venerdì 10 giugno 2011

Yamaha prende i soldi ma licenzia lo stesso

I lavoratori in lotta: «Dai cancelli non ci si muove»

Matteo Gaddi
Prendi i soldi e scappa. Un motto sempre più diffuso tra le imprese, soprattutto multinazionali, che dopo aver fruito di generosi finanziamenti pubblici decidono, dalla sera alla mattina, di delocalizzare le produzioni all'estero o di chiudere reparti e stabilimenti in nome del profitto.
Stavolta è il caso della giapponese Yamaha, di cui Liberazione ha già avuto modo di occuparsi in più occasioni.
Sono sempre i lavoratori dello stabilimento di Lesmo - in Brianza - in presidio ormai dal 18 dicembre scorso, a fornire i dati dei generosi incentivi di cui ha fruito la casa motociclistica per garantirsi ampie fette di mercato italiano di moto e scooter.
Sono i due decreti del Governo Berlusconi - Bossi del 2009 e del 2010 ad aver stanziato risorse per sostenere i consumi di alcuni settori industriali attraverso gli incentivi alla rottamazione o all'acquisto di alcuni prodotti.
Il fatto "curioso" è che nelle premesse del primo decreto, il Governo ha inteso giustificare tale provvedimento di incentivo ai consumi riferendosi direttamente «all'importanza di questi settori nel sistema produttivo nazionale ed ai riflessi di carattere occupazionale sulle famiglie e sulle imprese».
Insomma, Tremonti ci ha spiegato che con questa misura avrebbe fatto ripartire i consumi, sostenuto le produzioni industriali e garantito l'occupazione: quasi un keynesiano…
Peccato che in questo, come in moltissimi altri, gli incentivi del Governo non abbiano consentito di mantenere i posti di lavoro ma, al contrario, si siano risolti esclusivamente in vantaggi economici per le imprese.
Nel 2009 sono stati introdotti incentivi in caso di acquisto di un motociclo fino a 400 cc di cilindrata (o non superiore a 60 kw) attraverso un contributo di 500 euro.
La sostanza di tale incentivo è stata confermata anche per l'anno 2010 con lo stanziamento di 12 milioni di euro per la rottamazione di moto di qualsiasi cilindrata e il concomitante acquisto di un motociclo nuovo "euro 3" fino a 400 cc o con potenza non superiore a 70 kw (sconto del 10% del costo della moto, fino ad un massimo di 750 euro) o nel caso di acquisto di motocicli dotati di alimentazione elettrica (fino ad un massimo di 1.500 euro);
Dalle pubblicazioni del settore risulta che il mercato delle due ruote sia fortemente influenzato, nelle vendite, dall'esistenza o meno di incentivi all'acquisto e/o alla rottamazione. In parole povere: gli incentivi pubblici hanno sostenuto, in maniera decisiva, gli acquisti di moto salvando i bilanci delle principali imprese del settore.
I dati delle vendite di moto in Italia negli anni 2009 e 2010, suddivisi per impresa, sono chiari: la Yamaha nel 2009 ha venduto 33.138 scooter e nel 2010 - nonostante ci sia stato un calo del mercato pari al 24% - è riuscita a tenere benissimo con 32.400 vendite. Segno evidente che la multinazionale giapponese ha ampiamente fruito degli incentivi elargiti dal Governo per mantenere elevati in Italia i livelli di vendite.
Ma nonostante questo sostegno realizzato con finanziamenti pubblici alle vendite di moto e scooter, la Yamaha non si è fatta scrupoli nel decidere la chiusura del reparto di produzione moto dello stabilimento brianzolo decretando così il licenziamento per 66 lavoratori.
Ovviamente, per come erano stati costruiti, i meccanismi di incentivo del Governo non prevedevano nessun obbligo sociale per le imprese che godevano di tale forma di contribuzione e così dalla casa madre olandese (dove ha sede Yamaha Europa) sono stati alzati muri invalicabili per impedire qualsiasi tipo di confronto con Rsu e sindacati sui licenziamenti.
Si aggiunge così anche il capitolo incentivi alla vicenda del Bilancio Yamaha Motor Italia che, con una curiosa operazione contabile, ha chiuso in rosso il bilancio 2009 "grazie" alla voce straordinaria di oltre 7 milioni di euro di accantonamenti per rischi e oneri legati alla gestione dell'accordo sindacale su cassa integrazione ed esodi incentivati.
«La gestione dell'accordo costa dieci volte meno di quanto inserito in Bilancio dalla Yamaha - spiegano i lavoratori in presidio - ma proprio per quella voce così eccessiva hanno potuto gridare al disastro economico e quindi giustificare i nostri licenziamenti».
Per questo dal presidio non ci si muove «fino a quando non arriveranno risposte chiare: ormai per noi è una questione di principio».


Liberazione 06/05/2011, pag 2

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