatizzazione di Acea fino al referendum. Dico apparente stand by perché questa dichiarazione è stata solo un escamotage per non perdere consensi: il decreto Ronchi va ben oltre la data di giugno. All'interno della società tutto sta procedendo normalmente, come in una qualsiasi società privata. Alemanno ha cavalcato l'onda del referendum ma i piani industriali in atto in Acea dimostrano come la privatizzazione sta continuando.
Che cosa significa passare da una gestione pubblica dell'acqua a una gestione privata?
Per capire la situazione, basta considerare che dalla metà degli anni novanta - quando sono iniziate le prime privatizzazioni - ad oggi gli investimenti per la manutenzione degli acquedotti e degli impianti di depurazione sono diminuiti di circa il 70%. Eppure si continua, nelle nostre bollette, a pagare un 7% per la remunerazione degli investimenti, a prescindere se questi vengono fatti o meno.
E per un lavoratore cosa significa passare da una società pubblica a una società in via di privatizzazione?
Sono otto anni che in Acea stiamo subendo un piano di "mobilità volontaria" dei lavoratori. Oggi si parla di 440-450 lavoratori che entro dicembre 2012 saranno licenziati. Contestualmente Acea ha dichiarato che altre società del gruppo applicheranno il medesimo piano per ridurre i costi del personale. Il che si traduce in aumento dei profitti per gli azionisti. Tutto questo è diretta conseguenza di un progetto di trasformazione avviato nel lontano 1992 quando, con Francesco Rutelli sindaco e Linda Lanzillotta assessore al Bilancio, Acea è stata trasformata da società municipalizzata in azienda speciale. Quindi, nel 1998, con la quotazione in borsa è partita la privatizzazione vera e propria che ha portato a conseguenze devastanti per i lavoratori. L'impossibilità di mantenere il posto di lavoro: tra mobilità e prepensionamenti negli ultimi dieci anni sono fuoriusciti da Acea oltre 1500 lavoratori a fronte di poche centinaia di assunzioni. Nessun ricambio generazionale, nessun turn-over che potesse rivitalizzare il cuore della società: mi riferisco soprattutto al lato "operativo" dell'azienda: manutenzione, pronto intervento, allacci dei contatori, attività fondamentali per una società idrica ed elettrica. Quindi sono aumentati in maniera esponenziale i carichi di lavoro, affidati spesso a ditte esterne per contenere i costi ma a scapito della qualità del servizio.
Torniamo al famoso 7% in bolletta...
Sono milioni di euro degli utenti che ogni anno entrano nelle tasche dei privati a prescindere da tutto, dalla qualità del servizio o dagli investimenti fatti. L'acqua è un business a sicura redditività. Per legge si garantisce a soggetti privati di trarre profitti dalla gestione dei beni comuni attingendo dalla forma più sicura e certa di pagamento che esista: la bolletta. Più si aumenta la bolletta, più aumentano i profitti. Ecco perché l'obiettivo dei referendum è far tornare in mano pubblica la gestione di queste società, in modo che i profitti ritornino non in termini di dividendi ma di miglioramento della qualità del servizio, di maggior remunerazione per i lavoratori, di investimenti. Che i profitti siano per la cittadinanza e non per gli speculatori.
Liberazione 08/05/2011, pag 23
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